Ma quali calcio, tennis, nuoto o chissà che. Il vero sport nazionale, quello che racconta meglio l'Italia e quello dove domina da sempre, è la scherma. Gli azzurri hanno dominato i Mondiali di Hong Kong con quattro ori e quattro argenti, facendo praticamente piazzapulita di ori nel fioretto mancando solo il singolare maschile (dove comunque è arrivato l'argento). Non senza qualche momentanea crisi (a Tokyo non arrivò nessun oro), l'Italia domina con la spada in mano fin dall'inizio del '900. Garanzia di successi da sempre, con 130 medaglie complessive e 49 ori, è la disciplina olimpica in cui abbiamo conquistato più podi in assoluto, distanziando qualsiasi altro sport azzurro. Per oltre sessant'anni, dal 1960 fino a febbraio 2026, è stato uno schermidore — Edoardo Mangiarotti — a detenere anche il record di atleta italiano più medagliato di sempre ai Giochi Olimpici, prima che il primato passasse alla pattinatrice di short track Arianna Fontana, salita a 14 medaglie a Milano Cortina 2026.
Un primato a prima vista strano, in uno sport peculiare, poco seguito e poco praticato. Secondo l'ultimo monitoraggio del CONI, la Federazione Italiana Scherma conta poco meno di 19.700 atleti tesserati: un numero che non basta nemmeno a entrare tra i 25 sport più diffusi in Italia, restando dietro persino al tiro con l'arco. Il confronto internazionale è ancora più impietoso: la Francia viaggia oggi oltre i 60mila licenziati — più del triplo — mentre negli Stati Uniti la federazione USA Fencing ha appena toccato il record di oltre 45mila iscritti, più del doppio dei tesserati italiani. Ma quindi come mai siamo così forti? La risposta sta in secoli di storia, in qualche colpo di spada per motivi d'onore e, curiosamente, anche in una santa.
Perché l'Italia domina la scherma?
Perché è nel sangue, letteralmente. Un paese attraversato da eserciti stranieri per un millennio, con strade dove per secoli conveniva uscire armati, non poteva che diventare la patria della spada. Il primo a mettere per iscritto quest'arte fu un friulano, alla corte estense di Ferrara: Fiore dei Liberi, che nel 1409 scrisse il Flos duellatorum, un manuale a tutto campo — spada, ascia, bastone, lancia, persino la lotta a mani nude. Roba ancora rudimentale, la preistoria della disciplina. Bisognerà aspettare più di un secolo perché qualcuno le dia una vera grammatica: nel 1536 ci pensa Achille Marozzo, il padre fondatore della scherma italiana, in un'epoca in cui si duellava ancora a due lame, spada nella destra e daga nella sinistra, come in un western rinascimentale. Poi arriva Camillo Agrippa — ingegnere milanese, amico di Michelangelo, mente eclettica capace di applicare la geometria a un duello — e cambia tutto: guardia più avanzata, meno posizioni da ricordare, e soprattutto l'invenzione dell'affondo, il gesto che ogni schermidore ripete ancora oggi esattamente come lo pensò lui nel 1553.
Da lì la spada italiana varca le Alpi e comincia a fare scuola ovunque. Caterina de' Medici porta le maestranze fiorentine alla corte di Francia, gettando le basi di quella scuola francese che diventerà la grande rivale storica dell'Italia (assieme a quella ungherese, patria degli ussari e della sciabola). Piano piano la spada smette di essere solo guerra e diventa spettacolo, complice la nascita del balletto di corte. E l'Italia, va detto, non perde l'occasione: comincia a esportare gentiluomini annoiati che nelle capitali europee incantano principi e nobildonne insegnando l'arte della lama. Il più bravo di tutti è un livornese, Domenico Angelo Tremamondo Malevolti — per tutti semplicemente Angelo — seduttore di professione e maestro d'armi dei principi inglesi, che nel 1763 pubblica la sua École des armes: un trattato così influente da finire come modello nell'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert.
Il duello, intanto, resta lo strumento principe per lavare l'onore macchiato — pratica messa fuorilegge ma di fatto viva fino al cuore del Novecento, tanto da affascinare ancora oggi scrittori e registi come Ridley Scott. Poi, fra Ottocento e Novecento, fra personaggi da romanzo che si battono per mezzo mondo, la scherma compie il salto decisivo: da passatempo aristocratico a sport codificato. Ai Giochi di Parigi 1900 sono due maestri italiani, Antonio Conte e Italo Santelli, a firmare oro e argento nella sciabola riservata ai maestri d'armi: prime medaglie della scherma azzurra ai Giochi, anche se non le prime italiane in assoluto — quell'onore, di pochi giorni, spetta al cavaliere Gian Giorgio Trissino nell'equitazione. Da quelle pedane parigine nascono le scuole che ancora oggi sfornano campioni: Livorno e Jesi su tutte. Già, Jesi: la città che il grande pubblico conosce solo come patria di Roberto Mancini, e che invece ha regalato alla scherma italiana più ori olimpici di quanti la Nazionale di calcio ne abbia mai sognati con lui in panchina.
E in mezzo a maestri viaggiatori, duelli d'onore e imperi che vanno e vengono, trova posto anche un pizzico di mistica. Dal 2017 un decreto pontificio della Santa Sede ha proclamato patrona della scherma italiana Santa Veronica Giuliani, nata a Mercatello sul Metauro (provincia di Pesaro e Urbino) nel 1660. Da ragazza, dicono, maneggiò lei stessa la spada; ma soprattutto quell'immagine torna spesso nelle sue visioni mistiche, come metafora del cammino spirituale e della lotta contro il male. Un'arte tramandata e consegnata a noi quasi anche per diritto divino. Uno sport che nasce, vive e respira nella nostra Italia, dove anche oggi, come secoli fa, nascono maestri in grado di insegnare al mondo come si maneggia una spada.