Lo sapevate che la pagina Instagram del Vittoriale, di Gabriele d’Annunzio (il cui vero cognome era Rapagnetta e la cui «d» minuscola non era suffisso nobiliare poiché non legato ad alcun feudo), è meglio della programmazione di Rai Storia? («Lo sapevate…» è una delle bellissime rubrichette short della pagina, dove si trovano decine e decine di curiosità sulla magione di D’Annunzio – non so perché, ma se si scrive il solo cognome allora va maiuscolo – in riva al lago di Garda). Questo perché, come spiega abilmente Giordano Bruno Guerri, con il suo sguardo da storico, la biografia di D’Annunzio è sterminata: fu patriota, poeta, drammaturgo, narratore, politico, conquistatore di città, seduttore e, aggiungo, fu anche uno strepitoso «motteggiatore», nel senso di sbeffeggiatore; si narra infatti che Benito il Duce se lo tenesse buono non tanto per il suo, come chiamarlo, curriculum, quanto per il timore di essere oggetto di una delle sue sferzanti battute.
In questa sua veste di coltissimo divulgatore, con l’aggiunta di avere l’oggetto dei propri studi a portata di mano, Giordano Bruno Guerri compie un’operazione ultracontemporanea e ultraclassica: dona nuovamente al Vate quella dimensione pop della quale godeva nel Ventennio; se oggi siamo abituati a leggerlo come un «classico» bisogna invece contestualizzare D’Annunzio e vederlo come era visto all’epoca: una vera star. Avete presente Fedez? Ma senza tatuaggi. Non confondiamoci: Fedezizzare D’Annunzio non vuol dire né volgarizzare il secondo né nobilitare il primo. Sono epoche diverse, con diversi valori, e su questo non c’è alcun dubbio. Ma lo star system non ha mai modificato (se non involgarendosi, almeno pubblicamente, poiché lo star system, volgarotto in privato, lo è sempre stato, e forse meno male) le sue leggi: D’Annunzio era seguito come una star in un’epoca in cui le star erano i militari, gli scrittori, i futuristi, i poeti, gli artisti, ancor più se un tantino «maledetti», nonostante l’Ordine, la Polizia e OPA (un American Tabloid dell’epoca, per chi li ha letti, entrambi, D’Annunzio ed Ellroy). Soprattutto se con quel tanto di «débauche» un po’ alla française che stuzzicava la fantasia borghese nell’epoca dell’italianizzazione. O no?
Così, guidati dalla forbita ironia di Bruno Guerri, scopriamo che in un cassetto di una scrivania della Prioria, il Poeta teneva in una scatola circolare di cartone, molto bella, una raccolta di peli pubici. Si potrebbe pensare, come tutte le persone colte e smagate avranno pensato, che volesse poi farci un parrucchino in stile Ed Gein, ma in senso estetico-immorale (e quindi nicciano, anche se preferisco scrivere nietzschiano), e invece Bruno Guerri (Bruno è nome o cognome, non so) ci svela il segreto della vecchia usanza risalente alla transumanza, ossia quella transustanziazione che trasforma gli uomini in animali, se non fosse per l’amore: per quel ciuffetto di peli pubici (della legittima consorte e sacra moglie, si spera) teneva in un sacchetto vicino al cuore, in segno di fedeltà (con chi doveva transumanare il transumanante resta un mistero custodito nel cuore dello stesso): un talismano d’amore spirituale, ecco!
Sappiamo, attraverso l’occhio di Bruno Guerri, attento e rispettoso, delle stanze segrete del Vittoriale, riservate alle amanti ufficiali (andate sulla pagina per sapere chi, come e perché), ma impossibili da visitare per problemi logistici e perché, ovviamente, non arredate dal viril Poeta, ma non si scatti nell’accusa di sessismo battendo i tacchi all’imperativo dell’epoca albiona: ogni tanto il segreto si svela in piccole visite guidate che io consiglio di prenotare, anche per non essere sessisti. Sappiamo della stanza del Mascheraio, dove le donne in visita venivano accolte e lì languivano (termine esatto) per ore mentre D’Annunzio le spiava come si spiava, tempi antichi, la sfilata della «quindicina» (per chi non se la ricorda, pazienza).
Sappiamo dell’uso ma soprattutto dell’abuso di cocaina, ma lo sapevamo già: tra cocaina e anfetamine quello fu un periodo acceleratissimo, e fino all’inizio del secolo anche i Papi si strafacevano di Vin Mariani, quindi eccentricità dell’oggi, ma normalità dell’epoca, raccontata da Pitigrilli, il Bret Easton Ellis dell’epoca, e se questi era Ellis chissà D’Annunzio a chi possa essere paragonato. E per un attimo Bruno Guerri, e lo ringraziamo, lascia la dotta narrazione, la distanza dello storico, la serietà dell’entomologo che disseziona i documenti come insetti, e ci dona un attimo del suo cuore che è anche il nostro: il cimitero dei cani. Luogo della forse più pura e vera poesia che D’Annunzio abbia partorito senza alcuna posa, se non quella del Poeta. Andate e visitatene tutti: D’Annunzio influencer è strepitoso, e gli «attuali» possono impallidire solo.