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15 settembre 2026

Ma come parli? Daniela Ranieri fa l’autopsia della politica italiana attraverso il linguaggio dei leader da Meloni a Mario Draghi

  • di Gianmarco Serino Gianmarco Serino

15 settembre 2026

I politici parlano male perché non sanno parlare o perché devono impedirci di capire? Daniela Ranieri smonta “cabine di regia”, “resilienza”, “road map” e “agende”: il politichese non è fuffa. È potere. E i giornalisti? Spesso gli fanno da megafono

Foto: Ansa

Ma come parli? Daniela Ranieri fa l’autopsia della politica italiana attraverso il linguaggio dei leader da Meloni a Mario Draghi

Ma davvero i politici parlano così male perché non sanno parlare, oppure parlano esattamente come devono parlare per non farci capire un cazzo? È più o meno la questione sottesa alle oltre 340 pagine di “Ma come parli?! Manuale di resistenza al linguaggio dei politici”, l’ultimo libro di Daniela Ranieri, giornalista del Fatto Quotidiano. Un po’ lunghino eh. Ma tornando a noi, la risposta, naturalmente, è la seconda. O almeno questa è la tesi dell’autrice. Le parole utilizzate dalla politica, anche quando sembrano non voler dire niente, spesso stanno facendo benissimo il loro lavoro. Diciamo che il grigio diluvio diplomatico della politica, almeno finché qualcuno – tipo Vannacci – non si inventerà un modo per abolire definitivamente il suffragio universale, sono obbligati a fare una cosa soltanto. Devono convincerci a votare per loro. E allora ecco che arriva la solita “cabina di regia”, dove bisogna “mettere a terra” i progetti, trovare un “punto di caduta”, intercettare “nuove energie”, mostrare “resilienza”, costruire una “road map”, rispettare il “timing” e possibilmente lanciare una “mission”. Non avete capito nulla? Perfetto. Allora vuol dire che sta funzionando.

Mario Draghi Ansa
Il mite e d'alto profilo Mario Draghi Foto Ansa

Ranieri chiama in causa quella che Italo Calvino definiva già negli anni Sessanta l’antilingua. Un’antilingua che oggi però è totalmente dopata con tanto di master alla Bocconi e aperitivini in Porta Romana. Una mescolanza di burocratese, inglese aziendale, politichese e linguaggio da LinkedIn. Il risultato è che uno non “fa” più una cosa, ma la “mette a terra”, perché non si tratta di trovare un compromesso, ma di individuare un “punto di caduta”. Il risvolto pseudo animista è evidente nella liberazione di nuove “energie”. E se il tutto non vuol dire assolutamente un c**o allora probabilmente serve una task force. Ma “Ma come parli?!” è anche un libro cattivo. Perché Ranieri sostiene, in sostanza, che dietro la fuffa linguistica ci sia quasi sempre una scelta politica. Il linguaggio serve a togliere conflitto alle cose. A far sembrare inevitabile ciò che è invece discutibilissimo. A trasformare una scelta ideologica in una decisione tecnica. Vedi Mario Draghi. Il re taumaturgo della “competenza”, della “sobrietà”, dell’“alto profilo”, del “rigore” e della leggendaria “agenda Draghi”, oggetto misterioso di cui per anni tutti hanno parlato senza che fosse chiarissimo dove fosse custodito, forse insieme al Santo Graal e all’agenda rossa di Borsellino. Ranieri mette in fila le descrizioni che i giornali gli dedicarono all’arrivo a Palazzo Chigi. E la penna Bic, la Panda, il golf, i capelli con la riga, la fila al supermercato, la moglie che fa il sudoku, l’uomo “sobrio”, “umile”, “inafferrabile”, “rassicurante”, “fuoriclasse”, fino praticamente all’apparizione della Madonna. Poi c’è Giorgia Meloni, che non parla, ma combatte. Sempre. Anche quando governa. Anche dopo anni a Palazzo Chigi. C’è sempre un nemico, un complotto, una sinistra che mette i bastoni tra le ruote, un potere forte, un’ideologia, qualcuno che “tifa contro l’Italia”. C’è il “noi”, ma pure un “io” molto forte che protegge quel noi. C’è la donna della Garbatella, l’underdog, quella che non è ricattabile, quella che parla “pane al pane e vino al vino” anche se ormai è leader di calibro internazionale. Incidenti diplomatici con Trump a parte, linguisticamente all’opposizione anche mentre governa. Perché se il nemico scomparisse dovrebbe rispondere soltanto dei risultati. Molto più complicato. E la sinistra? Aiuto. Elly Schlein incarna proprio quello pseudo animismo intellettualoide di cui si accennava in precedenza. E vai di “dimensione universalistica”, “politiche di esternalizzazione”, “meccanismi di cooptazioni correntizie”, “energie più fresche”.

Elly Schlein Ansa
Elly Schlein Foto Ansa

Eh? Che hai detto? Boh. Non importa. L’importante è vincere le primarie. Peccato che il vuoto del linguaggio, che è il modo in cui andrebbero trasmesse le idee, si traduca fondamentalmente nel vuoto della politica. Il vero male dell’Italia e che si può notare dalle percentuali altissime di astensionismo. Vannacci invece ha ben capito il meccanismo del linguaggio. Lo utilizza per creare il caos in una perpetua psy-op che solo un generale delle forze speciali sa applicare. Il bersaglio del libro, però – pensa te – non sono i politici, ma i giornalisti. Insomma, noi. Perché se Palazzo Chigi dice “cabina di regia” noi scriviamo “cabina di regia”. Se Bruxelles dice “resilienza” e allora diventiamo tutti resilienti. Se Draghi ha una “agenda” e nessuno domanda cosa ci sia scritto dentro, non stiamo raccontando il potere, ne stiamo parlando la lingua. Ok, ma questo che vuol dire? Per citare un vecchio adagio. E io che c**o ne so.

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