Ottocento anni dalla nascita di San Francesco, il santo dei poveri e degli ultimi, patrono tirato per la giacchetta, ambientalista. Possiamo dirlo? Ci sembra che l’interpretazione di parte più interessante sia invece quella che lo vuole precursore, col suo movimento, del capitalismo. Ne scrisse lo storico Giacomo Todeschini in Ricchezza francescana: Dalla povertà alla società di mercato (Il Mulino, 2004). Il ragionamento è interessante.
La conversione di Francesco nasce da un sogno premonitore, in cui il ragazzo di Assisi vedrà la sua casa piena, invece che di stoffe e merci, di armi. La narrazione del sogno premonitore di Francesco è giocata sull'evidente ambiguità che si crea tra le merci da vendere e le armi con cui combattere. Francesco sarà un soldato di Cristo (un'immagine questa poi molto ripresa in ambiente francescano), ma il sogno sembra dirci anche che le armi di Francesco hanno a che vedere con la realtà quotidiana del mercante: prendono il posto delle balle di stoffa. Le merci dovranno tramutarsi in strumenti di conversione; il mercante dovrà diventare un agguerrito evangelizzatore.
Man mano che l'ideale francescano di fraternità si diffonde, prende piede la convinzione che beni e possesso vadano tenuti a distanza. Scegliere l'ascesi e la povertà diventa così un compito a cui non ci si può sottrarre, se si vuole vivere la fede in modo operoso e fecondo. Nei due secoli che precedono Francesco, gli eremiti e i fondatori di nuove comunità monastiche avevano guardato all'economia del loro tempo, e in particolare a quella monetaria e mercantile allora agli inizi, come a un universo imprenditoriale dai contorni ambigui. Era un mondo da disciplinare, ma anche da leggere attraverso l'aspirazione al guadagno spirituale che muoveva una Chiesa reduce dagli scontri con gli imperatori e con i grandi signori laici. In questa prospettiva mercanti e denaro erano sembrati realtà da ordinare e tutelare, perché operassero a beneficio di una cristianità ancora in via di formazione.
Il giudizio sul denaro resta senz'altro negativo in tutte e due le redazioni della Regola francescana, quella originaria e quella che il papa approva nel 1223. Lo stesso vale per ogni rapporto dei frati con la ricchezza, ammesso soltanto quando lo impongono il bisogno e la sopravvivenza. Il solo profitto consentito è quello dello spirito: nessuna somma può misurare la Grazia che ottiene chi aiuta il prossimo, e in particolare i poveri, lo siano per scelta o per costrizione. Con il tempo, però, pesa sempre di più l'esigenza di rispondere a bisogni ritenuti naturali. La ricchezza si rivela indispensabile per rimediare a una debolezza che appartiene alla società stessa. La condanna che aveva colpito il denaro, quindi, non si estende alla ricchezza. I francescani arrivano a riconoscere come legittima la ricchezza dei privati, purché serva al bene di tutti oltre che alle necessità di chi la possiede. Su questo approdo influisce anche il fatto che dalla proprietà altrui dipendeva la loro stessa esistenza.
Per i francescani dal Duecento e Trecento, nel «mercante» c'è qualcosa di altamente virtuoso che ne fa un interlocutore privilegiato dei poveri in Cristo. Come spiega Todeschini, è “un protagonista laico della ricchezza transitoria, ossia dell'investimento spericolato, un promotore della circolazione di ricchezze utili alla società cristiana nel suo insieme”. E ancora: “La razionalità dei «mercanti» appare ormai ai predicatori e confessori francescani come la forma primaria di una razionalità civica in grado di distinguere fra uso mobile e appropriazione egocentrata dei beni economici, cioè fra organizzazione economica riconosciuta da tutti come pubblica e amministrazione esclusivamente privata delle ricchezze presenti all'interno della città o dello stato”.
Ne risultava un intreccio fra economia del profitto e reciprocità solidale. Una simile simbiosi, tuttavia, poteva realizzarsi solo per iniziativa di gruppi sociali dai confini netti. Per sua stessa natura presupponeva una condizione: la magnificenza poteva crescere, e il benessere della città moltiplicarsi, solo dopo aver individuato e messo da parte le presenze ritenute inutili ed estranee. Già nel Duecento una distanza separava gli usurai dai mercanti che agivano come cambiavalute o banchieri. Ora l'immagine francescana del mercato la fissa in una forma precisa: quella fra individui esterni alla comunità economica dei cristiani e gruppi che costituiscono tale comunità civica.
In un primo tempo anche gli ebrei furono annoverati fra gli usurai, soprattutto perché estranei alla cerchia cristiana. Dal Quattrocento, però, la situazione muta. Il prestito ebraico, regolato da intese fra banchieri ebrei e città cristiane, è senza dubbio uno degli elementi decisivi che permettono alla riflessione economica francescana di giungere a un ulteriore sviluppo. La novità sta nella rinnovata diffusione degli ebrei in Italia, ma anche nel modo in cui essi entrano nel tessuto sociale: grazie ad accordi che le città stringono con loro per libera e deliberata scelta. Nella tradizione francescana del Due e del Trecento, il mondo degli scambi e degli usi vantaggiosi per la società aveva fatto coincidere il mercato con la comunità cristiana. Ora quel mondo comincia a trasformarsi. Ciò che viene percepito come un pericolo per l'universalità religiosa ed economica della cristianità, e per il suo assetto economico, induce i francescani a reagire rivedendo il proprio modello di sviluppo sociale. Agli occhi dei francescani dell'Osservanza il mercato inizia a presentarsi come uno spazio da estendere e da proteggere.
Proviamo a festeggiarlo così!