La mail è arrivata di domenica mattina. “Spero di non disturbare, scrivendoti di domenica. Sono Valter Lavitola. Vorrei parlarti, se possibile, se vuoi per piacere. Buona giornata”. Poco dopo eravamo al telefono, e la chiacchierata è proseguita via chat fino alla mattina dell'arresto: Lavitola voleva parlare con noi perché avevamo contattato il suo socio in alcune società africane, il cui nome non è ancora uscito sui giornali, ed era molto preoccupato da quello che quest'ultimo ci avrebbe potuto dire: “Dovete considerare che lo Zimbabwe è un paese al tracollo, con 100 euro fanno di tutto”. Poche ore dopo, Lavitola è stato arrestato. Un caso? Perché da indagato, e sapendo di essere sotto controllo, era così motivato a smentire quanto gli riferivamo e i documenti che ci aveva fornito mister X? C'entra qualcosa con il tempismo dell'arresto?
Nel corso della telefonata, poi, Lavitola ci ha detto altre cose molto inquietanti. Sul possibile movente dell'attentato, ad esempio, ha ragionato ad alta voce: “Se l'ha fatto Gomes, vuol dire che l'ho fatta fare io, e se l'ho fatta fare io, vuol dire che l'ho fatto d'accordo con Sigfrido”, ma per lui la verità è molto più immediata. Quanto al movente politico, ha liquidato con sicurezza l'ipotesi di un mandante istituzionale: “Non credo che ci sia qualcuno del governo che ha mandato i servizi segreti a mettere la bomba”. Infine ha accennato alla possibilità di volare in Africa per sistemare alcune questioni sospese, salvo poi frenarsi da solo, per via di un accordo preso con la Procura. Poche ore dopo, quella libertà di movimento — e di parola — gli è stata tolta. Noi pubblichiamo ora il contenuto della sua ultima telefonata da uomo libero.
La telefonata
La prima cosa da smentire, per Lavitola, era proprio la versione di mister X, che nei giorni precedenti ci aveva inviato prove di alcuni giri di denaro tra Italia e Africa, facendo anche i nomi di alcune aziende coinvolte. Lavitola aveva tutto l'interesse a ribaltare quella narrazione, dipingendo il suo collaboratore come un semplice estorsore piuttosto che come una fonte attendibile. Ce lo ha spiegato così:
“La premessa è questa: lo Zimbabwe è purtroppo al tracollo. C'è una situazione finanziaria devastante, non si pagano nemmeno gli stipendi, e come purtroppo in gran parte dell'Africa la corruzione è endemica: questi per 100 euro fanno di tutto.
Ho un collaboratore in Zimbabwe, un avvocato bravissimo, che lavora con me da anni — gli avevo anche dato una quota della società per il buon lavoro fatto. Da qualche mese però sta facendo il doppio gioco: da una parte dice di lavorare per me, dall'altra si è messo in contatto con altri, giornalisti compresi, cercando di portare avanti i suoi interessi alle mie spalle. Il problema è che nel mio settore, quello dei carbon credit, basta un problema reputazionale per far saltare tutto — le certificazioni valgono cifre enormi. E purtroppo non lo posso nemmeno allontanare, perché è l'unico che conosce tutti i dettagli dell'attività là, quindi devo muovermi con molta cautela. Te lo confesso, anche perché parlano i fatti: non ho mai fatto né una querela né una richiesta di danni a nessun collega. Il problema è che in questa vicenda non ci sono solo io: c'è un impianto finanziario con dei partner, nazionali e soprattutto internazionali, e questa questione del carbon credit ha numeri finanziari molto importanti”.
La bomba
Poi, nel corso della telefonata, siamo passati alla bomba, partendo da una domanda semplice ma diretta. Una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti è che Lavitola, pur non essendo coinvolto nella vicenda prima dell'attentato, stia oggi cercando di coprire Gomes, l'uomo che considera “come un figlio”. Perciò: quando è venuto a conoscenza della presunta partecipazione di Gomes?
“In tutta onestà: l'ho saputo dalla televisione. E te lo aggiungo: se l'ha messa Gomes veramente, allora l'ho messa pure io”.
Secondo te questa ipotesi è una fesseria, quindi?
“Ti dico un'iperbole. Se l'ha fatto Gomes, vuol dire che l'ho fatta fare io; e se l'ho fatta fare io, vuol dire che l'ho fatto d'accordo con Sigfrido — perché non vado certo a fare un favore a Sigfrido senza dirglielo. E se ipotizziamo che io voglia fare un favore a Sigfrido, questo favore deve avere una finalità.
Questo ragionamento l'ho già fatto anche in procura, quindi te lo posso dire. Ovviamente ho il trojan nel telefono, gliel'ho consegnato apposta perché ce lo mettessero, perché mi fa comodo che facciano tutte le indagini. Se dovessi fare un attentato a te per farti un piacere, te lo farei quando ti è utile, no? Non lo farei così, a caso. Mesi prima lo volevano cacciare dalla Rai. Poi, quando ha avuto le puntate confermate, perché fare un attentato? Escludiamo quindi quell'ipotesi. Voleva avere la scorta? No, ce l'aveva già. Voleva più notorietà? Ce l'aveva, di più non ne poteva avere, e infatti non ne ha avuta di più — non è che si siano triplicati gli ascolti o i follower. Chi era contro Sigfrido continua a non ammirarlo, chi è a favore continuava ad ammirarlo: non è cambiato niente.
La questione politica: si fa l'attentato a ottobre e poi il sondaggio a giugno? Vuol dire che siamo deficienti? Ci sta pure questo. Ma c'è un elemento — per fortuna via WhatsApp — legato a una serie di ritardi dovuti al fatto che non riuscivo a mettere insieme i soldi per fare il sondaggio, e siamo riusciti a farlo proprio nella settimana in cui li hanno arrestati. Per cui ci fu una sovraesposizione mediatica, e mandai un messaggio a Stefano Cappellini (da poco direttore di Repubblica), che aveva collaborato a fare i sondaggi, dicendogli di sospendere i sondaggi perché sarebbero usciti falsati”.
Quindi tu che idea ti sei fatto?
“Questa non te la posso dire, perché l'elemento su cui sto facendo le indagini difensive — muovendomi nei limiti di ciò che non è inquinamento delle prove, un limite sottile ma che sono costretto a rispettare, con gli avvocati addosso come mastini — è una cosa abbastanza elementare: non ci sono tutti questi complotti dietro.
Intanto, per fortuna, questa procura — avevo avuto dei dubbi, ma mi sono ricreduto — è composta da gente seria, così come il colonnello dei carabinieri, questo Ferrara. E questo mi fa ben sperare, te lo confesso”.
Ma come l'hai avuta, questa conferma?
“Da una serie di giornalisti seri, che mi dicono di non riuscire ad avere neanche un foglio da lì dentro”.
E la pista sentimentale?
“Se l'ipotesi della pista passionale non avesse visto lo stesso Gomes come tramite, l'avrei ritenuta possibile. Perché la fidanzata di Sigfrido è di una gelosia folle, ha fatto scenate incredibili, davvero incredibili”.
Ma lei e Gomes si conoscevano?
“Non credo si siano mai visti. Forse Sigfrido l'avrà visto una o due volte al ristorante, perché Gomes stava con me almeno uno o due giorni a settimana.
Che Gomes abbia fatto una cosa del genere, io lo escludo — e non perché lo voglia difendere a prescindere, ma perché lo conosco: lo tengo come un figlio da tanti anni, è estremamente intelligente, non è un cretino. Per la prima volta in vita sua stava guadagnando, ormai da uno o due anni, 3.500 euro al mese. Sapeva benissimo che se una cosa del genere fosse venuta fuori avrebbe perso il lavoro”.
Secondo te il movente quale potrebbe essere?
“È chiaro: togliersi Sigfrido di torno”.
Quindi secondo te l'obiettivo della bomba era comunque rovinare l'immagine di Ranucci?
“E secondo te qual altro poteva essere?”.
Quindi i responsabili sono da cercare...
“No, io non credo che ci sia qualcuno del governo che ha mandato i servizi segreti a mettere la bomba — questo non esiste”.
Cosa credi allora?
“Non te lo posso dire adesso, perché sarebbe un problema enorme per me. Vedrai che secondo me la cosa esce dalle indagini”.
E Gomes dov'è ora?
“Gomes è in una casa a Duala, in Camerun, dove abbiamo l'ufficio. Sta terminando il lavoro che deve fare, io non posso più parlargli — gli avvocati me l'hanno proibito, mi sono tirato fuori dall'attività proprio per il problema reputazionale, altrimenti salta tutto. Ho ceduto tutto ai soci esteri, che sono in contatto con lui. Doveva tornare il 5, mi ha mandato dei certificati dicendo di aver avuto sette infarti l'anno scorso, problemi di trombosi, eccetera — non so se sia vero o inventato, ma è rimasto là. Il 5 non è tornato”.
Ma cosa c'entra Urban Vision?
“Non c'entra proprio niente — Ranucci non ha mai fatto nessuna consulenza a Urban Vision, non c'entra nulla. Abbiamo fatto una cena una volta perché lo volevano conoscere e gli ho detto ‘ti dispiace se faccio venire questi altri’ — non c'è stato nessun problema, siamo rimasti fino alla fine della cena, abbiamo bevuto qualcosa insieme, se non sbaglio.
E poi l'altra cosa di cui parlammo — una delle poche cose relative al carbon credit — è che stavo cercando di creare un'associazione per l'assistenza alle comunità locali, che sono il soggetto chiave per questo. Lì sì che cercavo testimonial: sono venuti Pupo, Patty Pravo, e altra gente. Cercavo di organizzare una cena di supporto, volevo far venire i capi tribali locali a raccontare le loro storie — poi, a dire il vero, l'ho un po' trascurata, alla fine non l'ho più fatta”.
E, rimanendo sul carbon credit, prima di chiudere la telefonata Lavitola mette in guardia: “Mi raccomando, attento a quello che dice il mio socio. Quelli che adesso gestiscono la società non se ne staranno fermi: una richiesta danni da 70, 80, 100 milioni non è uno scherzo”. Un ultimo avvertimento, in una chiacchierata proseguita via messaggio fino al momento dell'arresto, l'ultima, da uomo libero, di Valter Lavitola.