Intorno a Garlasco c’è un nuovo male di stagione: l’allergia per il metodo. O meglio, per chiunque tenti di applicare una griglia d'analisi rigorosa a dettagli che molti preferiscono trattare alla stregua di dogma indiscutibile. Sia inteso, vale da una parte e dall’altra, laddove è già tristissimo dover parlare di parti e fazioni. L'ultimo “caso social” riguarda l’ormai celebre scontrino del parcheggio di Vigevano esibito da Andrea Sempio. A finire – ma sta cominciando a farci l’abitudine - nel mirino dei soliti censori è il professor Francesco Maria Galassi, medico e paleopatologo, reo di aver commesso il più imperdonabile dei crimini mediatici: essere andato a parare su un terreno “non suo” e aver fatto due conti sulla durata temporale del tagliando senza chiedere il permesso ai custodi della narrazione ortodossa. O a qualche parcheggiatore che avrebbe più titoli per parlare di parcheggi.
La reazione di chi ritiene che un medico-legale debba occuparsi solo di vetrini e rigonfiamenti post-mortem, infatti, è stata immediata. Quasi isterica. Ma su quali basi si vorrebbe precludere a uno specialista della materia la valutazione cronotanatologica, come l’ha chiamata lui, di una finestra d'alibi? Galassi non ha preteso di fare l'investigatore privato né il giudice, né tantomeno ha speculato sulla genuinità del parcometro. Molto più semplicemente, ha portato la discussione sui binari della logica scientifica che inevitabilmente ha a cuore, evidenziando come l'intervallo di validità di quel pezzo di carta non possa essere amputato a piacimento solo perché fa comodo guardare unicamente l'orario di inizio.
Perché secondo Galassi proprio qui sta il punto. Per mesi ci si è limitati a ripetere meccanicamente le 10:18 come se quell'orario chiudesse ogni partita sia per una parte che per l’altra. Galassi tira invece in mezzo la gravitas che la scienza biomedica impone, allargando lo sguardo all'intero arco di sosta pagato. E allora via ai numeri, quelli veri, calcolati rispetto alle stime storiche dell'epoca della morte e con tanto di schemino pubblicato sui social: “se consideriamo l’intervallo ampio cattaneano lo scontrino sempiano lo occupa per 60 minuti su 330, ossia pari al 18,18%”, ma se ci si sposta sulla stima Ballardini del 2007 (10:30-12:00), “48 minuti su 60 di quello scontrino ricadono dentro alla stima ballardiniana e quindi coprono tale intervallo per il 53,33%, e 18 minuti (11:00-11:18) rientrano nella centratura ballardiniana (11:00-11:30), quindi occupandola per il 60%”.
Numeri. Freddi e inoppugnabili. Eppure, di fronte a questi dati, si è preferito alzare il polverone, accusando lo studioso di usare "paroloni" o di esorbitare dalle proprie competenze. Una propaganda spicciola a cui il professore ha risposto così: “il mio ragionamento non riguarda il solo orario di emissione dello scontrino, ma l’intero intervallo di validità. Mi sono semplicemente limitato, dal punto di vista biomedico, a far notare una sostanziale sovrapposizione tra l’arco temporale dello scontrino e l’epoca della morte ballardiniana”. Quale sarebbe, dunque, la colpa di Galassi? Aver sottolineato che, fino a prova contraria, l'uscita dall'area di sosta va dimostrata e non presunta? È lo stesso Galassi a mettere a nudo il sofisma di chi butta la palla in tribuna: “il parcheggio vigevanese è stato lasciato prima delle 11:18? Benissimo, ma quale evidenza adducete per ciò? Nessuna? Allora di cosa stiamo parlando?”
Nessuna evidenza, appunto. Solo un gran baccano per evitare di affrontare il nodo centrale. Quel tagliando — presentato per la prima volta solo il 4 ottobre 2008, oltre un anno dopo il delitto di via Pascoli — se non contestualizzato con precisione rigida rischia di essere il nulla. Sia per chi intende esibirlo come alibi a discolpa. Sia per chi intende esibirlo come prova di colpa. Con Galassi che chiude la partita richiamando all'onesta intellettuale: “se, tuttavia, non sarà dimostrato essere un genuino e solido alibi, beh credo che useremmo violenza alla nostra intelligenza nel pensare che una sovrapposizione, come abbiamo visto, dal 53,33% al 60% con l’epoca della morte nota all’epoca non sia un elemento comunque di grande interesse per gli investigatori pavesi. A noi, pro caritate Dei, non è lecito fare supposizioni o avventurarci in conclusioni e sacro è il rispetto della presunzione di innocenza”. Non si tratta quindi di formulare accuse sommarie o di violare le garanzie dell'indagato, ma di pretendere la massima accuracy analitica dopo quasi vent’anni di pigrizia interpretativa.