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20 ottobre 2026

Mentre gli Sfera Ebbasta e Tony Effe tacciono sulle proteste, l’unico a parlare è Marracash. E una generazione vede i propri idoli più legati alle multinazionali che li sfruttano che ai loro spettatori

  • di Gianmarco Aimi Gianmarco Aimi

20 ottobre 2026

Nessuno è obbligato a essere un militante, come nessuno deve dimostrare le proprie idee politiche pubblicando un post. Ma la credibilità di un artista dipende anche dal rapporto con il mondo che racconta. E se per anni hai costruito la tua identità sulla strada, prima o poi devi fare i conti con quello che succede quando la strada si riempie davvero. Allora perché ora che l’Italia brucia solo Marracash si espone, mentre gli idoli delle nuove generazioni, che nelle loro canzoni scrivono di violenza, tacciono?
Mentre gli Sfera Ebbasta e Tony Effe tacciono sulle proteste, l’unico a parlare è Marracash. E una generazione vede i propri idoli più legati alle multinazionali che li sfruttano che ai loro spettatori

C'è qualcosa di paradossale nell'Italia degli ultimi giorni. A Milano migliaia di ragazzi scendono in piazza, molti manifestano pacificamente, molti altri si scontrano con la polizia e distruggono le vetrine dei negozi del centro. Al Sud agricoltori e autotrasportatori bloccano le strade. A Genova gli operai dell'ex Ilva arrivano a fermare l’aeroporto. Proteste diverse, problemi diversi, ma una rabbia che sembra avere qualcosa in comune: la sensazione che il futuro sia diventato un lusso per pochi. E mentre le strade tornano a riempirsi, gli artisti che proprio dalla strada hanno costruito la propria fortuna sembrano avere altro a cui pensare.

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Un'immagine dagli scontri a Bologna di questi giorni Ansa

A far emergere la gigantesca ipocrisia è stato Marracash, forse l’unico che per storia personale e credibilità artistica (e molti meno compromessi di altri con il mercato) poteva farlo. Ieri ha pubblicato un lungo messaggio su Instagram con questa premessa: «Non ho mai creduto nella protesta attraverso i social, l'ho sempre trovata troppo facile, cheap, non costa niente». Ma, nonostante questo distinguo, ha espresso il suo sostegno verso chi protesta: «Le diseguaglianze sociali sono la mia battaglia, alla ribellione ho dedicato la mia vita». E ancora: «Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all'inizio». Con una chiusura che è una dichiarazione politica: «Con le buone non cambi le cose».

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Marracash (@kingmarracash)

A seguirlo, a stretto giro, sono stati altri artisti, tutti legati all’hip hop tradizionale, anche se di nuova generazione. Guè ha sostenuto la presa di posizione di Marracash. Kid Yugi ha preso posizione sulle proteste di agricoltori e autotrasportatori in Puglia, denunciando l'assenza di risposte della politica. Sayf ha difeso le ragioni di chi manifesta, contestando il racconto di una protesta ridotta agli scontri e ai danneggiamenti, come se tutto quello che li precede non esistesse. Artie 5ive ha parlato del costo della vita, delle difficoltà economiche e delle responsabilità di una società che lascia crescere la rabbia senza preoccuparsi delle sue cause. Nayt ha sottolineato le diseguaglianze e l'indifferenza di chi, finché sta bene, preferisce non guardarsi intorno. 22simba ha difeso gli scioperi e i lavoratori, ricordando però che protestare non significa cercare vendetta. Ghali ha condiviso un messaggio di incoraggiamento ai giovani manifestanti. Luchè ha pubblicato una storia Instagram accompagnata dal pezzo Se non ci fosse la rabbia con la scritta: “Non voglio unione/Voglio divisione/Combatto con chi ha/ La mia stessa missione”. Poi c'è Fedez, che interviene a modo suo: nelle storie rilancia i contenuti del suo Pulp Podcast, denunciando “l’apocalisse al Sud e il silenzio dei media” e “gli scontri a Milano e l’emergenza sociale”, ma parallelamente promuove anche una nuova puntata del podcast con Ignazio La Russa, presidente del Senato ed esponente di Fratelli d'Italia. Insomma, non è un coro che canta all’unisono: ognuno esprime le proprie istanze in modo diverso, ma tutti rappresentano un rap che torna a discutere di ciò che succede fuori dagli studi di registrazione e dai palazzetti sold out.

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Tony Effe Ansa

Non dovrebbe essere qualcosa di strano. Una volta, neanche troppo tempo fa, la protesta non era qualcosa da commentare, era il posto in cui gli artisti, anche rap, vivevano. Nel 1990 gli Onda Rossa Posse accompagnavano il movimento studentesco della Pantera con Batti il tuo tempo. Gli Assalti Frontali nascevano dalla cultura dei centri sociali romani. A Napoli i 99 Posse trasformavano antifascismo, lavoro e ribellione in canzoni come Salario garantito, Curre curre guagliò e Rigurgito antifascista. Frankie hi-nrg denunciava mafia e corruzione in Fight da faida, poi prendeva di mira le ipocrisie della borghesia italiana con Quelli che benpensano. Non erano soltanto slogan, erano artisti che frequentavano gli stessi luoghi in cui si organizzavano le manifestazioni: centri sociali, collettivi, occupazioni, spazi autogestiti. La musica faceva parte di una comunità e spesso ne condivideva le battaglie. Nel 2001, durante il G8 di Genova, i 99 Posse erano tra i protagonisti musicali della mobilitazione. Quattro anni dopo usciva GE2001, una compilation destinata a raccogliere fondi per le spese legali dei processi seguiti a quelle giornate. Tra i partecipanti c'erano anche i Club Dogo, con Cronache di resistenza. Il rap non si limitava a raccontare il conflitto sociale, ma contribuiva perfino a pagarne le conseguenze giudiziarie. È curioso che a raccontare quanto sia cambiato questo mondo siano stati, pochi giorni prima delle proteste, proprio Fabri Fibra e Neffa. Intervistati da Rolling Stone per Zarathustra Style, il loro primo album insieme, hanno parlato della nuova scena e del modo in cui i giovani artisti vivono il successo. Fibra ha detto: «Il ragazzino che fa 100mila euro con un pezzo da classifica su Spotify però non si compra la casa, si compra la collana, te lo dico io». Neffa ha aggiunto: «Quella è musica fatta per essere consumata velocemente, non per essere ricordata».

Non parlavano delle manifestazioni, eppure, senza volerlo, hanno fotografato una frattura che oggi diventa difficile ignorare: una volta si cantava per cambiare le proprie condizioni insieme agli altri, oggi invece, in una parte consistente della scena, che potrebbe essere etichettata come trap, il successo si misura attraverso quello che si riesce a comprare. D’altronde è stata la grande promessa della trap italiana: partire dal nulla, diventare ricchi, avere tutto ciò che prima sembrava irraggiungibile. Il quartiere e le tasche vuote sono il punto di partenza, l'orologio e l’auto di lusso quello d'arrivo. E non serve necessariamente cambiare la società: basta riuscire a cambiare posto al suo interno.

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Sfera Ebbasta Ansa

Ma la scena trap è un po’ tutta così. Da Shiva a Lazza, da Tedua a Bresh, passando per Rkomi, Paky, Simba La Rue e Baby Gang (che però riesce a sponsorizzare il suo disco dal carcere), nessuno di loro è intervenuto in questi giorni sulle manifestazioni. E il silenzio che si percepisce è sorprendente, soprattutto per artisti che hanno fatto della strada, della periferia e della rabbia giovanile una parte fondamentale del proprio racconto. La trap italiana, cresciuta a braccetto con le piattaforme streaming, gli algoritmi social e le classifiche gonfiate dalle views, e che ha trovato la sua espressione nella moda, nelle supercar, nei gioielli, negli orologi, nei vestiti di lusso e nelle collabo con i brand, ora si trova a un bivio. Da una parte c’è il sogno di chi è riuscito a uscire dalla marginalità, dall'altro tutto questo è diventano il simbolo di ciò che molti percepiscono come sempre più irraggiungibile. Così si arriva al paradosso che i ragazzi, per dare un significato collettivo alla propria rabbia, siano costretti a recuperare il vocabolario dei fratelli maggiori, quando non quello dei padri.

Nessuno è obbligato a essere un militante, come nessuno deve dimostrare le proprie idee politiche pubblicando un post. Ma la credibilità di un artista dipende anche dal rapporto con il mondo che racconta. E se per anni hai costruito la tua identità sulla strada, prima o poi devi fare i conti con quello che succede quando la strada si riempie davvero. Adesso il problema per gran parte della scena trap non è soltanto quello di apparire indifferente, ma è quello di essere percepiti, agli occhi di chi protesta, proprio come simboli di quel sistema di diseguaglianze contro cui si sta ribellando una generazione. E mentre le vetrine vengono distrutte e saccheggiati gli oggetti del desiderio raccontati in centinaia di canzoni trap, il rischio è che un giorno non basti più raccontare di essere venuti dalla strada. Perché chi oggi lotta per una società diversa, non trovando in loro dei riferimenti, potrebbe iniziare a percepirli come quelli che ce l'hanno fatta, sì, ma che poi si sono dimenticati di tutti gli altri.

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