Troppo traffico. Troppa gente che entrava e usciva. Troppi galli a cantare. Insomma: troppo casino. Sulla scena del crimine di via Pascoli, soprattutto nelle ore immediatamente successive la scoperta del cadavere di Chiara Poggi, troppa gente passeggiava e troppi dettagli finirono archiviati sotto la voce “irrilevante”. Sappiamo del cadavere rigirato sul suo stesso sangue, sappiamo di carabinieri che hanno disseminato lo impronte ovunque, sappiamo che qualcuno ha usato il bagno, che si sono ignorati dei capelli e che potremmo andare avanti per righe e righe. Recentemente abbiamo saputo pure che c’è stato qualcosa da capire anche relativamente alla spazzatura repertata otto mesi dopo il delitto e a un brik di EstaThè che ha fatto discutere (e farà discutere) a lungo. Sappiamo tutto? No. Perché ne salta fuori ogni volta una nuova. Tra tutti gli scivoloni metodologici delle prime ore, ad esempio, uno dei più grotteschi e sistematicamente dimenticati riguarda la gestione della moquette, delle passatoie e di ciò che gli inquirenti hanno calpestato o spostato a piacimento. I tappeti in particolare. La bomba, questa volta, l’ha sganciata Gianca sul suo canale Youtube, insieme a Fabio di WildlineCrime.
E’ bastato incrociare i verbali delle prime sommarie informazioni testimoniali rese dai familiari con i rilievi fotografici del 2007 e i fotogrammi girati sul posto dalla Scientifica e dal RIS, per ritrovarsi con più domande che risposte. E col sospetto che il livello di approssimazione sia stato pure più basso di quanto non si fosse già intuito. Quale è la scoperta? Eccola: il RIS deve sparare il luminol nella zona compresa tra l'ingresso e la cucina per cercare eventuali impronte invisibili a occhio nudo, ma per far funzionare la reazione d'ossidazione della sostanza occorre il buio pesto. Siccome dalla fessura sotto il portone d'ingresso filtra la luce del sole, gli operatori pensano bene di prendere un tappeto rettangolare di circa ottanta centimetri per un metro e mezzo e sbarrarlo contro la base della porta per fare ombra.
La gravità non sta solo nella rozzezza, ma nel fatto che quel tessuto non risulta nemmeno catalogato: non è stato repertato né fotografato ufficialmente il primo giorno e nessuno sa da dove sia stato prelevato: se dal salone, dal piano superiore o dalla cantina. Prendere un elemento presente sulla scena del crimine di un delitto non ancora cristallizzata e impiegarlo per oscurare una porta significa alterare deliberatamente lo stato dei luoghi e rischiare un inquinamento irreversibile. Del resto, che la mappa dei tappeti fosse del tutto sballata lo dicono i numeri messi a verbale dai Poggi. La famiglia descrive una casa piena di passatoie: tre nella camera dei genitori, due nella stanza di Chiara, uno in quella del fratello, due nel disimpegno in cima alle scale, uno in saletta TV, uno in bagno e uno in cucina. Facendo il calcolo, però, nel salone principale manca un pezzo all'appello rispetto a quanto dichiarato, ma nei filmati della Scientifica dedicati all'ispezione della spazzatura la telecamera stringe su un paiolo in rame riposto proprio dietro la porta d'ingresso all'interno del quale figurano due tappeti arrotolati.
Quando sono stati messi lì, da chi e perché non sono stati analizzati subito? C'era un tappeto mentre l'aggressore spostava il corpo di Chiara? E per cosa potrebbe essere stato usato? Il pigiama della vittima sulla schiena non presenta il carico di sporco e strisciate ematiche compatibile con uno strofinamento diretto sul cotto grezzo, i gradini zero, uno, due e tre della scala mostrano chiazze centrali dovute al contatto con un tessuto imbevuto e i margini dritti sulla pozza ematica descrivono l'impronta lasciata da un bordo di supporto poi rimosso. Ci sono infine le fotografie macro scattate attorno al divano e vicino al vano scala, dove compaiono alcune fibre isolate composte da un doppio filo ritorto ad elica, la classica struttura di una frangia da tappeto. Quelle fibre sono state fotografate, viste e poi lasciate sparire senza mai essere repertate né analizzate al microscopio?