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21 ottobre 2026

Maranza di tutto il mondo unitevi! Ci sono due libri che avevano previsto (e teorizzato) quello che sta succedendo nelle proteste tra Francia e Italia

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

21 ottobre 2026

Due libri per spiegare le proteste di questi giorni in Italia e in Francia, a partire dalla distruzione e dal saccheggio, dalla presenza dei “maranza” e di tantissimi immigrati di seconda e terza generazione. Ma soprattutto una risposta a chi crede che non ci sia niente di politico nel rubare o spaccare delle vetrine
Maranza di tutto il mondo unitevi! Ci sono due libri che avevano previsto (e teorizzato) quello che sta succedendo nelle proteste tra Francia e Italia

Sabato 17 ottobre 2026, a Milano, la manifestazione nazionale "Italia in piazza" doveva essere un corteo contro il caro vita, il prezzo della benzina e le tasse: circa cinquemila persone, salari bassi, case che non si trovano, sanità e scuola a pezzi. Nel pomeriggio centinaia di ragazzi vestiti di nero, arrivati a piccoli gruppi dalle periferie, dall'hinterland e dalle province vicine, hanno preso la testa della piazza. Bombe carta, transenne, bottiglie, la polizia che arretra, piazza Duomo occupata, un falò acceso davanti alla cattedrale. In corso Vittorio Emanuele sono stati svuotati i negozi di abbigliamento sportivo, e le scarpe esposte in vetrina sono sparite. Bilancio provvisorio: almeno quattro agenti e una ventina di manifestanti feriti, oltre cinquanta fermati, metà dei quali minorenni, più di mezzo milione di euro di danni secondo Confcommercio.

La polizia li ha descritti come "tanti di origine straniera, giovani di seconda o terza generazione", e altrettanti italiani di nascita e di famiglia. Nessun leader, nessuna sigla, nessuno slogan strutturato: solo rabbia contro il governo, contro la polizia, contro "i ricchi di Milano". In una parola: i maranza. Matteo Salvini ha parlato di "centri sociali, maranza e marciume sinistro avariato", Giorgia Meloni ha chiesto alle opposizioni di condannare senza ambiguità, il governo ha annunciato una stretta per decreto. Lo stesso giorno a Bologna la stazione è diventata teatro di saccheggio, a Torino il corteo "apolitico" è passato nelle mani dei collettivi e degli adolescenti delle periferie, a Roma il corteo degli studenti verso il ministero dell'Istruzione è finito con cassonetti rovesciati e diciotto agenti feriti.

Tutto è partito dalla Francia e non è un particolare secondario per questo pezzo, ora ci arriviamo. Il movimento dei lycéens è partito il 18 settembre dal liceo Saint-Exupéry di Créteil, nel Val-de-Marne, per i professori che mancano e le supplenze mai coperte. In tre settimane ha toccato 1.027 licei, 222 dei quali bloccati, più una trentina di università. Il ministero dell'Interno conta oltre cinquemila fermi dal 28 settembre, quasi duemila nel solo 1° ottobre. Saint-Denis, Aubervilliers, Sevran, Saint-Ouen-l'Aumône, Marsiglia. Lì il confine tra "studente" e "giovane di quartiere" semplicemente non esiste. Il governo parla di "violenze urbane", Marine Le Pen di "sommosse organizzate da professionisti e supervisionate da deputati della France insoumise”. Ma chi sono questi ragazzi? Le vetrine sfondante sono o no un atto politico? Il saccheggio è un’azione morale? Sono le domande a cui hanno provato a rispondere di recente, da prospettive diverse e in parte incompatibili, due autrici molto citate e poco lette in Italia: la francese Houria Bouteldja (ecco perché non è un caso che tutto sia iniziato in Francia, dove ciò a cui assistiamo in Italia esiste da anni) e la statunitense Vicky Osterweil.

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Le immagii degli scontri a Milano Ansa

I nuovi proletari sono i maranza

Houria Bouteldja, nata in Algeria e cresciuta in Francia, è stata la portavoce del Parti des Indigènes de la République e una delle figure più contestate dell'antirazzismo politico francese. Nel 2023 ha pubblicato per La Fabrique Beaufs et barbares. Le pari du nous (Maranza di tutto il mondo, unitevi!), uscito in Italia per DeriveApprodi. Nel libro i maranza, come categoria, non compaiono. Le figure sono due, e Bouteldja avverte subito che le parole non sono sue: "Sono quelle del disprezzo di classe e del razzismo. Sono quelle del nemico principale". Per questo in italiano la traduzione più naturale sembra essere proprio “maranza”. Il beauf è il "cognato" volgare inventato dal disegnatore Cabu, il bianco di provincia pieno di luoghi comuni: il proletariato bianco. I barbares sono i figli dell'immigrazione postcoloniale delle banlieue: il proletariato "indigeno". Il risultato, scrive, è che "i beaufs dicono 'loro' quando parlano dei barbari e, inversamente, i barbari dicono 'loro' quando parlano dei beaufs. Il progetto: sostituire 'loro' con 'noi'". 

La prima metà del libro si intitola "il pessimismo della ragione" e prende da Gramsci il concetto di Stato integrale, cioè l'"egemonia corazzata di coercizione" fatta di apparati statali, società politica e società civile. Bouteldja aggiunge un aggettivo: lo Stato moderno è uno "Stato razziale integrale". La razza, sostiene, è "consustanziale" alla formazione degli Stati moderni e non va contrapposta alla classe: "la razza è una modalità della classe", e la classe è una modalità della razza, a seconda dei tempi e dei luoghi.

La genealogia parte dalla controversia di Valladolid sull'anima degli indios, passa per il Code noir e la rivoluzione haitiana, arriva alla Terza Repubblica. Il punto è storico e materiale: nelle piantagioni americane nulla destinava i lavoratori europei poveri ad allearsi con i padroni contro gli schiavi. Le classi dominanti hanno comprato quella lealtà con concessioni, cioè con quello che, sulla scia di Du Bois, si chiama "salario della bianchezza". In Francia questo scambio prende la forma del "patto razziale" (la formula è di Sadri Khiari): diritti sociali, sindacati, sciopero, previdenza per i nazionali, mentre l'impero resta fuori dal contratto. Bouteldja allinea le date delle conquiste operaie europee accanto a quelle della spartizione dell'Africa per dire che sono la stessa storia.

Il secondo capitolo è un atto d'accusa contro la sinistra. Il PCF di Thorez, che definisce l'Algeria una "nazione in formazione" e nel 1956 vota i pieni poteri a Guy Mollet. La CGT, che pure è il luogo dove l'internazionalismo si è espresso di più, ma che negli anni Trenta denunciava come "controrivoluzionari" i sindacati autonomi dei marinai neri di Marsiglia e Bordeaux. Poi gli scioperi Talbot del 1982-84, quando il governo socialista accusa gli operai marocchini di essere "sciiti": lì, scrive, "la frattura è netta tra beaufs e barbari". Da tutto questo discende una formula volutamente brutale: "Votare, in una democrazia occidentale, è votare bianco".

La seconda metà del libro, "l'ottimismo della volontà", è quella che oggi si legge pensando a piazza Duomo. Si parte dal confronto tra due rivolte: le banlieue del 2005 e i Gilets jaunes del 2018. Durante le sommosse del 2005, scrive, i "piccoli bianchi" erano "nel migliore dei casi indifferenti, nel peggiore impazienti che gli sbirri la facessero finita con la feccia". Davanti ai Gilets jaunes, invece, nei quartieri c'era di tutto, comprensione, solidarietà contrariata, persino un piacere vendicativo nel vedere i bianchi manganellati, "tranne l'ostilità".

Per mostrarlo cita un post del rapper Maadou Killtran, che sembra scritto per i cortei di oggi: "Bloccate la Borsa, distruggete la Tour Eiffel, saccheggiate place Vendôme, fate quello che volete, ma non credete neanche per un secondo che faremo da carne da cannone". E poi le due parole che a Bouteldja interessano: "On soutient", noi sosteniamo. Ma senza entrare, perché "davanti al tribunale, tra il gilet giallo che lavora a Tourcoing e il ragazzo del 93 ci sarà un anno di custodia cautelare di differenza". I barbari rifiutano di essere i tirailleurs della rivolta altrui, e sanno che, comunque vada, "saremo ancora noi quelli accusati di spaccare".

Questa è quella che Bouteldja chiama, in maiuscolo, la BASE: "Per pensare un'alleanza dei beaufs e dei barbari bisogna cominciare col non raccontarsi storie e prendere atto dell'asimmetria degli affetti". I beaufs, scrive, se ne infischiano del razzismo e della repressione poliziesca nei quartieri, e dell'imperialismo francese in Mali o nel Sahel. I barbari ne soffrono. E però i piccoli bianchi sono vittime anche loro: dal 2008 "si stanno indigenizzando", si avvicinano pericolosamente alla povertà dei quartieri.

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Qui il libro diventa più scomodo, anche per la sinistra. Bouteldja prende sul serio il risentimento dei bianchi poveri verso l'"antirazzismo morale" degli anni Ottanta, quello di SOS Racisme e di "Touche pas à mon pote". Secondo lei lo Stato ha "subappaltato" il razzismo ai ceti popolari bianchi, che dovevano "tollerare" il vicino scuro di pelle, mentre la gauche caviar ne era dispensata dalla distanza sociale. Ammette che c'è "una parte di vero" nella lamentela "ce n'è solo per gli immigrati", ma la smonta. I soldi riversati sulle banlieue non erano giustizia sociale, ma il prezzo della pace sociale, perché i barbari stanno a poche fermate di RER dai centri borghesi: "Il denaro che compra la pace sociale è controrivoluzionario". 

Si arriva così al capitolo sulle “mani sporche". La tesi è che i proletari bianchi e non bianchi "non siano puliti": sono spesso reazionari, maschilisti, nazionalisti, e bisogna farci i conti senza demagogia. Bouteldja arriva a riconoscere ad Alain Soral, l'ideologo antisemita e complottista, di essere stato "il primo a vedere" una politica dei beaufs e dei barbari: il suo pubblico era fatto di neri, arabi e piccoli bianchi, uomini, giovani, poveri. Non per imitarlo, ma per capire quali bisogni intercettava (nazione, virilità, trascendenza) e "prenderlo a rovescio".

Le conclusioni politiche sono spiazzanti per un lettore di sinistra. Il nemico comune è l'Unione europea, "super-Stato razziale" che erode il patto sociale. Lo spazio dove beaufs e barbari possono incontrarsi è una sortita dall'Ue, un "Frexit decoloniale", e un ritorno transitorio allo Stato-nazione. Bouteldja accetta persino il tricolore e la Marsigliese se i piccoli bianchi sapranno "reiniettarvi un senso rivoluzionario", e ricorda le Coppe del mondo del 1998 e del 2018, quando sugli Champs-Élysées sventolavano insieme il blu-bianco-rosso e le bandiere dei Paesi d'origine.

L'alleanza, però, non è fusione. "Non c'è alleato per diritto divino", e la Marcia contro l'islamofobia del 2019, la prefigurazione dell'alleanza, ha "divorato" l'autonomia del movimento decoloniale. La formula operativa è questa: "Né compiacenza, né paranoia. Si sta con loro quando bisogna, contro di loro quando bisogna, separati da loro quando bisogna". Soprattutto, Bouteldja non crede nella spontaneità: si può aspettare "come Penelope" che le moltitudini trovino da sole la via del blocco storico, oppure pensare che la strategia di potere richieda una direzione politica. "È il mio caso".

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La politica del saccheggio

Se Bouteldja si chiede chi sta in piazza, Vicky Osterweil guarda che cosa la piazza fa alle vetrine. Scrittrice e attivista statunitense, ha pubblicato nell'agosto 2020 In Defense of Looting. A Riotous History of Uncivil Action (Bold Type Books), allargando un saggio uscito nel 2014 su The New Inquiry durante la rivolta di Ferguson. Il tempismo è quasi letterale: in una nota racconta di aver consegnato il manoscritto il 29 maggio 2020, due giorni dopo l'inizio dei riot di Minneapolis per George Floyd. Il libro è soprattutto una storia del saccheggio negli Stati Uniti, dalla schiavitù a oggi. La politica americana accetta quasi tutto: il voto, gli scioperi, le guerre, le esecuzioni con i droni, la tortura celebrata ogni sera nei polizieschi, la minaccia della disoccupazione e dello sfratto. Ma "rivolte e saccheggi hanno pochi difensori". I conservatori vogliono che la polizia schiacci i manifestanti. I liberal, "perché il loro amore per la legge e l'ordine è molto più grande della loro fede nella libertà", dicono che i rivoltosi danneggiano la causa o sono guidati da provocatori. Sono, scrive, "d'accordo con i fascisti che i rivoltosi siano agitatori pagati, e in disaccordo solo su chi firma gli assegni". Contro chi ferma i saccheggi per accreditarsi come interlocutore del potere è ancora più netta: "Questo libro è uno sputo nei loro occhi”. La tesi è enunciata subito: il saccheggio è impopolare "non perché sia un errore o un danno per il movimento, ma perché è spesso la sua tattica più radicale". Rifiuta "la legittimità dei diritti di proprietà, l'ingiunzione morale a lavorare per vivere e la 'giustizia' della legge e dell'ordine". E mostra che sono costruzioni sociali, "sostenute dall'ideologia, dall'economia e dalla violenza di Stato".

Osterweil parte dall'etimologia. Loot viene dall'hindi lút, bottino, ed entra in inglese nel 1788 in un manuale di "vocabolario indiano" per gli ufficiali coloniali. Le prime occorrenze di looting si riferiscono a "sikh irsuti" e a "canaglie cinesi". È dunque una parola presa a un popolo colonizzato per indicare "un rapporto non bianco e senza legge con la proprietà”. Il saccheggio che difende non è quello degli eserciti o degli imperi, ma quello di "una folla che prende cose pubblicamente, apertamente e direttamente nel mezzo di una rivolta". Ammette di amare le espressioni "spesa proletaria" e "fare la spesa gratis". Ma tiene la parola scomoda, perché "è proprio il fatto che il saccheggio stia all'incrocio tra razza e classe a dargli il suo potere tattico". Il saccheggio è per lei "un metodo di redistribuzione diretta della ricchezza": quando una merce viene presa gratis esce dal ciclo dello scambio e del profitto, e "tutto quello che c'è nel negozio smette di essere una merce e diventa un dono". Per questo è "una pratica comunitaria: non si può fare da soli". Riprendendo l'antropologo Neal Keating, lo accosta al potlatch dei popoli nativi del Pacifico nordoccidentale, la festa in cui si regala e si brucia la ricchezza accumulata, vietata dal governo canadese come ostacolo alla "civilizzazione".

Il primo capitolo, "Le radici razziali della proprietà", è il nucleo teorico del libro. Nelle Americhe le due grandi forme di proprietà erano la terra rubata agli indigeni e gli schiavi africani, "entrambe razzializzate". Osterweil cita la giurista Cheryl Harris e il suo saggio Whiteness as Property: "La bianchezza definiva lo status giuridico di una persona come schiava o libera. L'identità bianca conferiva benefici tangibili ed economicamente preziosi, ed era custodita gelosamente come un bene". Da qui la sua conclusione: la bianchezza è diventata "la meta-proprietà da cui ogni altra proprietà privata discende". E ancora: "La proprietà privata è un concetto razziale, e la razza un concetto proprietario".

Per difendere questo sistema, scrive, nasce la polizia. Il terzo capitolo, che si intitola senza giri di parole "All Cops Are Bastards", ricostruisce le prime forze moderne. La Metropolitan Police di Londra fondata da Robert Peel nel 1829, con metodi sperimentati per controllare l'Irlanda. La polizia di New York, che prende le sue regole dalle pattuglie degli schiavi del Sud e tra i suoi primi compiti ha l'applicazione del Fugitive Slave Act del 1850. La City Guard di Charleston. Il saccheggio, che è "in fondo una specie di taccheggio di massa", viene trattato "come un crimine che merita la pena di morte: durante le rivolte la polizia spara ai saccheggiatori a vista". Perché "la polizia esiste per impedire ai neri e ai poveri di minacciare i diritti di proprietà dei bianchi ricchi". Da qui la conclusione: colpendo la merce, "i saccheggiatori colpiscono anche la supremazia bianca".

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Già nell'introduzione Osterweil smonta le accuse che tornano dopo ogni rivolta, e che suonano familiari anche dopo il 17 ottobre. "Sono agitatori venuti da fuori". È "un classico della supremazia bianca", nato con i piantatori che attribuivano le rivolte degli schiavi agli yankee venuti a riempire loro la testa. Toglie a chi protesta la capacità di agire da sé, e presuppone che il mondo vada bene così com'è. "Che cosa c'è di sbagliato in un agitatore esterno? Non è quello che chiamiamo solidarietà? "Distruggono i loro stessi quartieri". È "una voluta confusione tra geografia e potere": gli edifici stanno nei quartieri neri e poveri, ma le perdite vanno ai proprietari bianchi e borghesi. Cita Assata Shakur: "Non sono loro le case. Non sono loro i negozi. Sono contenta che abbiano bruciato quei negozi, perché li derubavano già prima". E un ragazzo di Ferguson in un video virale: "Qui non possediamo niente! "I saccheggiatori sono opportunisti, non manifestanti". Separare i bravi manifestanti dai cattivi rivoltosi, scrive, riproduce la criminalizzazione dei giovani neri e li indica come bersagli legittimi della polizia. E ricorda alcuni studi sociologici degli anni Settanta secondo cui chi partecipa a rivolte e saccheggi è tendenzialmente il più informato e impegnato del quartiere. "Rubano televisori e sneakers, sono solo consumisti". È l'obiezione che riguarda più da vicino corso Vittorio Emanuele. Osterweil se la prende con i "sedicenti rivoluzionari" che approverebbero il saccheggio di pane e medicine ma non quello di "televisori a schermo piatto o sneakers costose". Chi sostiene il saccheggio del pane ma non dei liquori, scrive, sostiene i poveri "solo in lotte per la mera sopravvivenza: in altre parole, in lotte che li mantengono poveri". E ritira la propria solidarietà "quando i proletari agiscono per avere una vita più piacevole e più degna di essere vissuta".

C'è poi un'immagine che attraversa tutto il libro: la rivolta come nascita. Nella specie umana, osserva, il parto è violento e pericoloso, e così i riot: "strappano, bruciano e distruggono per dare alla luce un mondo nuovo". Possono abortire senza lasciare nulla, oppure trasformare un momento in un movimento, come fecero le donne trans nere di Stonewall. Soprattutto, per chi le vive le rivolte sono "una festa, uno sfogo gioioso e catartico", ed è proprio questa atmosfera che, secondo lei, terrorizza poliziotti e politici. A differenza della protesta, non parlano al potere: sono "una forma di comunicazione diretta" tra chi è escluso dai canali del potere.

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