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22 ottobre 2026

Ghali, ti serve l’autotune della morale: decidi veramente da che parte stare e abbi il coraggio di non fare passi indietro

  • di Marika Costarelli Marika Costarelli

22 ottobre 2026

Oltre che come artista, Ghali è apprezzato per le sue battaglie politiche. Ma scegliere di schierarsi significa accettare il rischio dell'auto inculata facile. Chi sceglie di farlo non può permettersi mezze misure o doppie morali. Sfilare per Gucci e prestare il volto a McDonald’s sono note stonate che bisogna raddrizzare con l'autotune, pena la demolizione della credibilità e lo svuotamento di ogni possibile significato sociale. Con l'ultima fuga retorica di fronte alle proteste di piazza a Milano, l'artista milanese sembra voler fare il radicale a giorni alterni. Caro Ghali, se vuoi fare la voce della strada servono intonazione e coerenza, senza fare passi indietro: se no sei il solito quaquaraquà
Ghali, ti serve l’autotune della morale: decidi veramente da che parte stare e abbi il coraggio di non fare passi indietro

Premessa fondamentale: abbiamo già detto più volte che il modo di essere artista di Ghali dovrebbe essere preso d’esempio da molti, che nel mondo discografico bazzicano giusto per pettinarsi l’ego e intascare dai costosissimi biglietti dei concerti. Abbiamo già detto che di Ghali va apprezzata la decisione di schierarsi sempre e comunque, anche in contesti in cui è molto più comodo non farlo. Sul palco dell’Ariston, nel 2024, presentava Casa mia: una canzone che mandava a fanculo i confini tra i popoli, accompagnato da un messaggio importante pronunciato in diretta che aveva fatto sussultare la Rai: “Stop al Genocidio”. Il coraggio di Ghali gli era costato caro: in Rai non l’abbiamo più visto. Il suo coraggio aveva smascherato la posizione dei vertici di Viale Mazzini (qualora non fosse stata già abbastanza chiara): Roberto Sergio, dirigente d’azienda, era stato costretto a inviare un comunicato formale diffuso in diretta tv e fatto leggere da Mara Venier durante Domenica In. Nel testo si esprimeva convinta solidarietà al popolo di Israele e alla comunità ebraica per gli attacchi subiti il 7 ottobre. Ghali ci aveva mostrato che la Rai, ancora una volta, sta dalla parte del padrone e, come una serva, è subito pronta a chinare il capo ed eseguire gli ordini.

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E allora a chi giustamente non ritiene adeguato definire Ghali un “rapper”, rispondiamo che sì, forse non lo sarà più in termini musicali, ma quando era il momento e nel luogo giusto, è stato lui a mostrare le palle e portare in alto principi che il rap dovrebbe difendere con le unghie e con i denti. E non solo a Sanremo: in tutti questi anni Ghali non ha mai smesso di schierarsi in prima linea contro il genocidio, prendendo posizione nei social e agli eventi. Di recente al Festival del Cinema di Venezia, dove era andato a vedere il documentario Naza a titolo personale, cercando di sfuggire alle telecamere. Ci permettiamo di dire che l’identità sociale che Ghali ha costruito negli anni risulta quasi più forte di quella artistica: è addirittura più apprezzato come uomo che come artista, nonostante i numeri da record del suo repertorio. Io, ad esempio, lo seguo sui social più per quello che rappresenta, che per quello che “suona”.
Sempre sul red carpet, l'artista ha fatto sfilare con lui la comunità di Spin Time. Uno dei più noti ed emblematici spazi occupati e cantiere di rigenerazione urbana e sociale a Roma (situato nell'ex palazzo INPDAP di via Santa Croce in Gerusalemme), fatta di ragazzi che hanno subito lo sgombero. Ancora solidarietà, dunque, da parte di Ghali verso chi subisce ingiustizie.

Ma schierarsi è una gran rottura di cazzo. Perché quando ci si schiera bisogna essere rigidamente coerenti, altrimenti l’inculata è dietro l’angolo. Bisogna stare attenti, perché un gesto onorevole e un proclamo sacrosanto possono non solo essere svuotati dal loro significato, ma completamente ribaltati; possono demolire la credibilità che uno per anni si è guadagnato sposando le cause giuste. E allora, lo anticipiamo: questo non è un articolo che vuole infamare Ghali, ma un consiglio. Perché se vuoi fare l'attivista intransigente e la voce della coscienza di un'intera generazione, allora non puoi permetterti tentennamenti. O, per dirla a modo suo, ti serve un’”autotune della morale”: un correttore di frequenza che non ti faccia stonare proprio sul più bello.

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Prendiamo, ad esempio, la vicenda Gucci. Ghali è un’icona di stile, nessuno glielo toglie. Ha legittimamente costruito un impero commerciale ed è diventato volto e brand ambassador del marchio di alta moda, sfilando nel front row da Milano a New York. Niente di male, direte voi: la moda e la strada si mescolano da sempre, soprattutto in Gucci. Ma la contraddizione scricchiola quando Ghali stesso decide di puntare il dito contro i colleghi e il sistema, accusandoli di tacere sulla tragedia in Palestina pur di non perdere le sponsorizzazioni, gli inviti agli eventi patinati e le sfilate. Un'accusa nobile e condivisibile, certo. Ma allora la domanda sorge spontanea: come fa a convivere l'attivista che denuncia il “silenzio per interesse” con la star che sfila sorridente per i giganti del lusso globale, campioni mondiali di diplomazia corporativa e neutralità di facciata? Non si può fare i rivoluzionari in passerella, portando l'impegno sociale come se fosse semplicemente l'accessorio dell'anno.

Lo stesso discorso vale per McDonald’s, altro marchio simbolo del capitalismo a cui Ghali ha prestato il volto. Sia chiaro: lo sappiamo, essere artisti oggi presuppone anche collaborazioni con i brand e spesso per rimanere sulla cresta dell’onda un cantante è costretto ad accettare, per logiche commerciali che sovrastano gli ideali artistici. La domanda è: ma davvero Ghali è un artista che non può dire di no? Quando arrivi a un certo livello di popolarità, il potere diventi tu e la capacità decisionale è tua: arrivi a possedere il grande privilegio di poter dire di no. E allora perché Ghali non lo fa di fronte a collaborazioni che potrebbero stonare non poco con la sua narrazione e soprattutto coi messaggi sociali di cui onorevolmente si fa carico?

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L'ultima nota stonata, poi, è arrivata con i fatti di Milano. Di fronte agli scontri e alle vetrine spaccate durante le manifestazioni contro il carovita, Ghali si è difeso con i giornalisti dicendo: “Non distraiamoci”, chiedendo di spostare l'attenzione solo sulle motivazioni pacifiche. Un'uscita che suona come una mezza fuga. Se vuoi davvero fare la voce della strada e della rabbia giovanile, non puoi fare il democristiano quando la piazza si alza di tono. Se credi nella protesta e nel rifiuto del sistema, non ignori chi quella rabbia ha scelto di manifestarla in modo contestabile. Farsi scudo con la retorica del “guardiamo solo a chi manifesta pacificamente” significa svuotare di significato la rabbia sociale pur di non scontentare il pubblico mainstream e gli sponsor. Così facendo si potrebbe iniziare a sospettare che l'improvvisa neutralità di Ghali abbia a che fare col fatto che tra le vetrine spaccate a Milano c'è anche quella di Gucci.
Da Ghali non ci aspettiamo questa neutralità, non è quella a cui ci ha abituati dopo tutto. Ecco perché schierarsi è una croce che bisogna saper portare per tutto il tragitto, senza delegarla ad altri quando inizia a pesare.
Dalle violenze non dobbiamo farci distrarre troppo? Sono proprio le violenze il punto nevralgico delle proteste, invece. Perché esprimono un malcontesto portato al limite e vanno ascoltate, al di là di ogni possibile giudizio su chi le scatena. Se vuoi suonare il pezzo della rivolta, non puoi pretendere di eliminare i bassi che fanno tremare i vetri: la rabbia di piazza non ha un menu a la carte da cui ordinare solo le note che piacciono ai salotti. 

 

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Fin dai suoi esordi, Ghali ha fondato il suo immaginario sul simbolo “STO”. Quel gesto della mano - “Jimmy”, l'amico immaginario nato dai giochi di un bambino solo nella sua cameretta, diventato poi il logo di un impero discografico - doveva rappresentare l'esserci, la presenza, il riscatto di chi rimane in piedi contro tutto e tutti. Significa: “Io ci sono, non mi sposto, mantengo la parola data a me stesso”. Ecco, caro Ghali, adesso è il momento di ricordare da dove arriva quel gesto e cosa significa veramente. Schierarsi da “uomo libero” non è solo un selfie a un Festival del Cinema o un'uscita d'effetto su Instagram. Richiede un rigore quotidiano e la capacità di prendersi la responsabilità delle proprie contraddizioni sempre, e soprattutto il coraggio di non fare passi indietro. Se decidi di fare la voce fuori dal coro, devi accettare di pagare il conto fino in fondo. Senza sconti. Stare dalla parte dei proletari mentre presti il tuo volto a un marchio capitalista è una “stecca” che perfora le orecchie di chi ti ascolta.
E allora è lì che ti serve “l’autotune della morale”: la scrittura non si discute, ma sull’intonazione c’è da lavorare un po’; queste note storte vanno raddrizzate. Decidi veramente da che parte stare. Perché la differenza tra essere un punto di riferimento culturale e finire per fare la figura del solito quaquaraquà sta tutta lì: nel non fare passi indietro quando la coerenza inizia a costare cara. Caro Ghali, hai scelto una strada scomoda dalla quale non si può più tornare indietro, dimostraci che quella strada è veramente la tua.

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