È morto Massimiliano Cencelli. Aveva 90 anni. L’uomo che ha trasformato il suo cognome in un marchio di qualità delle scienze politiche. Come il D.o.c. o il D.o.p. I cronisti, se devono farsi due conti a proposito del sistema parlamentare italiano, “applicano il Cencelli”, il cosiddetto “manuale Cencelli”. Capiamoci, Cencelli non è mai stato un big della politica italiana, e proprio questo lo ha reso grande. Nato a Roma nel 1936, si iscrive alla Democrazia Cristiana nel 1954, appena diciottenne, e in pochi anni diventa uno di quei uomini d’apparato che tengono insieme la macchina di un partito senza mai comparire in prima fila. Collabora con Nicola Mancino, prima che questi diventasse vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Nel 1970 viene eletto (per un anno) sindaco di Caldarola (Macerata), un paese da 1.839 abitanti (oggi poco più di 1.600). Nel 2001 si ricandida nella lista della Margherita per il Consiglio comunale di Roma. Una carriera, insomma, di secondo piano. Si può dire una carriera da terzino? Eppure proprio da questa posizione defilata, da uomo di macchina più che da leader, nasce il “manuale”, perché chi conosce la macchina conosce il potere e chi conosce il potere sa fare previsioni (è questa, d’altronde, l’idea di “scienza politica”).
Siamo nel 1967, la Democrazia Cristiana, all’apice del successo elettorale (otto anni prima otterrà 1,6 milioni di voti), deve capire come distribuire ministeri, sottosegretariati, presidenze di commissione tra le diverse anime del partito e, allargando lo sguardo, tra i partiti alleati di governo, senza che ogni trattativa si trasformi in una giostra per il podio. Cencelli, allora consigliere di dirigenti come Sarti, Cossiga e Taviani, elabora un sistema semplicissimo: assegna a ogni incarico di potere un “punteggio”, calcolato in base al peso politico che quella poltrona rappresenta. Il ministero dell'Interno non vale come quello della Cultura; una presidenza di commissione importante non vale come una marginale. Sommando questi punteggi e confrontandoli con il peso elettorale e congressuale di ciascuna corrente o partito, si ottiene una griglia con cui distribuire gli incarichi in modo proporzionale e “matematico”, e cioè ponderato. Per la prima volta la lottizzazione viene trasformata in un metodo astratto, cinico, realista. Non più trattative caso per caso affidate all'abilità negoziale del singolo, ma una formula applicabile ogni volta che un governo o un ente va composto. Un altro modo di intenderla è questo: Cencelli ha trovato il modo di emancipare la politica nazionale dalla pratica provinciale degli accordicchi. La sua fu un’innovazione che rispondeva, in quegli anni, alla ragion di Stato. Pare tra l’altro che questo “manuale” circolasse come un pamphlet informale tra i dirigenti dell’epoca, come un Bignami o una sbobinatura dell’arte del “buon governo”. Un vademecum che qualche secolo prima ci saremmo potuti aspettare da un Machiavelli.
Per quanto il “manuale” abbia resistito fino a oggi, lo stesso Cencelli ha auspicato negli ultimi tempi un aggiornamento. Ed è qui che la domanda sorge spontanea: Chi? Chi, nella politica italiana di oggi, avrebbe la stessa capacità di Cencelli di leggere il potere immaginando una formula, anzi un algoritmo, del governo al di là dei bisticci, dei familismi, e del tribalismo? Un metodo non per agevolare i figli o i figliastri, ma per spingere sia i primi che i secondi a dimostrare qualcosa? Se la storia fa statistica (anche un solo caso), serve un uomo di apparato, cioè non un leader, non un egocentrico, qualcuno capace di stare dentro le stanze dei bottoni perché se lo merita. Servirebbe probabilmente una nuova intermediazione politica, diversa tanto dalle scuole di partito della Prima Repubblica quanto dai Festival di Partito, nuova fucina dell’intellighenzia populista. Qualcuno, insomma, che non venga rimandato a fine anno sulle basi della scienza politica italiana e sia sopravvissuto a ciò che Giovanni Sartori definiva “l’analfabetismo politologico”.