Paolo Giordano ha detto che scriverà il suo nuovo libro totalmente off-grid, fuori dalla rete, e che lo consegnerà all’editore su una chiavetta USB. Teme che il suo testo possa essere utilizzato dall’intelligenza artificiale per scrivere e che, di carambola, possa poi essere accusato di averla utilizzata, perché l’IA scrive come lui. Almeno così mi è parso di capire: come se la rete tutta, Musk, Zuckerberg e gli imprenditori tech vari stessero lì ad aspettare il nuovo mirabolante testo di Paolo Giordano.
La preoccupazione potrebbe anche essere fondata: Paolo Giordano scrive come un’intelligenza artificiale. Prendiamo, per esempio, l’incipit de La solitudine dei numeri primi (la cui storia è sorprendentemente simile, tranne che per lo stile, a quella de Le particelle elementari di Michel Houellebecq): «Alice Della Rocca odiava la scuola di sci. Odiava la sveglia alle sette e mezzo del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare la gamba nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi, sempre troppo stretti, che la facevano camminare come un gorilla. “Allora, lo bevi o no questo latte?” la incalzò di nuovo suo padre. Alice ingurgitò tre dita di latte bollente, che le bruciò prima la lingua, poi l’esofago e lo stomaco». Mi sembra che l’IA avrebbe potuto scriverlo, e anche meglio. Questo non significa che Paolo Giordano non abbia stile (anche se è plausibile pensarlo). Significa semplicemente che l’editoria vuole testi flat, senza stile, proprio come se fossero scritti dall’IA. Adesso vi renderete conto della follia insita in questa idea di narrativa commerciale: la vogliono flat come l’IA, ma non scritta dall’IA.
Non so se Paolo Giordano tenga a freno il suo debordante stile (che, appunto, non abbiamo mai visto) in nome della narrativa d’intrattenimento commerciale di bassa lega. Sicuramente, però, la sua preoccupazione è vera e santa: se vogliono libri flat, insulsi, scopiazzati (l’ultimo caso letterario, quello di un autore anonimo che ha lasciato il manoscritto davanti al portone di Einaudi, è una blanda scopiazzatura di Bret Easton Ellis), poi non è che io, Paolo Giordano, debba passare i guai perché il romanzo sembra scritto da un’intelligenza artificiale. Per semplificare, diciamo che l’intelligenza artificiale scrive come Federico Moccia e il suo Tre metri sopra il cielo, uno dei romanzi che hanno rovinato l’editoria e la letteratura italiana. Gli editori vogliono quel tipo di romanzo: scrittura banale, elevata, casomai, da qualche critica alla società borghese, ma all’interno della quale quella stessa società si pasce e cresce.
Ovviamente, il mio giudizio è da non prendere in considerazione: i miei libri comici sono quelli di Pynchon, la mia fantascienza è Gibson, la mia Letteratura è la fisica teorica (Il bosone di Higgs è uno dei più grandi romanzi contemporanei). Ma fa bene Paolo Giordano a tutelarsi. Ancora per poco: il tempo che l’editoria si renda conto che l’unico motivo per cui continua a pubblicare autori umani è portarli in giro a fare firmacopie.