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18 settembre 2026

Sveglia! Ascoltate Klopp quando parla di patria e non i soliti esaltati di destra e sinistra: “L’orgoglio nazionale non va lasciato alle persone sbagliate”

  • di Gianni Miraglia Gianni Miraglia

18 settembre 2026

Jürgen Klopp, allenatore e persona di valore. Così ha parlato a proposito del concetto di patria: “L’orgoglio nazionale non va lasciato alle persone sbagliate. Si può avere empatia per gli altri pur amando il proprio Paese?”. Parole da ascoltare nel mezzo del caos, tra estremisti esaltati a destra e timorosi di sembrare reazionari a sinistra

Foto: Ansa

Sveglia! Ascoltate Klopp quando parla di patria e non i soliti esaltati di destra e sinistra: “L’orgoglio nazionale non va lasciato alle persone sbagliate”

Also sprach Jürgen Klopp. “L’orgoglio nazionale non va lasciato alle persone sbagliate”: così ha parlato il nuovo commissario tecnico della Germania su ciò che sta accadendo nel suo paese, proponendo un'idea di patriottismo positivo: “Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile. Si può avere empatia per gli altri pur amando il proprio Paese?”. Klopp entra a gamba tesa, uscendo da quel territorio che gli snob liquidano come nazionalpopolare, ovvero il calcio, per dire qualcosa che riguarda tutti noi su cosa significhi davvero essere cittadini, a prescindere dalle nostre idee. Che si debbano attendere parole di senso compiuto sul destino delle democrazie occidentali da un uomo in tuta, cappellino e sponsor è il riassunto tragicomico di ciò che è diventata la nostra politica. Un allenatore di calcio ci fa capire con spietata chiarezza cosa siano oggi i nostri leader: dei tifosi incattiviti, ricchi aizzatori di folle, abili sobillatori dei nostri peggiori istinti, per lo più degli inetti - e in quanto tali - maestri in quel talento che li fa eccellere nella comunicazione più becera e divisiva: nulla a che vedere col carisma incolmabile dei più nefasti dittatori del ‘900 a cui spesso rendono omaggio, tra le righe della loro immagine istituzionale. Sarà che Jürgen Klopp si è guadagnato da vivere spiegando a undici ragazzi, provenienti da tutto il mondo, come correre dietro a una palla: solo lui ha saputo evidenziare come semplicità e lucidità siano esattamente ciò che manca a una comunicazione politica ridotta a vuoto posizionamento tattico.

Jurgen Klopp
Jurgen Klopp Ansa

Il suo ragionamento è disarmante a tal punto da risultare eversivo: perché mai dovremmo regalare l’orgoglio di appartenere a una comunità, la bandiera o persino l’idea di patria, a quattro esaltati dell’estrema destra? E perché, sull'altra sponda, ci si dovrebbe vergognare di amare la propria terra per non sembrare reazionari? Qui sta il nesso: la grande truffa semantica che ci viene somministrata ogni giorno. Viviamo nell’era della semplificazione coatta, un’epoca in cui il pensiero è stato ridotto a una polarizzazione sempre più binaria dove certi concetti spetterebbero di diritto alla destra e altri alla sinistra, come se il vocabolario umano fosse stato diviso da un notaio di partito. Se parli di patria sei un nostalgico in braghe alla zuava e stivali; se parli di accoglienza sei un'anima candida senza realismo. In mezzo, il nulla della dialettica contemporanea. Mistificazione totale, trappola concettuale che serve solo a congelare lo status quo: da un lato i partiti al potere ossessionati dall'autoconservazione, dall'altro delle opposizioni a dir poco imbarazzanti. Un comodo stallo sistemico che finisce per spianare la strada a estremismi grezzi ma efficaci, bravi unicamente a intercettare quella sacca di elettorato smarrito che non si riconosce più in alcun orizzonte. La politica odierna non vuole cittadini: preferisce gli ultrà. Una dinamica tribale comoda per chi governa, perché azzera la complessità e anestetizza il pensiero critico. Klopp, che il mondo degli spalti lo conosce, rifiuta questa riduzione all’assurdo. Non è la prima volta.

Klopp ai tempi del Liverpool
Klopp ai tempi del Liverpool Ansa

Già ai tempi in cui allenava il Liverpool si era schierato apertamente con la classe lavoratrice della città, come accadde durante la finale di FA Cup a Wembley, quando la curva dei Reds sommerse di fischi linno God Save the Queen e la presenza in tribuna del principe William. La risposta delle istituzioni fu immediata e moralista: il portavoce del Primo Ministro Boris Johnson condannò duramente la tifoseria, bollando i fischi come inaccettabili. Klopp, anziché allinearsi al galateo del potere, affrontò la stampa difendendo i suoi tifosi. “Se la nostra gente lo fa, c'è un motivo”, disse. “Sarebbe sempre meglio chiedersi perché accade, anziché giudicare”. Una lezione di sociologia elementare impartita a Downing Street da uno che teoricamente doveva solo pensare a battere il Chelsea. Con poche e semplici parole, Klopp ci ha ricordato che la Germania è nata da un trauma devastante, dalle macerie di quella che è stata la più grande catastrofe bellica e morale del Novecento. Quello stesso Paese, un tempo diviso in due, è emerso da una ricostruzione dolorosa e illuminata. A Jürgen Klopp basta un microfono per restituire alle parole il loro valore: la prova che l'orgoglio di appartenere a una terra ha senso solo se si traduce nel coraggio di essere davvero cittadini liberi.

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