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22 giugno 2026

Contro il disincanto del mondo la poesia che urla alla vita. “Sette canti contro lo scontento” di Davide Rondoni

  • di Riccardo Canaletti Riccardo Canaletti

22 giugno 2026

Sette canti per resistere a un mondo senza simpatia per la vita, per le cose, per il mondo e per chi c’è dietro, per il grande “dietro le quinte” dell’esperienza, dove solo la poesia, l’arte, arriva. Sette canti di Davide Rondoni, a dieci anni dall’ultima raccolta organica. Un libro che urla contro il presente
Contro il disincanto del mondo la poesia che urla alla vita. “Sette canti contro lo scontento” di Davide Rondoni

Cos’è lo scontento se non il disincanto del mondo. L’incanto è: recitare formule magiche, che non sono le illusioni, l’intrattenimento dei prestigiatori. Le formule magiche sono i canti che dischiudono, senza esaurirlo, il mistero. 

La poesia, per questo, è sempre una voce che si alza contro il disincanto del mondo, cioè contro un mondo che non vuole dirsi a parole e si dice, invece, con le armi, con la violenza, con la sopraffazione, con il mutismo, con la lotta continua (che è spesso anche la sterile polemica), con le immagini che non vogliono dire nulla. 

Parola va intesa, allora, non tanto come lemma, ma come lo strumento per dire, cioè quella cosa che tutti abbiamo, chissà perché, chissà da chi, per “suonare” il mondo, per lasciarci risuonare nel mondo. 

Disincanto è alienazione, starsene fuori a dormire. L’incanto è starsene dentro belli svegli. I Sette canti contro lo scontento di Davide Rondoni (Garzanti, 2026) sono un atto di resistenza del poeta durante la notte di veglia del nostro presente, che va così e così, alcuni giorni più male che bene, altri giorni più bene che male, e che in ogni caso necessita, nel pieno della battaglia, di qualcuno che continui, nonostante tutto, a recitare formule magiche, a chiamare le cose, e cioè non solo a viverle ma a volerle dire, volerle dichiarare: 

 

Dammi l’albero – e dammi la parola albero 

dammi l’incanto – e dammi la parola incanto

dammi il mare – e dammi la parola mare

e il cielo dammi – e, se c’è, la parola che lo può chiamare

dammi lei sotto la pergola – e dammi la parola amore

 

La domanda ora è: con queste parole cosa si dice? Si dicono, come ho scritto, solo le cose? No, ho sbagliato. Si dicono, semmai, le relazioni con le cose, cioè il rapporto di dipendenza. Il poeta è, in questo senso, l’essere che esprime meglio il suo rapporto di dipendenza col mondo, la sua relazione con esso. 

Ma proprio perché è l’essere dipendente per eccellenza, il poeta è anche, in un certo senso, l’essere-figlio per eccellenza, cioè la “creatura” esemplare. 

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Davide Rondoni, con questo libro, sembra rispondere alla sua raccolta subito precedente, La natura del bastardo (Mondadori), in cui ci ricorda che Dio si è imbastardito, si è manifestato come creatura. Qui è l’uomo che deve darsi una svegliata e ricordarsi di essere creatura. Se può farlo Dio, se Gesù può mettersi in un rapporto di dipendenza con il mondo, perché non può farlo l’uomo? 

È un esercizio quotidiano, che si fa in viaggio, al bar, la sera, durante le cene, le feste, alla fine di un festival, in aeroporto. È quello che fa Rondoni con i suoi Sette canti, il poeta-creatura che insegue il killer-scontento, che tocca come in un gioco per bambini la spalla degli esseri umani per attaccargli l’amnesia dell’origine, della direzione, che cancella dalla testa tutte le domande, che affondano necessariamente nel passato e sono tese necessariamente verso il futuro. 

Oggi la gente si mostra, è eternamente presente, pescata fuori dalla storia a morire asfissiata di desideri. 

Questi Sette canti contro lo scontento sono la caccia ai killer del presente, la perdita di desiderio, tensione e mistero, la perdita delle parole in un mondo che di parole, notava anni fa proprio Rondoni, ne ha fin troppe (altro che società delle immagini).

 

Due poesie a Sette canti contro lo scontento di Davide Rondoni (Garzanti, 2026) (per una difficoltà tipografica non possiamo riportare correttamente certe spaziature)

 

*

 

 

Oriana Fallaci era rock contratto

 

di là da Central Park nella luce estiva diceva cose sagge e incazzate, mille sigarette, il cancro mano in gola che rapisce, Ratzinger l’unico che capisce –

mentre di qua da alberi in gloria nuda nella bella casa dei Monda che nella mente svanisce a pranzo erano la Rossellini, la danzatrice Alessandra e Jovanotti il cantante il regista Garrone di successo

ma tu ricordi bene solo lei

 

la donna del lanciatore di coltelli

poi svanita dalle cene e dalle conversazioni

 

come fai? chiedile a un passo

dal medesimo esser preso di mira:

 

lo fisso

lo fisso, dice sorridendo e perdendosi

nei cocktail nei farmaci o che buio

di Manhattan l’attira, lei dice: devo

guardarlo negli occhi fidarmi

di lui, sì, adesso

non muovermi, niente

 

niente paura

se non mi fido completamente, se

solo d’un soffio mi faccio

di lato, millimetricamente

 

lui mi trafigge, mi sfigura

 

ricordati solo di lei, gli occhi fissi – mentre gli altri andavano alla fama, viene un’epoca dove vanno forte le previsioni del tempo, la teologia della moneta, e

«respect respect» ripetono vacui

adorano il nuovo dio pianeta – ma senza mistica non ci sarà politica, non c’è visione del tempo, vanno forte ansiolitici e aperitivi in scenari da incanto… vanno forte le previsioni del tempo…

 

ma il destino è un lanciatore di coltelli

fissalo negli occhi fidati di lui

 

*

 

 

Dammi contro lo Scontento l’inesorabile

profumo del basilico

 

la tempia bianca di chi ha amato da impazzire

e di chi avvita la caffettiera un milione di volte

nella stessa cucina

 

l’occhiata stanca, visitata da fronde di gioia

di chi genera lieto, non ha nulla e cade, cade

cade da tutti i piani della libertà ponteggio

 

crolla tra nastri e tubi, funi, incroci

pezzi di cielo, reti, il lavoro di

vivere e crollare costruendo –

vita, non pareggio

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