Chi non conosce Primo Nero? Io, io non lo conoscevo. Me lo segnalano e il primo video che vedo è lui che chiede a un «bangla»: «Da dove vieni?». Il bangla, di fronte all’uomo nero, inizia a scappare, con Primo Nero che lo insegue, e più viene inseguito, più scappa. Esilarante, se non sapessi che in Bangladesh esiste una forma di razzismo ereditata dal colonialismo che si chiama colorismo: tra gli stessi bangla, quelli di pelle più chiara prendono le distanze da quelli di pelle più scura. Ma vuoi vedere che quella di Primo Nero è una satira seria, anche laddove fosse inconsapevole?
Primo Nero passeggia per le strade di Roma, soprattutto a Roma Termini, e interagisce con la realtà impazzita. Un uomo di colore viene fermato per strada: «Papà, sono tuo figlio, perché mi hai abbandonato?». E l’uomo di colore conferma, ridendo e imbarazzato: «Sì, ho avuto un figlio in Ghana». «Sono io, dammi un euro». Primo Nero ha un successo enorme, con più di un milione di follower su TikTok e 600.000 su Instagram, ma ha promesso che, se arriverà a un milione anche su IG, andrà in Bangladesh. E io invito tutti a seguirlo, perché voglio vedere «L’uomo nero contro i bangla», che potrebbe diventare un grande classico di serie B.
Ovviamente, come tutte le cose di successo, la struttura di Primo Nero è una struttura conosciuta e aggiornata ai nostri tempi: la celebre Candid Camera, nata in America con Allen Funt e portata in Italia dal purtroppo poco celebrato Nanni Loy con Specchio segreto. È strano pensare che nella Rai degli anni Sessanta un «format» come quello di Primo Nero sarebbe stato messo in onda dalla Rai e che adesso venga preso come «clandestino» (il format, non Primo Nero). Ma erano anni di sperimentazione, di surrealismo e dadaismo. Oggi è un’epoca flat, senza idee, e, giustamente, le idee migliori si trovano sui social.
Primo Nero mette insieme dadaismo e situazionismo e porta il surrealismo alle estreme conseguenze: mostra (da «mostro») come il surrealismo, oggi, non sia altro che un iperrealismo. Primo Nero, ivoriano, arriva in Italia con il sogno dell’Occidente e trova una manica di pazzi. È un peccato che finora Primo Nero si limiti alla stazione Termini e alla sua umanità alla deriva: prenda in considerazione i Parioli, Roma Nord, vada a Bruxelles, dove si decidono le sorti dell’Europa. Sbaglia chi pensa che il successo di Primo Nero sia dovuto ai suoi tormentoni, «Mi dai un euro», «Handiamo» eccetera. Il successo, come in ogni buona satira, sta nel cortocircuito che si innesta quando il buon senso si scontra con la realtà che si vorrebbe «normale», ma che è, di fatto, impazzita. Primo Nero lo fa inconsapevolmente, forse, ma il ragazzo ha una forte dose di buon senso e una qualità che è la principale in ogni forma di ironia: il distacco. Così come nella Candid Camera, egli è testimone oggettivo della follia occidentale. È un Pif degli inizi, senza le menate radical.