Pensate ai cuccioli di dinosauro che, quando si schiudono le uova ed escono fuori, scoprono che il calcio si è estinto. Più o meno questo si coglie dalle parole consolatorie del nuovo direttore tecnico Claudio Ranieri, in conferenza stampa per la presentazione del nuovo (speriamo) ciclo Azzurro copn Roberto Mancini ct della Nazionale. Massimo rispetto per lui e per ciò che di raro ha rappresentato in questo calcio sempre più figlio delle speculazioni: stavolta, per metterci una pezza, salvare il salvabile e difendersi dagli sciacalli incompetenti dei podcast, si è visto costretto a indossare l'abito della prima comunione e a raccontarci la favoletta consolatoria ad hoc per i media e per la gente che guarda il TG in fase digestiva. La solita tiritera dei ragazzini che non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali e non giocano più per strada, dei costi delle scuole calcio e dei trequartisti ingabbiati dalla tattica fin da piccoli. La solita retorica nostalgica che ribalta una cruda realtà: oggi per vedere una partita servono 40 euro al mese di abbonamenti spezzettati, gli stadi italiani cadono a pezzi e sono un concentrato di mafie e delinquenza, senza contare il clima tossico sulle tribune dei campetti dove abbondano genitori scriteriati che urlano le peggio cose, che entrano in campo e menano gli avversari dei figli: un concentrato di malessere che spinge chissà quanti genitori a iscrivere la propria progenie al curling.
Sì, caro Claudio, c’era una volta il calcio e c’erano degli appassionati imprenditori che ci mettevano i danee per passione. Oggi c’è la finanza dei fondi d’investimento nelle mani di americani, asiatici e sceicchi privi di anima, mentre la Serie A affonda in un buco nero di difficoltà e ipocrisia. Oggi si ha a che fare con la Lega Calcio e i soliti innominabili che fanno il bello e il cattivo tempo, per le loro squadre, tra diktat, calendari intasati, tournée remunerative e nessuna concessione. Ve lo ricordate Rino Gattuso che mestamente mandava giù la realtà? Non è stato possibile stoppare per una settimana il nostro fatiscente campionato per avere qualche giorno in più di raduno prima della sfida decisiva in Bosnia. Come in ogni conferenza stampa, anche Claudio Ranieri ha dovuto proferire il solito nobile intento: puntare sui giovani talenti italiani, ammettendo però la realtà, ossia che i club, volendo vincere, faranno giocare gli stranieri: e lui non può farci niente. Perché ormai tutto si perpetua nel paradosso fiscale, economico e strutturale. Puntare su un giovane talento nostrano sarebbe un suicidio gestionale: ne vogliamo parlare? Tra commissioni sproporzionate e la mannaia dell’IVA sui trasferimenti tra club italiani — che richiede liquidità immediata prima ancora di scendere in campo — è più conveniente acquistare all'estero, dove il reverse charge azzera l'esborso di cassa.
E poi la febbre dei parametri zero: operazioni all'apparenza gratuite che ricoprono d'oro procuratori e calciatori stranieri già affermati con ingaggi mostruosi, sbarrando di fatto la strada ai giovani che devono formarsi. Pensate alla disperazione di Roberto Mancini, costretto a volare fino in Argentina per scovare e naturalizzare Mateo Retegui pur di avere un centravanti, e che per un nobile gesto dimostrativo e di salvaguardia convocava in Nazionale il talento classe 2006 Simone Pafundi, che l'Udinese non faceva giocare in campionato. Sempre più società sono in balia di uno spietato modello aziendale in cui si fa scouting predatorio in Africa e in ogni angolo del mondo più povero per acquistare giovani a costo zero, metterli in vetrina e rivenderli, alimentando il cosiddetto player trading. Un giro di giostra speculativo fatto di plusvalenze sistematiche che non solo non vengono mai reinvestite per alzare l'asticella sportiva o ammodernare le strutture, ma vengono usate solo per far quadrare i bilanci aziendali. I presidenti delle società pensano a tutelare i propri orticelli, mentre il sistema circostante va in rovina. Intanto, perfino le formazioni Primavera delle grandi si sono ridotte a succursali internazionali del talento. Poi, però, ci si dispera a reti unificate quando collezioniamo figuracce storiche o falliamo la qualificazione ai Mondiali, e parte l’immancabile retorica sui bambini.
È il trionfo del parossismo. Ma la vera sentenza per questo calcio avido e decadente arriva proprio dai bambini. Perché loro vogliono divertirsi: a loro il calcio italiano non manca e soprattutto non è più un gioco e un modello depositario di sogni e aspirazione. Per colpa di questo sistema avido non hanno mai visto e conosciuto il fuoco sacro che lo animava fino al 2006, nonostante Calciopoli e tutto il marcio ciclico che lo scandiva. I bambini di oggi sono cuccioli nati senza calcio e non hanno alcun interesse a seguire partite noiose e inavvicinabili. Al limite assistono all’auge di qualche fenomeno spagnolo su Tiktok: seguono quelli che vincono, quelli che finiscono nelle pubblicità e che diventano testimonial. Non certo dei perdenti come i calciatori italiani contemporanei. I bambini italiani sono salvi, caro Claudio. Oggi guardano Jannik Sinner dominare il tennis mondiale. Si esaltano per gli ori dell'atletica, per un rugby in ascesa, per lo sci, per la pallavolo, per le tante discipline in cui l'Italia non fa le figure di merda cosmiche a cui ci ha abituato il pallone. La nostalgia per la strada e per il campetto dell’oratorio tenetevela pure per la prossima conferenza: il futuro dello sport italiano ha già cambiato canale.