Stappate gli spumanti, alzate al cielo i calici. Il governo guidato da Giorgia Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana. In 1.413 giorni di operatività - più del Berlusconi II - la premier ha rivendicato di aver restituito all'Italia “una stabilità politica rara” fondamentale per i rapporti con i governi degli altri Paesi. “La stabilità non è un record da esibire, ma la condizione che consente a una Nazione di programmare, decidere, mantenere gli impegni e farsi rispettare”, ha Meloni sui social. Lasciando perdere i risultati ottenuti in patria, vale la pena chiedersi come siano andate le cose in politica estera. La risposta? Non bene quanto ci si potrebbe aspettare da un esecutivo che ha appena festeggiato un record senza precedenti. Le luci sono troppo poche, le ombre tante e abbastanza cupe. Il grande (e forse unico) punto di forza del governo Meloni in campo internazionale è fin qui coinciso con il rapporto costruito con l'Unione Europea. Anziché rovesciare i palazzi del potere di Bruxelles come avrebbe voluto fare qualche alleato di Fratelli d'Italia (ogni riferimento alla Lega è puramente casuale), la premier ha evitato di sfoggiare ingenti dosi di populismo contro Ursula von der Leyen, Commissione e Parlamento Ue, sforzandosi invece di costruire un rapporto pragmatico con i vertici del potere europeo. Questo le è servito, da un lato a mettersi al riparo dalle trappole economiche, tra spread e lamentele sul debito che in passato hanno disarcionato diversi primi ministri italiani, e dall'altro a farsi rispettare dall'establishment continentale. In Europa, dunque, Meloni ha preso le distanze dagli estremisti di destra e dall'Ungheria di Viktor Orban, diventando un'affidabile interlocutrice per Bruxelles. La mossa, in un certo senso, ha pagato in termini di istituzionalità e immagine.
Attenzione però, perché in Europa Meloni è stata comunque più brava a ritagliarsi un posto all'interno della stanza dei bottoni di Bruxelles che non a ottenere un effettivo posto al tavolo decisionale dove vengono davvero decisi gli equilibri internazionali. Tradotto: l'Italia è tornata in prima fila ma non è ancora riuscita a diventare una nazione guida per l'Ue. Il governo Meloni ha inoltre sostenuto l'Ucraina mantenendo una ferrea linea europeista e atlantista sui dossier strategici, rimanendo tuttavia solo un sostenitore di Kiev e non un mediatore decisivo del conflitto. Ancora peggio è andata in Medio Oriente. Roma ha mantenuto i rapporti con Israele, Stati arabi e Stati Uniti, cercando una posizione pragmatica, sostenendo il cessate il fuoco e la soluzione dei due stati, ma anche in questo caso non ha avuto alcun ruolo attivo commisurato alle proprie ambizioni. E l'Iran? Non pervenuto. Anzi, il conflitto tra Washington e Teheran ha esacerbato le tensioni tra Usa e Italia, con l'amministrazione Trump che ha sostanzialmente mandato al diavolo il governo Meloni per non aver sostenuto la crociata americana contro gli ayatollah.
A proposito degli Stati Uniti, Meloni aveva investito moltissimo sul rapporto personale con Donald Trump, probabilmente più di qualsiasi altro leader europeo. L'idea era corretta: avere un canale privilegiato con la Casa Bianca poteva essere un enorme vantaggio per l'Italia. Peccato che la premier ha confuso per troppo tempo il rapporto personale con Trump con l'influenza italiana su Trump. Avvicinarsi a Washington non ha portato particolari benefici economici o politici. Al contrario, ha indirettamente e implicitamente costretto Roma a chiudere le porte in faccia alla Cina, il primo Paese per il commercio internazionale di merci. Tradotto: tanti saluti alla Nuova Via della Seta e rapporti quasi sospesi. Una condizione che a Pechino non è affatto passata inosservata. Il Piano Mattei era stato venduto come il grande progetto geopolitico italiano per l'Africa: energia, investimenti, infrastrutture, sviluppo, migrazioni, rapporti con i governi africani. Il governo ha effettivamente costruito una struttura istituzionale e finanziaria, ma i risultati sono ancora troppo superficiali, e il piano sembra più un interessante framework diplomatico che non un trampolino di lancio per tuffarsi negli affari africani. In ogni caso l'influenza italiana nel continente è ancora nullo. Insomma, tornare a occupare le stanze europee che contano è un risultato prestigioso. Farlo senza avere una vera voce in capitolo ridimensiona però l'intero operato del governo Meloni in campo internazionale.