Se hai talento e soldi sei Yamal; se non hai altro che la strada ti chiameranno maranza. E quindi condannato a portare addosso lo stigma sistemico della minaccia urbana e dell’incapacità costitutiva di integrarti. È una deriva semantica autogenerativa. Nel lessico quotidiano degli autoctoni, l’accezione di maranza ha smesso di descrivere una realtà per iniziare a produrla, spingendo per reazione chi ne è colpito ad aderire perfettamente al cliché.
Sei il figlio di immigrati di una qualche periferia e cresci nella consapevolezza di essere un’entità marginale nell'economia dei consumi. Ma qualcuno tra i tuoi simili riesce a fare breccia nell’invisibilità e stavolta non col calcio: ma creando la microcriminalità delle babygang o, come accaduto in questi giorni, mettendo a ferro e fuoco il centro di Milano. E intanto i media, fintamente indignati, per racimolare condivisioni continuano a reiterare quella parola magica: M-A-R-A-N-Z-A. La formula viene ripetuta all’infinito e tu che vivi laggiù, lontano da tutto ciò che luccica, desideri esserne incoronato. Da quando esiste la gioventù come categoria sociologica, ovvero dal dopoguerra in poi, tutto ciò che la norma borghese bolla con un'accezione negativa diventa irresistibilmente attrattivo: è successo coi teddy boy, coi blousons noir, con gli Hell’s Angels, coi punk e con gli hooligan; accade oggi con i trapper: spesso maranza che accumulano visualizzazioni e capi d'imputazione, con il beneplacito delle multinazionali discografiche che speculano su questo immaginario che crea ascolti, monetizzazione e altrettanta emulazione.
Diventare maranza può essere una scelta seducente: come lo è il fascino di incarnare il cattivo, il pericoloso, l'elemento che incute timore nei normali, in coloro che danno per scontata la propria qualità della vita. Tanti di noi, a tredici anni, in quelle stesse condizioni e con le medesime origini, finirebbero per diventarlo: quando l'unico riconoscimento che la società ti concede è l’indignazione. Sul piano etimologico, la parola non nasce oggi. Negli anni Settanta e Ottanta indicava, nel gergo giovanile milanese, il coatto, il ragazzo di periferia grezzo con abiti vistosi, che talvolta si sovrapponeva alle sottoculture della musica dance, cosiddetta zarra. Un termine che presenta fortissime affinità con l'uso storico della parola terrone nei decenni del boom economico o con il dispregiativo Mau Mau, mutuato dai movimenti di liberazione kenioti, e usato per rimarcare una distanza dagli immigrati del Sud Italia, arrivati per lavorare nelle fabbriche del Nord.
In questo perimetro pubblico in cui le etichette abbondano per generare le solite opinioni da condividere, nel momento stesso in cui provi ad analizzare le dinamiche percettive del fenomeno vieni immediatamente bollato come il solito liberal o, peggio, come zecca dai forcaioli, coloro che invocano la punizione sommaria, stile Cile anni '70 o il castigamatti in mimetica prestato alla politica che va per la maggiore. Dall’altra parte rispondono i giustificazionisti di sinistra che, per dimostrare di esserlo, si prodigano in dissertazioni sociologiche attingendo alla nostalgia del proprio passato militante, arrivando persino a riesumare le suggestioni del G8 a Genova come se fossero pertinenti. Sforzi romantici con cui tentano invano di razionalizzare una rabbia che non ha più alcuna ideologia, ma soltanto la ricerca aggressiva di un'identità e di un consumo negato. Tanto più all'interno di un teatro sociale che premia sistematicamente la violenza e l’inettitudine che arriva dall’alto, dai privilegiati, come dimostra il manifestarsi di tanti statisti, politici, influencer e figurine dell'intrattenimento di massa (qualche giorno fa Vittorio Feltri ha dichiarato di godere quando vede un ciclista investito: maranza ad honorem pure lui). Ed è qui che andrebbe rivolto l’appello: a un sistema mediatico perennemente affamato di consenso, click e ascolti polarizzati sulla paura: smettete di definire maranza una massa di anonimi, perché otterrete esattamente ciò che raccontate, trasformando una parola in una profezia che si autoavvera.
Da quando esiste la società stanziale si protrae il conflitto tra le classi egemoni e quelle degli esclusi. Basterebbe forse rivedere L’Odio di Kassovitz: non c'è alcun romanticismo nelle banlieue di qualsiasi angolo del pianeta, ma solo una spirale di alienazione e violenza cieca. E mentre le classi dirigenti continuano a fabbricare recinti e parole per sentirsi al sicuro, la storia ci ricorda la battuta finale di quel film: il problema non è la caduta, è l’atterraggio. Fino a quando la narrazione pubblica si ridurrà a questo scontro miserabile tra tifoserie, tra il manganello di chi vuole reprimere e il paternalismo di chi vuole giustificare, la parola maranza continuerà a fare il suo lavoro. Non definirà una devianza: ma continuerà a reclutare l'esercito perfetto per la nostra prossima, inevitabile paura.