Also sprach Jürgen Klopp. “L’orgoglio nazionale non va lasciato alle persone sbagliate”: così ha parlato il nuovo commissario tecnico della Germania su ciò che sta accadendo nel suo paese, proponendo un'idea di patriottismo positivo: “Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile. Si può avere empatia per gli altri pur amando il proprio Paese?”. Klopp entra a gamba tesa, uscendo da quel territorio che gli snob liquidano come nazionalpopolare, ovvero il calcio, per dire qualcosa che riguarda tutti noi su cosa significhi davvero essere cittadini, a prescindere dalle nostre idee. Che si debbano attendere parole di senso compiuto sul destino delle democrazie occidentali da un uomo in tuta, cappellino e sponsor è il riassunto tragicomico di ciò che è diventata la nostra politica. Un allenatore di calcio ci fa capire con spietata chiarezza cosa siano oggi i nostri leader: dei tifosi incattiviti, ricchi aizzatori di folle, abili sobillatori dei nostri peggiori istinti, per lo più degli inetti - e in quanto tali - maestri in quel talento che li fa eccellere nella comunicazione più becera e divisiva: nulla a che vedere col carisma incolmabile dei più nefasti dittatori del ‘900 a cui spesso rendono omaggio, tra le righe della loro immagine istituzionale. Sarà che Jürgen Klopp si è guadagnato da vivere spiegando a undici ragazzi, provenienti da tutto il mondo, come correre dietro a una palla: solo lui ha saputo evidenziare come semplicità e lucidità siano esattamente ciò che manca a una comunicazione politica ridotta a vuoto posizionamento tattico.
Il suo ragionamento è disarmante a tal punto da risultare eversivo: perché mai dovremmo regalare l’orgoglio di appartenere a una comunità, la bandiera o persino l’idea di patria, a quattro esaltati dell’estrema destra? E perché, sull'altra sponda, ci si dovrebbe vergognare di amare la propria terra per non sembrare reazionari? Qui sta il nesso: la grande truffa semantica che ci viene somministrata ogni giorno. Viviamo nell’era della semplificazione coatta, un’epoca in cui il pensiero è stato ridotto a una polarizzazione sempre più binaria dove certi concetti spetterebbero di diritto alla destra e altri alla sinistra, come se il vocabolario umano fosse stato diviso da un notaio di partito. Se parli di patria sei un nostalgico in braghe alla zuava e stivali; se parli di accoglienza sei un'anima candida senza realismo. In mezzo, il nulla della dialettica contemporanea. Mistificazione totale, trappola concettuale che serve solo a congelare lo status quo: da un lato i partiti al potere ossessionati dall'autoconservazione, dall'altro delle opposizioni a dir poco imbarazzanti. Un comodo stallo sistemico che finisce per spianare la strada a estremismi grezzi ma efficaci, bravi unicamente a intercettare quella sacca di elettorato smarrito che non si riconosce più in alcun orizzonte. La politica odierna non vuole cittadini: preferisce gli ultrà. Una dinamica tribale comoda per chi governa, perché azzera la complessità e anestetizza il pensiero critico. Klopp, che il mondo degli spalti lo conosce, rifiuta questa riduzione all’assurdo. Non è la prima volta.
Già ai tempi in cui allenava il Liverpool si era schierato apertamente con la classe lavoratrice della città, come accadde durante la finale di FA Cup a Wembley, quando la curva dei Reds sommerse di fischi linno God Save the Queen e la presenza in tribuna del principe William. La risposta delle istituzioni fu immediata e moralista: il portavoce del Primo Ministro Boris Johnson condannò duramente la tifoseria, bollando i fischi come inaccettabili. Klopp, anziché allinearsi al galateo del potere, affrontò la stampa difendendo i suoi tifosi. “Se la nostra gente lo fa, c'è un motivo”, disse. “Sarebbe sempre meglio chiedersi perché accade, anziché giudicare”. Una lezione di sociologia elementare impartita a Downing Street da uno che teoricamente doveva solo pensare a battere il Chelsea. Con poche e semplici parole, Klopp ci ha ricordato che la Germania è nata da un trauma devastante, dalle macerie di quella che è stata la più grande catastrofe bellica e morale del Novecento. Quello stesso Paese, un tempo diviso in due, è emerso da una ricostruzione dolorosa e illuminata. A Jürgen Klopp basta un microfono per restituire alle parole il loro valore: la prova che l'orgoglio di appartenere a una terra ha senso solo se si traduce nel coraggio di essere davvero cittadini liberi.