Gli editoriali in prima pagina, i corsivi, i cosiddetti elzeviri sono linea di arrivo e di partenza per un giornalista. Arrivare a farli è difficilissimo, farli bene ancora di più. Un genere tutto italiano, che ha avuto i suoi esimi capostipiti in Indro Montanelli, sempre “Controcorrente” sul Giornale; il suo contraltare Mario Melloni alias “Fortebraccio”, su l'Unità degli anni '70; o ancora Michele Serra, prima con “Che tempo fa” sull'Unità e poi con “L'Amaca” su Repubblica. Nel 1999 Massimo Gramellini ha iniziato la sua rubrica su La Stampa, l'ha chiamata il “Buongiorno” e per un certo periodo, soprattutto a Torino, è diventata un vero e proprio fenomeno di costume. Poi Gramellini si è spostato al Corriere, dal “Buongiorno” è passato alla colazione con il “Caffè” e a raccogliere la sua eredità su La Stampa ci ha pensato Mattia Feltri. Da qualche giorno però quello spazio in prima pagina è vuoto, e ci manca tantissimo.
La Stampa è passata di mano: dal controllo della famiglia Agnelli/Elkann e del gruppo GEDI a un nuovo editore, il Gruppo SAE. Huffington Post Italia, il giornale che Feltri dirige dal 2020, è invece rimasto nell'orbita GEDI, seguendo il destino di Repubblica, venduta a sua volta al gruppo greco Antenna. Le due testate, prima nella stessa scuderia, ospitavano simultaneamente il “Buongiorno”. Oggi appartengono a due editori diversi, e quindi non si può più fare. La rubrica è sospesa in attesa che il nuovo direttore della Stampa, Antonio Di Rosa, decida cosa farne a partire dal 1 luglio. Le ipotesi sul tavolo sono diverse: un nuovo contratto a Feltri (soluzione complicata, perché sarebbe singolare avere un direttore che scrive una rubrica fissa sul giornale di un altro editore), un suo definitivo ritorno “a casa”, visto che alla Stampa Feltri ha lavorato per quindici anni prima di diventare direttore dell'Huffington Post, oppure, più semplicemente, la sparizione definitiva del piccolo spazio di prima pagina o l'affidamento a un altro autore.
Ma il nostro non è più buongiorno senza il “Buongiorno” di Mattia Feltri, e non lo sarebbe nemmeno con un altro autore. Nel panorama italiano è stato un unicum, una boccata di vero giornalismo al mattino. Non una reazione di pancia, non una violenta invettiva, non una sviolinata retorica. Una pacata riflessione, breve, tagliente. A volte ironica, a volte surreale, come quando pochi giorni fa ha ringraziato Sinner per la sua eliminazione dal Roland Garros, non per antipatia verso il tennista italiano, ma perchè “ora c’è un intero mese senza che lei scenda in campo, e un intero mese di riassaporata salute mentale”. Idee scomode, controvento, come ha scritto parlando di De Gregori e delle sue dichiarazioni che hanno destato tanto scalpore: “Proprio ieri, in morte del gigantesco Gennaro Sasso, Antonio Carioti ha ricordato come gli fosse estranea «l’arte di assecondare i venti». Vale anche per De Gregori, che non sono sicuro di condividere ma sono sicuro di apprezzare, come chiunque, immune ai venti, rinunci al più facile degli applausi”. Idee soprattutto scritte bene. Senza la pretesa di fare il giudice o il moralizzatore, con la capacità di strappare un sorriso amaro partendo da una notiziola spesso marginale, da ultime pagine e cronaca locale.
Siamo nell'epoca degli inetti, degli equilibristi, dei demagoghi e dei megafoni. Proprio per questo, a noi di MOW, il “Buongiorno” di Mattia Feltri manca tantissimo. Speriamo se ne accorga anche la nuova Stampa.