“Ho voluto raccontare questo miracolo perché la gente sappia che è possibile”. La frase è di Oriana Fallaci e il miracolo che raccontava non era il suo. Però “ho voluto raccontare questo miracolo perché la gente sappia che è possibile” è esattamente la frase venuta in mente quando, questa mattina, scrollando Instagram, è comparso il post con cui Valentino Rossi annuncia l’imminente uscita del suo libro: La mia storia. Titolo semplicissimo, storia che è già leggenda. Quasi a ribadire quella vecchia regola che vale per il giornalismo e pure per la vita secondo cui quando c’è il contenuto, la confezione vistosa non serve. Ecco, nella copertina di quel libro che racconta una storia potente con un titolo semplice, c’è “solo” il viso di Vale e due colori. Che non sono il solito giallo e il solito blu, ma il bianco e il grigio.
Per più di vent’anni Valentino Rossi ha piegato sulle pieghe del mondo, non solo per tagliare un traguardo prima degli altri, ma per seminare la mortalità delle cose. Lo ha fatto con la grazia sfacciata, feroce e irripetibile di chi si è sentito, a ragione, anche invincibile. Fino a sentirsi minuscolo non tanto davanti agli avversari, ma a quella condizione che minuscolo ti ci fa sentire veramente: padre. Roba che porta a un’urgenza diversa. E pure a scoprirsi capaci non solo di fare la storia, ma pure di saper raccontare le storie. Persino la propria. Ma mettendoci dentro anche tutto ciò che è stato più silenzioso, ma decisamente pure più viscerale. Non è, sia inteso, fare i conti con l’ombra della propria grandezza. Ma, appunto, sentire l’impulso di fornire la prova che certi miracoli sono possibili anche a chi sa di essere solo un essere umano.
Il 10 novembre arriverà in libreria, in contemporanea mondiale per Rizzoli, “La mia storia”, scritta insieme a Giorgio Terruzzi. E ridurre tutto alla cronaca di un’epopea sportiva sarebbe un errore di prospettiva grossolano. Valentino che mette nero su bianco la propria vita può essere visto come un tranquillo esercizio di memoria, oppure come un atto di introspezione condivisa con la forza di chi prende il proprio percorso – le vette, i cocci rotti, le fratture nell’anima prima ancora che nelle ossa – e decide di farne una mappa che potrebbe tornare utile a tutti. Per il ragazzo di Tavullia, dire ciò che è stato per come lo ha vissuto significa smettere i panni del mito e riprendersi quelli dell’autore della propria esistenza. Del papà che ha trovato il gusto di mettersi due ragazzine sulle ginocchia per raccontargli una storia bella. Solo che con il privilegio che quella storia bella è quella che ha scritto lui che i gesti e pure con il privilegio, a quel punto, di raccontarla a tutti.
Ci saranno i duelli con Biaggi, Gibernau, Stoner e Lorenzo, fino al nervo scoperto del 2015 con Márquez. Ci sono gli scherzi feroci degli amici del bar che hanno cambiato per sempre il volto di un ambiente ingessato, le superstizioni sacre prima di chiudere la visiera, i flirt mai consumati con la Ferrari, le bufere e la fame incontrollabile di uno che oggi continua a correre sulle auto o a forgiare ragazzini nella sua Academy. Il perno di tutto, però, starà come sempre altrove. Come sempre sull’uomo: il Valentino spogliato della maschera pubblica, quello che solo oggi, attraverso gli occhi delle sue figlie e il legame con la compagna Francesca, trova la misura esatta del suo passato. La paternità è quella rivoluzione spietata che ti toglie dal centro del mondo e ti costringe a guardarti da fuori. Forse è proprio adesso, mentre stringe mani piccolissime che non sanno nulla dei suoi nove mondiali, che Valentino prende davvero consapevolezza del miracolo che ha combinato. Guardare i propri trionfi con la maturità di un padre è capire che quella parabola folle non apparteneva soltanto a lui, ma a chiunque abbia usato il numero 46 per credere nell'impossibile. Scoprendo pure, magari, che raccontarsi può essere l’ennesimo atto di fede, forse il più viscerale, atto verso chi lo ha amato, lo ama e non smetterà di amarlo.