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23 ottobre 2026

Il vero Murakami che dovete leggere è morto e noi vi spieghiamo chi è stato, cosa ha scritto e da dove partire per scoprirlo

  • di Mattia Nesto Mattia Nesto

23 ottobre 2026

Thanks to asia.nikkei.com

Il vero Murakami che dovete leggere è morto e noi vi spieghiamo chi è stato, cosa ha scritto e da dove partire per scoprirlo

Il Giappone è diventato ormai da anni un brand anche e soprattutto commerciale, oltre che una vera e propria “filosofia di vita”. Un modo di stare al mondo, un mondo fatto di gentilezza quasi esasperata, dell’eleganza dei gesti e del modo di vestire, oltre che di arredare casa (come ci conferma il successo commerciale di un libro di desing degli anni ’30!), di amore incondizionato per i treni che arrivano in orario, la fioritura dei ciliegi e le metropoli illuminate a giorno, oltre che per la cultura pop. Un Paese che, almeno stante la vulgata occidentale, sembra aver trovato il modo migliore per conciliare una modernità futuribile con una forma antica di grazia assoluta. Perfino la solitudine in Giappone, il senso di malinconia e di dolore per le occasioni perdute paiono ritrovare una loro dignità estetica (basta pensare al film “Perfect Days”. Tuttavia c’è anche un altro Giappone, quello delle stanze d’albergo ad ore, dei vicoli bui, delle “soap massage girl”, dei tossici, dei racket della Yakuza, dei corpi venduti, comprati, desiderati. Un Paese che puzza di sesso, sangue, vomito e disperazione, senza eleganza ma pieno di ferocia. Ecco, per una vita intera ce l’ha raccontato Ryū Murakami, un vero e proprio autore di culto, che proprio oggi ci ha lasciato. Murakami l’altro, insomma, così diverso dal suo collega Haruki, star della letteratura mondiale, tanto letto, ancora più citato. Ryū, però, era proprio un’altra storia, una delle persone che meglio è stata in grado di intercettare le trasformazioni e mutazioni della società contemporanea, uno dei più lucidi, spietati e necessari osservatori di quella cosa orribile, depravata e meraviglia che siamo soliti chiamare natura umana.

Murakami, l'altro. Già, perché per buona parte dei lettori occidentali (ma non solo) il cognome Murakami significa innanzitutto Haruki. Il grande romanziere delle solitudini metropolitane, dei gatti scomparsi, delle canzoni jazz, delle donne misteriose, delle realtà parallele: quello che tutti, presto o tardi, abbiamo visto citato, condiviso e “instagrammato” da qualche nostra amica, fidanzato o, perché no, da noi stessi. Insomma, lo scrittore che forse per eccellenza ha saputo trasformare la malinconia giapponese in una lingua universale, rendendola riconoscibile e, in qualche modo, perfino abitabile. Oltre che estremamente commerciale e vendibile. Ryū, invece, non ha mai avuto alcuna intenzione di farci sentire a casa, semmai il contrario, ci ha sempre trascinato all’inferno. Ha spalancato le porte delle squallide stanze dei motel ad ore nelle quali nessuno avrebbe voluto entrare, ci ha trascinati dentro e ci ha costretti a guardare. Senza concederci il conforto di distogliere gli occhi. Anzi proprio tenendoceli bene aperti a forza.

Naturalmente anche il mondo di Haruki è attraversato dalla violenza, dal sesso, dalla morte, dall'inquietudine. Non vogliamo inscenare un contrasto tanto per, tuttavia, almeno dal nostro punto di vista, le differenze ci sono. Già perché dove l'uno tende a trasfigurare l'orrore, a renderlo giustappunto metafisico, quasi musicale, l'altro lo lascia lì, nella sua materialità più oscena. È carne, sudore, sangue e liquidi di ogni tipo. Non c'è sempre una metafora ad attenderci dietro una porta: c’è il corpo che domina su tutto. Basterebbe tornare a "Blu quasi trasparente", il romanzo con cui Murakami esordì nel 1976, giovanissimo, conquistando il prestigioso premio Akutagawa. Un libro davvero che pare essere alieno rispetto all’immaginario placido e addomesticato del Giappone a livello interazionale. In questo romanzo ci sono ragazzi alla deriva, tantissimo sesso (una costante dei libri di Murakami), droga e quintali di violenza, con musica rock a gogo. Non c’è spazio in un racconto di questo tipo per una qualche forma di redenzione o di lezione morale. In Murakami non c’è possibilità di consolazione alcuna, è una cronaca, allucinata e allucinatoria, di una intera generazione che pare aver perduto per sempre perfino il linguaggio stesso per raccontare la propria disperazione

Eppure, dentro quello squallore, Murakami riesce a trovare qualcosa che somiglia terribilmente alla bellezza. Non la bellezza rassicurante delle cose armoniose, ma quella che sopravvive dove non dovrebbe esserci più niente. Quel senso, magico, di inquietante, dolente e meraviglioso. Di mostruoso, nel vero e proprio senso della parola.

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La copertina italiana di "Blu quasi trasparente" Atmosphere Libri

Poi c'è "Tokyo Soup", forse uno dei suoi romanzi più emblematici. Un’odissea notturna a Tokyo, immerso in locali a luci rosse, prostituzione, solitudini e una violenza che cresce pagina dopo pagina fino a diventare insostenibile. I suoi romanzi non sono per stomaci deboli, occhio. La città, ora tentacolare ora verminosa, che il mondo ammira per la sua efficienza e il suo splendore tecnologico diventa un immenso organismo malato, in decomposizione da anni e ormai senza speranza alcuna. Le insegne al neon illuminano tutto, ma non fanno altro che allungare le ombre nei vicoli oscuri: un po’ come diceva Goethe, in fondo, ovvero laddove la luce è più intensa, proprio qui, l'ombra diventa più profonda.

E poi "Audition", forse la perla, “l’impero dei sensi di Murakami”. Un racconto intriso di sesso e sangue, di desiderio, seduzione, solitudine, bisogno disperato di essere amati che poi si trasformano in qualcosa di mostruoso. Un romanzo che, anche grazie alla celebre trasposizione cinematografica di Takashi Miike, un gioiello assoluto della cinematografia mondiale, è diventato un piccolo monumento dell'orrore contemporaneo. Attenzione, però: sarebbe riduttivo, e un torto vero all’autore, considerarlo soltanto una storia estrema, costruita per scioccare. Perché l'orrore di Murakami non arriva mai davvero dall'esterno, da una forza “fuori da noi”. Non è un demone, non è una creatura soprannaturale, non è qualcosa che appartiene a un universo separato dal nostro: è umano, troppo umano. Nasce dal desiderio, dalla paura, dalla frustrazione, dal bisogno di possedere e di essere posseduti, tutti elementi caratteristici del nostro essere esseri umani. Pulsioni che preferiamo non nominare, salvo poi scoprire che sono molto più vicine a noi di quanto vorremmo ammettere.

Ecco perché Ryū Murakami è un autore fighissimo, perfino imprescindibile per comprendere, meglio, la nostra contemporaneità. Murakami è stato in grado di comprendere, e di mettere in letteratura, di come non si debba liquidare i mostri, i freak, i diversi da noi come qualcosa di, appunto, alieno. Così ce ne laviamo le mani, prendiamo le distanze, ci auto-rassicuriamo sulla nostra presunta patente di normalità: loro sono così, noi no, siamo altro, quelli vengono dagli inferni, noi siamo cittadini del mondo civile. Eppure Murakami sovverte tutto ciò, e facendolo se ne pasce, si diverte. I suoi personaggi non sono creature provenienti da un altro mondo ma il prodotto definitivo del nostro, della nostra società, delle nostre pulsioni e desideri, oltre che ossessioni e contraddizioni. E allora viene da chiedersi se il Giappone raccontato da Murakami sia davvero “l'altro” Giappone, oppure se non sia semplicemente quello che abbiamo scelto di non vedere. O che non avrebbe venduto così bene come “l’altro”. Amiamo tanto la pulizia dei bagni pubblici giapponesi, delle loro stazioni dei treni, l’ordine delle case, la gentilezza dei modi ma siamo dimentichi troppo facilmente che dietro ogni forma di ordine si nasconde anche ciò che quell’ordine esclude, rimuove e sovverte. E, soprattutto, che nessuna società, per quanto “avanzata”, è davvero in grado di cancellare alla radice le pulsioni più primitive dell’essere umano. Questo Murakami questo lo sapeva e non ha mai avuto paura di ricordarcelo.

Ve la mettiamo giù ancora più brutalmente: i suoi romanzi, estremizziamo, sembrano una gigantesca, oscena pernacchia rivolta ai profeti delle magnifiche sorti e progressive. Ai cantori del progresso tecnologico senza costi e problemi, al benessere economico illimitato, al fatto che l’educazione e la raffinatezza dei costumi possano trasformarci definitivamente in creature migliori. Un po’ come se bastasse costruire grattacieli più alti, inventare macchine più intelligenti, rendere le città più moderna per liberarci dalla violenza, dalla crudeltà, dalla sopraffazione. Ogni riferimento alla Milano degli ultimi anni non è voluto ma insomma, se l’avete pensato non avete pensato male.

Un universo per altro che Murakami ha portato anche al cinema, dirigendo nel 1992 "Tokyo Decadence", un altro viaggio disturbante tra prostituzione, sadomasochismo e perversioni della borghesia giapponese. Ancora una volta, dietro la facciata impeccabile di una società apparentemente perfetta, il marciume di un'umanità incapace di fare i conti con i propri desideri. E un'altro film di culto assoluto. 

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Una copertina quanto mai emblematica Atmosphere Libri
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Il libro da cui è stato tratto l'omonimo film Atmosphere Libri

Ecco perché leggere Ryū Murakami non è mai stata un'esperienza particolarmente piacevole, o da persona perfomativa. Almeno non nel senso convenzionale del termine. I suoi libri possono disgustare, irritare, respingere. Ci sono numerosi passaggi che possono far venire voglia di chiuderli quei libri, di allontanarli, di dimenticare certe immagini. Non sono romanzi per tutti, lo diciamo ancora una volta, ma non vogliono neppure esserlo. Non cercano il consenso, non offrono carezze, non promettono alcuna forma di riconciliazione con il mondo. E tuttavia, proprio per questo, possiedono una forza che tanta letteratura contemporanea, impegnata a risultare gradevole, comprensibile, condivisibile, sembra aver dimenticato.

Perché la letteratura non deve necessariamente farci stare bene, non deve confermare quello che già pensiamo, né restituirci un'immagine più dignitosa di noi stessi. A volte deve fare esattamente il contrario. Deve scuoterci, parlare di cose basse per farci muovere ad alti ragionamenti. E attenzione, non si vuole qua dire che Murakami sia uno scrittore “del puzzo”, del disgusto sempre e comunque, un “semplice” nichilista estetizzante innamorato della distruzione. Cioè anche, ma non solo. Accanto infatti a queste pulsioni, nei suoi libri c’è tantissima musica, desiderio, ribellione, una fame disperata di avvicinare i corpi, di scambiarseli, di far entrare dentro l’uno nell’altro. Sono dispositivi palpitanti, non solo letterari. E forse è proprio questo a renderli così inquietanti. Il fatto che la vita, anche nelle sue manifestazioni più atroci, continui a reclamare il proprio spazio.

Ryū Murakami ci ha permesso di riconoscere il vero orrore, non di amarlo. Ci scuote e ci dice di smettere di fingere che non ci riguardi. Occorre accettare che l’essere umano non è solo quella meravigliosa creatura capace di costruire templi che resistono nei secoli, di scrivere poesie, di comporre sinfonie e di andare sulla Luna. È anche quella creatura capace di tortura, di umiliare, di distruggere per il solo, squallido e perverso, piacere di farlo. Nessun animale lo fa, non così in modo strutturato e, diciamo, fondativo del suo essere.

Ryū Murakami in un mondo che continua a raccontarsi come un prodotto in vendita, messo nel cellophane e pronto per essere messo nelle vetrine dei social o dei media, ci ha aperto una finestra sul perturbante delle nostre anime, che sotto i vestiti impeccabili, la messa in piega, il trucco perfetto e le buone maniere, nasconde un cuore, palpitante, animale. Un animale predatore e predatorio capace delle più grandi meraviglie e delle peggiori atrocità possibili. Un animale che non smetterà mai di sorprenderci, di disgustarci, di commuoverci. Perché in fondo siamo noi. È morto Ryū Murakami. L'altro, Murakami. Quello che non ci ha mai permesso di chiudere gli occhi davanti all’orrore, ma ci ha permesso di conoscerlo.

E il vuoto che lascia è grande quanto le ombre che ha saputo raccontare.

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