Il disagio giovanile, i pochi soldi investiti nell'istruzione, la carenza di politiche sociali e la dura vita nelle periferie sono soltanto la punta dell'iceberg. Sotto, molto sotto, nella profondità che nessuno ha il coraggio di scrutare, si muovono le vere ragioni che hanno portato decine di migliaia di giovani e giovanissimi, non a protestare per legittime richieste, ma a demolire le strade di mezza Europa. La Francia, un interessante laboratorio che ci consente di capire già da qualche anno cosa sta covando nei meandri del continente, ci dimostra come le manifestazioni legali si prestino sempre più spesso - loro malgrado, ci mancherebbe – a trasformarsi in trampolini di lancio per guerriglie urbane, o peggio, guerre civili a pezzi. In principio queste rivoluzioni capitanate da ragazzini di seconda generazione avvenivano quando moriva un loro coetaneo nelle banlieue francesi, dopo un inseguimento finito male con la polizia o un pestaggio esagerato da parte di agenti eccessivamente facinorosi. Poi le scene di vandalismo hanno iniziato a seguire il ritmo dei campionati di calcio: apocalissi al termine delle finali giocate dal Paris Saint-Germain, delle partite ai Mondiali della nazionale francese e persino da quella marocchina. Adesso siamo andati ben oltre, con esplosioni di guerra civile a macchia di leopardo in concomitanza con l'inasprimento delle tensioni internazionali, della rabbia sociale e dell'avvicinamento di elezioni politiche.
Il problema è che i ragazzini che imbrattavano i monumenti con le scritte “Fuc* Police” hanno lasciato spazio a vere e proprie gang criminali, le stesse che si sono addestrate nelle varie Grenoble, Marsiglia e Lione, piene di armi, inserite nel business della droga e ben addestrate a tenere testa ai gendarmi. Ecco, a Parigi qualcuno ha iniziato a chiedersi cosa diavolo c'entrino il caro vita e i pochi soldi investiti dal governo Macron nella scuola con questa gente: una beata minc*ia. E infatti si susseguono esperti, analisti d'ingelligence e politici che offrono spiegazioni alternative. C'è chi accusa il mondo progressista di non aver investito adeguatamente nella sicurezza e chi tira in ballo le ombre islamiche ben felici di soffiare sul fuoco del malcontento. Esattamente un anno fa, a proposito, proprio Emmanuel Macron convocava i ministri per discutere un rapporto statale che imputava ai Fratelli Musulmani la conduzione di una campagna occulta, tramite intermediari locali, per sovvertire i valori e le istituzioni laiche della Francia. Il rapporto chiedeva interventi per arrestare la "lenta e inesorabile diffusione dell'islam politico", definita una minaccia alla coesione sociale.
Non sappiamo che fine abbia fatto il rapporto francese, ma sappiamo che alla finestra troviamo i sorridenti Donald Trump e Vladimir Putin, ormai alleati di fatto, contentissimi che l'Europa coli a picco, pronti a dividersi quel che resterà del continente. Magari non c'entrano niente, i due, ma la riuscita del loro piano dipende dalla caduta della Francia, dall'indebolimento dell'unico Paese dell'Ue a possedere un proprio arsenale atomico nazionale unito a una proiezione globale e interessi diffusi in più regioni. Non solo: le elezioni presidenziali francesi sono sempre più vicine (aprile) e il Rassemblement National di Marine Le Pen, mai come questa volta, è data a un passo dalla vittoria finale. Anzi: la sensazione è che, con altri due fine settimana di saccheggi, la signora possa anche smettere di fare campagna elettorale tanti sono i voti che riuscirà a guadagnare gratuitamente. Ma con Le Pen all'Eliseo cosa accadrebbe? Parigi smetterebbe di sostenere l'Ucraina e riprenderebbe a dialogare con la Russia.