Cos’è lo scontento se non il disincanto del mondo. L’incanto è: recitare formule magiche, che non sono le illusioni, l’intrattenimento dei prestigiatori. Le formule magiche sono i canti che dischiudono, senza esaurirlo, il mistero.
La poesia, per questo, è sempre una voce che si alza contro il disincanto del mondo, cioè contro un mondo che non vuole dirsi a parole e si dice, invece, con le armi, con la violenza, con la sopraffazione, con il mutismo, con la lotta continua (che è spesso anche la sterile polemica), con le immagini che non vogliono dire nulla.
Parola va intesa, allora, non tanto come lemma, ma come lo strumento per dire, cioè quella cosa che tutti abbiamo, chissà perché, chissà da chi, per “suonare” il mondo, per lasciarci risuonare nel mondo.
Disincanto è alienazione, starsene fuori a dormire. L’incanto è starsene dentro belli svegli. I Sette canti contro lo scontento di Davide Rondoni (Garzanti, 2026) sono un atto di resistenza del poeta durante la notte di veglia del nostro presente, che va così e così, alcuni giorni più male che bene, altri giorni più bene che male, e che in ogni caso necessita, nel pieno della battaglia, di qualcuno che continui, nonostante tutto, a recitare formule magiche, a chiamare le cose, e cioè non solo a viverle ma a volerle dire, volerle dichiarare:
Dammi l’albero – e dammi la parola albero
dammi l’incanto – e dammi la parola incanto
dammi il mare – e dammi la parola mare
e il cielo dammi – e, se c’è, la parola che lo può chiamare
dammi lei sotto la pergola – e dammi la parola amore
La domanda ora è: con queste parole cosa si dice? Si dicono, come ho scritto, solo le cose? No, ho sbagliato. Si dicono, semmai, le relazioni con le cose, cioè il rapporto di dipendenza. Il poeta è, in questo senso, l’essere che esprime meglio il suo rapporto di dipendenza col mondo, la sua relazione con esso.
Ma proprio perché è l’essere dipendente per eccellenza, il poeta è anche, in un certo senso, l’essere-figlio per eccellenza, cioè la “creatura” esemplare.
Davide Rondoni, con questo libro, sembra rispondere alla sua raccolta subito precedente, La natura del bastardo (Mondadori), in cui ci ricorda che Dio si è imbastardito, si è manifestato come creatura. Qui è l’uomo che deve darsi una svegliata e ricordarsi di essere creatura. Se può farlo Dio, se Gesù può mettersi in un rapporto di dipendenza con il mondo, perché non può farlo l’uomo?
È un esercizio quotidiano, che si fa in viaggio, al bar, la sera, durante le cene, le feste, alla fine di un festival, in aeroporto. È quello che fa Rondoni con i suoi Sette canti, il poeta-creatura che insegue il killer-scontento, che tocca come in un gioco per bambini la spalla degli esseri umani per attaccargli l’amnesia dell’origine, della direzione, che cancella dalla testa tutte le domande, che affondano necessariamente nel passato e sono tese necessariamente verso il futuro.
Oggi la gente si mostra, è eternamente presente, pescata fuori dalla storia a morire asfissiata di desideri.
Questi Sette canti contro lo scontento sono la caccia ai killer del presente, la perdita di desiderio, tensione e mistero, la perdita delle parole in un mondo che di parole, notava anni fa proprio Rondoni, ne ha fin troppe (altro che società delle immagini).
Due poesie a Sette canti contro lo scontento di Davide Rondoni (Garzanti, 2026) (per una difficoltà tipografica non possiamo riportare correttamente certe spaziature)
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Oriana Fallaci era rock contratto
di là da Central Park nella luce estiva diceva cose sagge e incazzate, mille sigarette, il cancro mano in gola che rapisce, Ratzinger l’unico che capisce –
mentre di qua da alberi in gloria nuda nella bella casa dei Monda che nella mente svanisce a pranzo erano la Rossellini, la danzatrice Alessandra e Jovanotti il cantante il regista Garrone di successo
ma tu ricordi bene solo lei
la donna del lanciatore di coltelli
poi svanita dalle cene e dalle conversazioni
come fai? chiedile a un passo
dal medesimo esser preso di mira:
lo fisso
lo fisso, dice sorridendo e perdendosi
nei cocktail nei farmaci o che buio
di Manhattan l’attira, lei dice: devo
guardarlo negli occhi fidarmi
di lui, sì, adesso
non muovermi, niente
niente paura
se non mi fido completamente, se
solo d’un soffio mi faccio
di lato, millimetricamente
lui mi trafigge, mi sfigura
ricordati solo di lei, gli occhi fissi – mentre gli altri andavano alla fama, viene un’epoca dove vanno forte le previsioni del tempo, la teologia della moneta, e
«respect respect» ripetono vacui
adorano il nuovo dio pianeta – ma senza mistica non ci sarà politica, non c’è visione del tempo, vanno forte ansiolitici e aperitivi in scenari da incanto… vanno forte le previsioni del tempo…
ma il destino è un lanciatore di coltelli
fissalo negli occhi fidati di lui
*
Dammi contro lo Scontento l’inesorabile
profumo del basilico
la tempia bianca di chi ha amato da impazzire
e di chi avvita la caffettiera un milione di volte
nella stessa cucina
l’occhiata stanca, visitata da fronde di gioia
di chi genera lieto, non ha nulla e cade, cade
cade da tutti i piani della libertà ponteggio
crolla tra nastri e tubi, funi, incroci
pezzi di cielo, reti, il lavoro di
vivere e crollare costruendo –
vita, non pareggio