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18 ottobre 2026

Paolo Giordano teme che il suo romanzo possa sembrare scritto dalla IA. Un motivo ci sarà

  • di Ottavio Cappellani Ottavio Cappellani

18 ottobre 2026

Paolo Giordano teme che il suo prossimo romanzo venga scambiato per un testo scritto dall’intelligenza artificiale. Una provocazione sullo stile, sulla narrativa commerciale, su Federico Moccia e su un’editoria che vuole libri standardizzati, ma ancora firmati da autori umani
Paolo Giordano teme che il suo romanzo possa sembrare scritto dalla IA. Un motivo ci  sarà

Paolo Giordano ha detto che scriverà il suo nuovo libro totalmente off-grid, fuori dalla rete, e che lo consegnerà all’editore su una chiavetta USB. Teme che il suo testo possa essere utilizzato dall’intelligenza artificiale per scrivere e che, di carambola, possa poi essere accusato di averla utilizzata, perché l’IA scrive come lui. Almeno così mi è parso di capire: come se la rete tutta, Musk, Zuckerberg e gli imprenditori tech vari stessero lì ad aspettare il nuovo mirabolante testo di Paolo Giordano.

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Paolo Giordano: come è umano lui (in confronto alla IA)

La preoccupazione potrebbe anche essere fondata: Paolo Giordano scrive come un’intelligenza artificiale. Prendiamo, per esempio, l’incipit de La solitudine dei numeri primi (la cui storia è sorprendentemente simile, tranne che per lo stile, a quella de Le particelle elementari di Michel Houellebecq): «Alice Della Rocca odiava la scuola di sci. Odiava la sveglia alle sette e mezzo del mattino anche nelle vacanze di Natale e suo padre che a colazione la fissava e sotto il tavolo faceva ballare la gamba nervosamente, come a dire su, sbrigati. Odiava la calzamaglia di lana che la pungeva sulle cosce, le moffole che non le lasciavano muovere le dita, il casco che le schiacciava le guance e puntava con il ferro sulla mandibola e poi quegli scarponi, sempre troppo stretti, che la facevano camminare come un gorilla. “Allora, lo bevi o no questo latte?” la incalzò di nuovo suo padre. Alice ingurgitò tre dita di latte bollente, che le bruciò prima la lingua, poi l’esofago e lo stomaco». Mi sembra che l’IA avrebbe potuto scriverlo, e anche meglio. Questo non significa che Paolo Giordano non abbia stile (anche se è plausibile pensarlo). Significa semplicemente che l’editoria vuole testi flat, senza stile, proprio come se fossero scritti dall’IA. Adesso vi renderete conto della follia insita in questa idea di narrativa commerciale: la vogliono flat come l’IA, ma non scritta dall’IA.

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Michelle Houellebecq

Non so se Paolo Giordano tenga a freno il suo debordante stile (che, appunto, non abbiamo mai visto) in nome della narrativa d’intrattenimento commerciale di bassa lega. Sicuramente, però, la sua preoccupazione è vera e santa: se vogliono libri flat, insulsi, scopiazzati (l’ultimo caso letterario, quello di un autore anonimo che ha lasciato il manoscritto davanti al portone di Einaudi, è una blanda scopiazzatura di Bret Easton Ellis), poi non è che io, Paolo Giordano, debba passare i guai perché il romanzo sembra scritto da un’intelligenza artificiale. Per semplificare, diciamo che l’intelligenza artificiale scrive come Federico Moccia e il suo Tre metri sopra il cielo, uno dei romanzi che hanno rovinato l’editoria e la letteratura italiana. Gli editori vogliono quel tipo di romanzo: scrittura banale, elevata, casomai, da qualche critica alla società borghese, ma all’interno della quale quella stessa società si pasce e cresce.

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Federico Moccia che con il suo "Tre metri sopra il cielo" ha fondato il nuovo "canone" della letteratura italiana

Ovviamente, il mio giudizio è da non prendere in considerazione: i miei libri comici sono quelli di Pynchon, la mia fantascienza è Gibson, la mia Letteratura è la fisica teorica (Il bosone di Higgs è uno dei più grandi romanzi contemporanei). Ma fa bene Paolo Giordano a tutelarsi. Ancora per poco: il tempo che l’editoria si renda conto che l’unico motivo per cui continua a pubblicare autori umani è portarli in giro a fare firmacopie.

Tag

  • Paolo Giordano
  • intelligenza artificiale

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