Quando è uscito “Le cose in natura semplicemente crescono “di Yiyun Li, scrittrice cinese naturalizzata statunitense di chiara fama, è stato accolto immediatamente come un capolavoro. La finale al National Book Award for Nonfiction e, successivamente, la vittoria del Pulitzer Prize for Memoir or Autobiography non hanno fatto che confermare un'impressione pressoché unanime. La scrittrice ha costruito questo libro, pubblicato in Italia da NN in una bellissima traduzione di Laura Noulian, attorno alla morte del suo secondogenito, suicidatosi dopo il primo semestre di università, dopo che, qualche anno prima, aveva già perso per la stessa causa il suo primogenito. Anche in Italia, seguendo la parabola delle recensioni uscite sui giornali o dei reel pubblicati su Instagram, YouTube e TikTok, il libro di Yiyun Li è stato accolto, in modo pressoché unanime, come un capolavoro. Io, in realtà, ho un'opinione molto diversa, più estrema, se volete anche più ardita, forse sbagliata, sicuramente errabonda. Per me questo è un libro impossibile. Meglio che spieghi però.
Le pagine di Yiyun Li, infatti, mescolano senza soluzione di continuità la riflessione di stampo filosofico a quelle di diario intimo e personale, intervallate da momenti di vita vissuta ed evocata assieme ai figli Vincent e James, fino ai ricordi della sua infanzia in Cina. Pagine che, è bene dirlo subito, dal punto di vista della tecnica narrativa e letteraria sono praticamente perfette. Anche grazie alla traduzione, egregia, di Laura Noulian, Le cose in natura semplicemente crescono ha una prosa elegante e rigorosa, che non si perde mai in sentimentalismi faciloni (trappola nella quale, beninteso, sarebbe stato anche umano cadere) ma neppure è caratterizzata da una certa freddezza di fondo. Certo, si leggono pagine molto intime sulla vita di Yiyun Li e della sua famiglia, dei suoi figli naturalmente, ma non si prova mai un senso di "colpa" per stare leggendo qualcosa di segreto, come se si stesse sbirciando dal buco della serratura.
Ma allora perché è un libro impossibile? Beh, perché credo che critiche e critici, giornaliste e giornalisti, blogger e affini si siano scordati di un dato umano, troppo umano, che penso chiunque di noi, dopo aver letto anche solo sommariamente la trama su internet, abbia avuto ben presente: come ha fatto, non tanto a scrivere un libro, quanto a continuare a vivere, una madre, una scrittrice e una persona in generale dopo aver perso i suoi due figli per suicidio? È questa la domanda, a mio modesto avviso, da porsi per analizzare questo libro, ogni sua pagina, ogni suo pensiero, ogni sua riflessione sulla vita, sull'arte e sulla morte, che poi hanno confini sempre più labili, come si capisce leggendo Li.
Ma tanto è impossibile questo libro, almeno sulla carta, quanto è incredibile che sia venuto fuori in questo modo, con momenti che, non vi nego, rimarranno scolpiti in me per sempre: «In questo abisso che chiamo vita, i fatti, con la loro logica, il loro significato, il loro peso, sono ciò a cui mi aggrappo. Non è molto, eppure è il meglio che posso fare».
Ovviamente avrete capito come mai, neppure incidentalmente, in queste pagine troverete una qualche forma o formula di auto-aiuto o di escamotage per superare un dolore, di qualsiasi tipo. Non era questo l'interesse di Yiyun Li; la scrittrice, anzi, lo sottolinea sempre con la sua quieta fermezza. Tuttavia è altresì vero, ed è il motivo per cui non ora, non oggi, non voglio gridare al capolavoro per un'opera come questa, bensì, lo ribadisco, al "libro impossibile", quindi potenzialmente a qualcosa di molto più grande, di molto più oltre, di molto più fuori dall'ordinario, che leggendo certi pensieri trovare la strada per capire il dolore, non per superarlo o dimenticarlo, non è una chimera.
«Chi ha imparato a nuotare nell'infanzia tende a farlo senza pensare a ciò che fa. Per alcuni, la stessa cosa vale con la vita: vivere è un processo naturale. Questo non è mai stato il mio caso né quello dei miei figli (...) Nuotare è una cosa che ho imparato per amore dei miei figli; adesso lo faccio per me stessa.»
Nelle pagine finali, quelle dedicate alla pratica del nuoto, iniziata dalla scrittrice-madre "per amore dei figli" e poi proseguita "per me stessa", rintraccio il senso più intimo del libro. Un libro che non è sbagliato, almeno secondo me, definire come "gli anni del pensiero liquido", mutuando il titolo di Didion dedicato al "pensiero magico", non a caso un altro libro sul lutto (la stessa Didion, del resto, viene evocata un paio di volte proprio in Le cose in natura semplicemente crescono). Un pensiero liquido che non ci offre né una salvezza né una scialuppa di salvataggio, ma ci permette di capire come con il dolore si debba convivere, almeno finché si vive, e di come la vita sia indissolubilmente collegata al suo opposto, la morte. Yiyun Li, con la grazia e la fermezza delle grandi scrittrici, ben diverse dalle "grandi scrittrici" ricolme di retorica, non fornisce soluzioni né ci dà risposte, ma si pone costantemente domande e, in questo ritmo cadenzato, trova il suo passo per nuotare tra le cose del mondo. Respiro, bracciata, spinta con i piedi; respiro, bracciata, spinta con i piedi; respiro, bracciata, spinta con i piedi. Questo è il ritmo della vita, questo è lo spartito con cui le cose in natura, semplicemente, crescono, poi muoiono e ancora rinascono fra i nostri pensieri.