Quando lo chiamiamo, Piero Gros ancora non ha letto la notizia. “Non sapevo, sono giorni in cui sono via. L’avevo sentito solo poche settimane fa”. Livio Berruti è morto a 87 anni ma da tempo era già nella leggenda dello sport italiano: oro olimpico a Roma nel 1960, vincitore dei 200 metri dell’angelo (con record del mondo). Anche Gros è stato campione olimpico a Innsbruck, nello slalom speciale. Lo abbiamo chiamato per un altro motivo: perché di Berruti era prima di tutto un amico. “Ci siamo frequentati tanto, lui abitava a Cesana, in Val di Susa, eravamo sempre in giro a far serate, ci siamo visti anche spesso in montagna con sua moglie. Insomma la nostra era una buona amicizia. Era certamente grande l'ammirazione come atleta, se possibile persino maggiore quella per l’uomo”.
Un ricordo così è quello che cercavamo: il campione è stato assoluto, è bello sapere qualcosa che andasse fuori dalla pista.
Era una persona semplice. Non possiamo fare dei paragoni con lo sport di oggi, abbiamo raggiunto dei livelli forse esagerati, oltre la normalità. Noi ci sentivamo delle persone normali, fortunati di essere atleti, ecco. Fare l'atleta è un privilegio, con Livio lo abbiamo sempre riconosciuto.
Erano tempi diversi, come tanti stanno dicendo, in cui lo sport era parte della vita e non l’unica ragione.
Pensiamo a cosa facevano lui o Pietro Mennea sulla terra rossa; sono cose indescrivibili, e per questo avevano una risonanza enorme.
Come vi eravate conosciuti?
Siamo entrambi piemontesi, abitavamo vicini, ci siamo sempre trovati. Io poi ho cominciato facendo atletica. Lui chiamava me e io chiamavo lui quando c'erano delle serate particolari. Lo sport era più umano, non voglio scadere nella retorica ma con le aspettative che ci sono oggi è ovvio che adesso sia una cosa totalmente diversa.
Della medaglia d’oro a Roma cosa le aveva raccontato?
Minimizzava sempre tutto, non aveva mai un atteggiamento arrogante. Raccontava del cambio di scarpe tra la batteria e la finale. Ripeto: cose normali, dette con semplicità.
Com’erano le vostre serate?
Livio era un gran cuoco, mi invitava a mangiare il risotto. Sembra una cavolata da dire, ma il cibo ci univa. Ricordo che mi portava in un’azienda artigianale che faceva dolciumi a Torino, dove c’erano queste torte… ne prendevamo quintali. Poi certo, c’erano le serate a tirar tardi, a lui piaceva molto a fare festa, non diceva mai no a nessuno ed era sempre disponibile. Era un campione olimpico anomalo.
Ho letto di un doppio che avete giocato contro la magistratura.
Sì, al tempo prima eravamo tutti malati di tennis. Ci siamo sfidati anche in bicicletta, salto in alto. Eravamo disponibili comunque a promuovere lo sport a dare il nostro contributo esprimerne i valori.
C’era un tennista che amavate particolarmente?
Ero amico di Adriana Panatta e di tutta la Coppa Davis del ’76, l’anno in cui ho vinto le Olimpiadi. Facevamo eventi a destra e sinistra, anche a Sanremo. Poi eravamo piemontesi e non è che ce ne fossero tanti di corregionali campioni olimpici.
Come lo ricorderà?
A modo mio. Le cerimonie non sono il mio forte onestamente. Livio lo posso veramente considerare un amico, un amico con cui ho condiviso momenti bellissimi. Lo ricordo così, col suo sorriso, un po' zoppicante dopo l’incidente che aveva avuto, ma sempre con la voglia di fare, col suo modo di raccontare lo sport con naturalezza.