Papà Lleyton ci aveva messo la firma. Prima di lui, Mats Wilander, ma è Niclas Kroon a poterne vantare la paternità. Il cosiddetto “Vicht” non è altro che un gesto celebrativo, per congratularsi con sé stessi di un punto ben eseguito o, meglio ancora, di una vittoria. Consiste nel puntare quattro dita tese alla propria fronte, come a invitarsi a mantenere la stessa motivazione nella prossima sfida. Non è poi così rinomato, sfidiamo chiunque a ritenerlo più riconoscibile di una qualunque accoppiata pugno-ginocchio targata Jimmy Connors, prima, e Rafael Nadal, poi. Oppure del saluto al pubblico di Djokovic sui quattro lati del campo, con le braccia che dal cuore si alzano in segno di riconoscimento, secondo solo ai baci volanti di Andre Agassi. Eppure, sembra che sia tempo di revival per un gesto che sembra aver trovato nuovamente casa. In tutti i sensi.
Cruz Lleyton Hewitt, che dal papà prende il secondo nome, vince la prima partita in tabellone principale all’ATP 500 di Washington e il mondo intero si ferma a guardare. A domandarsi fino a dove possa arrivare il figlio dell’ex fuoriclasse e numero uno australiano. Sufficiente per ora è però soffermarsi sul qui e ora di quel dritto conclusivo che lo ha reso il più giovane vincente di un match nella capitale americana, da Kei Nishikori nel 2007. A diciassette anni, Cruz calca i campi da tennis con la consapevolezza che tutto sia ancora possibile. Unisce la felicità del momento alla profonda gratitudine nei confronti del padre, che ha avuto un ruolo fondamentale nel percorso che lo ha portato a essere qui oggi. La replica del movimento a fine incontro arriva quindi così, naturale e un po’ ingenua. Durante una delle interviste post-match, alla richiesta di ricordare a tutti come si chiami quel gesto, Cruz Hewitt risponde: “Dovrebbe chiamarsi il Vicht, devo controllare”. Segue una risata da parte dell’interlocutore e la spiegazione propria di un ragazzo che (per fortuna) ancora non prende tutto troppo sul serio: “Papà non lo nominava mai, lo faceva e basta. Quando ero piccolo lo vedevo e non stavo a fare domande a riguardo”.
Per uno strano scherzo del destino, il prossimo incontro di Hewitt Jr sarà una questione di casa, con Alex De Minaur ad attenderlo dall’altro lato della rete. Prima volta a confronto, i due nativi di Sydney si conoscono da parecchio: “È come un fratello maggiore per me. Lo conosco praticamente da sempre. È venuto a stare da noi e abbiamo trascorso anche il Natale insieme. Mi ha insegnato tantissimo. Sarebbe un sogno condividere il campo con lui”, così Cruz si apriva ai microfoni americani, ancora ignaro del destino.
Dopo l’ufficializzazione degli ottavi, sul web è diventata virale un’immagine che ritrae i due nel 2018, in occasione di un gala a Melbourne per celebrare il tennis australiano. A nove anni, Cruz è sorridente al fianco di un Alex De Minaur che a fine stagione chiudeva 31° al mondo. Sei anni prima dell’esordio del giovane Hewitt nel tennis professionistico in un torneo in Indonesia.
Dalla Coppa Davis, con Alex in squadra e Cruz come sparring partner, a Washington, passando per l’Australia, è chiaro che il tennis abbia davvero modi curiosi per non smettere mai di sorprenderci.
Ecco allora che Cruz Hewitt si prende i titoli e le notizie più calde, nell’abbraccio pericoloso di un’eredità che non vogliamo scotti e nemmeno abbatta, ma piuttosto fomenti la sua voglia di continuare a plasmare un’identità propria. Un errore comune, quello di proiettare in avanti la carriera di un giovanissimo, soprattutto se il cognome che porta promette grandi cose e solleva enormi responsabilità.
Un lavoro, quello dell’emancipazione, a cui ha contribuito molto lo stesso Lleyton, parola di De Minaur, che riconosce il grande impegno da parte dell’ex campione affinché il figlio trovi la propria strada. “Credo che Lleyton abbia fatto un lavoro incredibile come padre, aiutandolo sempre finché ha potuto. Ha creato un ambiente fantastico e questo ha contribuito a farlo diventare un ottimo giocatore di tennis”. L’attuale numero sei del ranking dedica un pensiero anche a Cruz, aprendo ulteriormente le porte a un tema, quello della pressione psicologica, che nello sport non tramonta mai: “Credo che gli si debba mostrare tantissimo rispetto perché non è affatto facile essere il figlio di un ex numero uno al mondo. Fin da quando ha iniziato a giocare e ha impugnato una racchetta, anche quando disputava tornei juniores, le aspettative, tutti gli sguardi e i riflettori erano già puntati su di lui. Non è facile quando hai quel tipo di peso sulle spalle”.
Dalla 612ª posizione del ranking c'è tutto il tempo per trovare la formula magica. Intanto, grazie al primo trionfo tra i grandi, Cruz Hewitt guadagna 27 posizioni in classifica e sale al 17° posto nella Race verso le Next Gen ATP Finals. Il futuro? Non è ancora il momento di pensarci.