Come si racconta lo sguardo? No, non quello che noi rivolgiamo agli altri, sarebbe fin troppo semplice, ma quello che gli altri rivolgono a noi, il momento esatto nel quale smettiamo di essere il centro silenzioso della nostra percezione del mondo e diventiamo, quasi senza accorgercene, un'immagine dentro gli occhi di qualcun altro. È una domanda che, a ben vedere, attraversa buona parte della cultura occidentale, da Omero fino a Jean-Paul Sartre, eppure non credo di aver mai avuto la sensazione che qualcuno riuscisse davvero a metterla in scena come mi è capitato leggendo Nabanjin, il nuovo fumetto "double-face" di Cyril Pedrosa e Taiyō Matsumoto pubblicato da J-Pop. Perché, in fondo, è proprio questo il cuore del libro: non il viaggio di un uomo verso un Paese sconosciuto, ma il momento esatto nel quale scopre che lo straniero, agli occhi degli altri, è lui.
Detta così sembrerebbe quasi una questione filosofica, una di quelle formule che rischiano di evaporare proprio mentre le pronunci, e invece è qualcosa di estremamente concreto, quasi fisico. Chiunque abbia viaggiato davvero, e per "davvero" non intendo il turismo organizzato, ma quell'istante in cui ti accorgi di non comprendere più una lingua, un gesto, un sorriso, perfino la distanza che due persone mantengono mentre parlano, conosce quella sensazione stranissima: fino a un secondo prima eri convinto di osservare il mondo, poi improvvisamente ti rendi conto che il mondo sta osservando te. È una scoperta quasi infantile e insieme devastante, perché capisci che la normalità non era una proprietà delle cose, ma semplicemente il punto da cui le guardavi.
È qui che Nabanjin smette di limitarsi a raccontare una storia e decide di sporcarsi le mani, di arrotolarsi le maniche della camicia e provare a mettere in scena qualcosa che normalmente sfugge a quasi ogni forma di narrazione. Non quando un mercenario portoghese, sopravvissuto a un attacco di pirati, approda sulle coste del Giappone del XVI secolo, ma nel momento in cui quel gigantesco corpo europeo, rosso di capelli, incapace di articolare una sola parola comprensibile per chi lo circonda, smette di essere semplicemente un uomo e diventa l'oggetto dello sguardo degli altri. Certo, la trama è questa, quella che potete leggere in qualunque scheda editoriale: un portoghese naufraga, viene salvato da un anziano pescatore e, lentamente, entra in contatto con una comunità che non condivide nulla della sua cultura. Ma sarebbe davvero un peccato fermarsi qui, perché Pedrosa e Matsumoto sembrano interessati a qualcosa di molto più profondo della ricostruzione storica. La loro non è una storia di esplorazioni. È una storia di percezioni. Di noi e degli altri, giustappunto.
E questa, a pensarci bene, è una differenza enorme. Perché l'esplorazione riguarda lo spazio; la percezione riguarda l'identità. La prima si chiede dove siamo arrivati, la seconda chi siamo diventati una volta arrivati. Nabanjin, da questo punto di vista, è molto meno interessato al fatto che Ferunando approdi sulle coste del Giappone di quanto lo sia al modo in cui quello sbarco lo costringe a ridefinire se stesso. Non cambia il suo corpo. Non cambia la sua storia. Cambia il luogo dal quale viene guardato. E, qualche volta, basta questo.
Forse è anche per tale motivo che, chiudendo il libro, mi è venuto da pensare che un fumetto del genere non avrebbe potuto esistere in nessun altro linguaggio. Un romanzo avrebbe potuto raccontare i pensieri del protagonista, il cinema avrebbe potuto mostrarne il volto, ma il fumetto possiede una caratteristica che troppo spesso dimentichiamo: costringe il lettore ad abitare continuamente punti di vista differenti senza nemmeno dichiararlo. Basta una tavola, basta la disposizione di una sequenza, basta il ritmo con cui gli occhi attraversano una pagina, e ci ritroviamo a guardare il mondo da una coscienza che non è più la nostra. Prima ancora di essere un linguaggio narrativo, il fumetto è una straordinaria pedagogia dello sguardo.
Ed è curioso che questo accada proprio oggi, in un'epoca nella quale siamo letteralmente sommersi dalle immagini ma sembriamo interrogarci sempre meno sul loro funzionamento. Guardiamo continuamente e comprendiamo sempre meno. Produciamo miliardi di fotografie, video, reel, storie, contenuti, eppure ci fermiamo raramente davanti a una domanda elementare: che cosa significa essere guardati? Non è una differenza da poco. Guardare è un atto di potere; essere guardati significa, almeno in parte, perdere il controllo della propria immagine. È qualcosa che Sartre aveva intuito con una precisione impressionante, anche se la sua frase più celebre «l'inferno sono gli altri» è diventata una di quelle formule che continuiamo a ripetere senza quasi più ricordarne il senso.
Perché Sartre non stava affatto dicendo che gli altri siano insopportabili o che la convivenza rappresenti una condanna. Stava dicendo qualcosa di molto più radicale: è lo sguardo dell'altro a costringerci a diventare qualcuno. Finché resto da solo posso immaginarmi come preferisco, costruire la versione più conveniente di me stesso (oggi diremmo un avatar, un profilo Instagram, una biografia/curriculum su LinkedIn, poco cambia) ma basta che qualcuno mi osservi perché quel racconto venga improvvisamente sottratto al mio controllo. Divento un'immagine. Divento una presenza nel mondo degli altri. Divento, in una parola, interpretabile.
È esattamente ciò che accade al buon Ferunando. Il suo corpo non cambia. Cambia il luogo dal quale viene osservato. Quella che per lui è sempre stata una capigliatura normale diventa un segno di alterità. La sua altezza diventa sproporzione. La sua lingua diventa rumore. I suoi gesti perdono qualunque naturalezza e acquistano, agli occhi dei giapponesi, qualcosa di ambiguo, perfino di minaccioso. Ma il punto è che lo stesso identico processo avviene nella direzione opposta. Anche il Giappone diventa indecifrabile per il portoghese. Forse è questa la più grande illusione di ogni civiltà: credere di occupare il centro del mondo semplicemente perché guarda il mondo dal proprio centro. Basta però cambiare gli occhi attraverso cui osserviamo le cose perché quel centro evapori. Nessuno occupa davvero una posizione privilegiata. Siamo tutti periferia rispetto allo sguardo di qualcun altro. Ogni riferimento a Lacan, è voluto, giuro.
È una cosa che la nostra tradizione culturale conosce benissimo, anche se continuiamo ostinatamente a dimenticarcene. A me è tornata in mente l'Odissea. Non tanto il naufragio quanto ciò che accade subito dopo, quando Odisseo approda presso i Feaci e incontra Nausicaa, incarnazione forse più limpida di uno dei concetti fondamentali della civiltà greca: la xenia. Noi la traduciamo con "ospitalità", ma è una traduzione un po' pigra. La xenia non consiste semplicemente nell'accogliere uno straniero; consiste nel sospendere il giudizio. Prima riconosci un essere umano, poi gli chiedi il nome, la provenienza, le intenzioni. Prima la relazione, poi l'identità. Ed è forse anche per questo che continuo a trovare curiosa la scelta di Christopher Nolan di costruire il proprio immaginario omerico insistendo tanto sulla xenia e lasciando però fuori Nausicaa, che della xenia rappresenta probabilmente il momento più alto. Ma questa è un'altra storia. O forse no.
Perché Nabanjin, nell'evocare proprio quel principio, trova la sua dimensione più universale. Non racconta tanto un conflitto fra civiltà (espressione orribile, me ne scuso, ma ci siamo capiti) quanto l'intervallo che precede qualunque possibile conflitto, quel momento fragilissimo nel quale nessuno ha ancora deciso se l'altro sia un ospite, un nemico, un mostro oppure semplicemente qualcuno che non riesce ancora a comprendere. È un istante brevissimo, quasi invisibile, eppure è probabilmente lì che nasce ogni forma di convivenza. Ed è anche il momento nel quale il fumetto smette definitivamente di essere un racconto storico e diventa qualcos'altro. Perché la domanda non riguarda più soltanto il Giappone del Cinquecento. Riguarda noi. Riguarda il modo in cui continuiamo a costruire la figura dello straniero, salvo poi scoprire, ogni volta che attraversiamo davvero un confine, geografico, linguistico, culturale o perfino esistenziale, poco importa, che nello sguardo di qualcun altro siamo inevitabilmente noi a occupare quel ruolo.
Solo che, arrivato a questo punto, mi sono accorto che stavo continuando a leggere Nabanjin come si leggono quasi tutti i racconti di viaggio: un europeo arriva in Giappone, scopre un mondo sconosciuto, quel mondo scopre lui, si osservano reciprocamente e, nel migliore dei casi, imparano a convivere. È una lettura legittima, naturalmente, ma credo che finisca anche per tradire il libro, perché continua a pensare che il centro della narrazione siano i personaggi, quando invece, pagina dopo pagina, mi sono convinto che il vero protagonista sia il modo in cui quello sguardo viene costruito, quasi che Pedrosa e Matsumoto fossero interessati meno alla storia che al dispositivo capace di renderla possibile.
È una differenza sottile, ma decisiva, e forse riguarda proprio il fatto che Nabanjin non nasce dall'immaginazione di un solo autore, bensì dall'incontro di due autori che, almeno sulla carta, avrebbero avuto tutte le ragioni per non riuscire a lavorare insieme. Da una parte Cyril Pedrosa, portoghese, cresciuto dentro quella straordinaria tradizione della bande dessinée francofona che ha sempre pensato il fumetto come un linguaggio letterario prima ancora che popolare; dall'altra Taiyō Matsumoto, uno dei pochissimi mangaka contemporanei ad aver costruito un immaginario che sfugge sistematicamente alle convenzioni del manga stesso, quasi fosse sempre rimasto, anche in patria, un autore laterale. Sarebbe bastato questo perché qualche ufficio marketing costruisse il classico racconto dell'incontro fra Oriente e Occidente, due maestri, due sensibilità, due mondi che finalmente dialogano. Francamente, sarebbe stato anche piuttosto noioso.
Perché gli incontri fra culture, almeno come ce li raccontiamo oggi, finiscono quasi sempre per essere racconti rassicuranti. Si insiste sulle contaminazioni, sui ponti, sul dialogo, sulle influenze reciproche, dimenticando che ogni incontro autentico comincia, prima di tutto, come un gigantesco equivoco. Nessuno comprende davvero l'altro. Nessuno possiede il vocabolario necessario per interpretarne i gesti. Eppure è proprio quell'equivoco a rendere possibile l'incontro. Se ci capissimo perfettamente fin dal principio, probabilmente non avremmo nemmeno bisogno di raccontare storie.
È qui che, forse, Nabanjin compie la sua operazione più intelligente, il famoso “scarto”, perché Pedrosa e Matsumoto sembrano rifiutare l'idea stessa di una sintesi. Non cercano mai una lingua intermedia nella quale annullare le rispettive differenze, non costruiscono un compromesso estetico nel quale il lettore possa dire "qui finisce Pedrosa e qui comincia Matsumoto", ma fanno qualcosa di molto più raro: lasciano che i loro sguardi rimangano irriducibili e trasformano proprio quella distanza nella materia del racconto. È come se il libro fosse stato scritto non nonostante la differenza, ma grazie alla differenza.
A questo punto che mi è venuta in mente una parola tedesca che trovo bellissima, Spiegelspiel, gioco di specchi. Questa parola descrive con una precisione sorprendente ciò che accade in questo fumetto: ogni sguardo genera un altro sguardo, ogni osservatore diventa, nello stesso istante, oggetto dell'osservazione altrui, e il risultato non è mai un semplice riflesso, bensì una trasformazione continua. Ferunando cambia perché il villaggio lo guarda; il villaggio cambia perché Ferunando esiste; Pedrosa cambia perché deve misurarsi con Matsumoto; Matsumoto cambia perché deve misurarsi con Pedrosa; e il lettore, quasi senza rendersene conto, entra nello stesso dispositivo, finendo per osservare se stesso mentre osserva loro.
È una struttura che mi ha ricordato più la pittura che il fumetto. Mi sono tornate in mente Las Meninas di Velázquez, quel quadro impossibile nel quale ancora oggi non sappiamo stabilire con certezza chi stia guardando chi: se noi osserviamo l'infanta, se Velázquez stia osservando noi, oppure se il vero centro della scena siano i sovrani riflessi nello specchio sul fondo. Ogni interpretazione funziona e, nello stesso tempo, nessuna basta. Il quadro continua a spostare il punto di vista, costringendoci a cambiare continuamente posizione. Forse è proprio questa la definizione migliore di un'opera d'arte: quella che non ti permette di guardarla sempre dallo stesso posto.
Nabanjin fa qualcosa di molto simile. E, a pensarci bene, è esattamente ciò che aveva intuito anche Omero con la xenia. Continuiamo a tradurla con "ospitalità", ma forse dovremmo tradurla con una parola molto meno elegante: disponibilità a lasciarsi cambiare dallo sguardo di chi arriva da fuori. Perché accogliere uno straniero significa, inevitabilmente, accettare che la propria immagine del mondo non sia più sufficiente a spiegare il mondo stesso. Lo straniero non porta soltanto merci, racconti o religioni. Porta un altro punto di vista. E ogni punto di vista, se preso sul serio, incrina il nostro.
Forse è questa la ragione per cui continuo a pensare che Nabanjin sia destinato a rimanere. Non perché racconti un episodio storico poco frequentato, né perché metta insieme due autori straordinari, e nemmeno perché sia, semplicemente, un fumetto bellissimo (tutte cose vere, peraltro) ma perché riesce a fare qualcosa che il fumetto, quando raggiunge il suo punto più alto, sa fare meglio di qualsiasi altro linguaggio: trasformare il lettore in uno dei personaggi del libro senza che questi se ne accorga. Quando chiudiamo l'ultima pagina crediamo di aver osservato Ferunando, il Giappone, Pedrosa e Matsumoto; in realtà abbiamo osservato soprattutto noi stessi, o meglio il modo in cui continuiamo, ogni giorno, a costruire la figura dello straniero, salvo poi scoprire che, da qualche parte, nello sguardo di qualcun altro, quel forestiero siamo sempre stati noi. Un gioco di specchi, appunto, che continua a riflettersi fra le onde salmastre del Mar del Giappone, gli occhi di Ferunando, quelli dei pescatori che lo raccolgono e le tavole di un fumetto double-face, fino a raggiungere, inevitabilmente, anche noi.