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Ma che fine ha fatto il Piano Mattei di Giorgia Meloni per l'Africa?

  • di Federico Giuliani Federico Giuliani

  • Foto: Ansa

14 febbraio 2026

Ma che fine ha fatto il Piano Mattei di Giorgia Meloni per l'Africa?
Signori, l'Africa è ancora lontanissima dall'Italia. Giorgia Meloni pensava di trasformare Roma nella promotrice di “un modello virtuoso di collaborazione e di crescita tra Unione Europea e nazioni africane”. A due anni dal lancio ufficiale del Piano Mattei sul tavolo c'è tantissima propaganda ma poca concretezza. I progetti fin qui attivati? Altro che investimenti e immigrazione: formazione all'agricoltura rigenerativa, istruzione tecnico-professionale e valorizzazione del patrimonio culturale africano. La prmier è tornata di nuovo nel continente, in Etiopia, per rilanciare la sua strategia. Ignorando però che l'Italia, in Africa, non ha il peso di Cina e Stati Uniti. E neppure della Francia...

Foto: Ansa

di Federico Giuliani Federico Giuliani

Che fine ha fatto il Piano Mattei? A due anni dal suo lancio in pompa magna a Roma, il progetto con cui Giorgia Meloni prometteva di rivoluzionare il rapporto tra Europa e Africa tramite il fondamentale ruolo dell'Italia appare sospeso tra tante ambizioni, tantissima propaganda e pochi risultati concreti. La premier si trova in Etiopia e in quel di Addis Abeba la presidente del Consiglio ha partecipato al vertice Italia-Africa in concomitanza con l’Unione Africana, rivendicando la volontà di rafforzare la presenza italiana nel continente. Come racconta Le Monde, l’iniziativa punta a intrecciare investimenti, cooperazione e gestione dei flussi migratori, in un disegno che dovrebbe garantire partnership “non predatorie” e relazioni tra pari. Attenzione bene però, perché dietro la narrativa, i numeri e la struttura del piano – a dire il vero ancora nebuloso - troviamo una storia più complessa. I 5,5 miliardi di euro annunciati tra crediti, fondi climatici e cooperazione allo sviluppo sono stati giudicati modesti rispetto alle aspettative. E ancora: molti dei 57 progetti oggi ricompresi nel Piano erano già avviati prima del 2024 e sono stati riorganizzati sotto un’unica etichetta. L’espansione da nove a quattordici Paesi coinvolti segnala dinamismo, ma anche una dispersione che rende difficile valutare l’impatto complessivo. L’obiettivo originario di “affrontare le cause profonde” delle migrazioni resta sullo sfondo, mentre la strategia si è progressivamente allargata a energia, infrastrutture, agricoltura, formazione e sanità. Troppo poco per parlare di strategia rivoluzionaria.

Piano Mattei
A due anni dal lancio ufficiale del Piano Mattei sul tavolo c'è tantissima propaganda ma poca concretezza Ansa

Il problema, sottolineato anche dal think tank tedesco SWP, è lo scarto tra annunci e risorse effettive. Nel suo report “Italy’s Mattei Plan: Mirage or Reality?”, l’istituto evidenzia come il piano abbia finora riciclato iniziative esistenti senza un significativo incremento dei finanziamenti. La governance è accentrata a Palazzo Chigi, con una cabina di regia guidata dalla premier e una struttura di missione dedicata: un impianto che rafforza il controllo politico ma accentua la percezione di un’operazione più comunicativa che strutturale. Anche Euronews ha rilevato interrogativi sulla trasparenza nella selezione dei progetti e sulla loro sostenibilità finanziaria. Nel 2025 il valore delle iniziative in corso oscillava tra 1,3 e 1,4 miliardi di euro, mobilitati attraverso il Fondo Africa, il Fondo italiano per il clima e partnership con Banca Mondiale e Banca Africana di Sviluppo. Ma la stessa analisi di SWP insiste sulla necessità di integrare il Piano con il Global Gateway europeo, che mette sul tavolo fino a 150 miliardi per l’Africa. Cosa significa? Semplice: che senza una cornice comunitaria l’Italia rischia di non avere massa critica sufficiente. L’ambizione di fare di Roma un hub energetico mediterraneo - anche attraverso progetti come il corridoio di Lobito o l’interconnessione elettrica con la Tunisia - si scontra poi con la concorrenza di attori ben più strutturati, dalla Cina agli Stati Uniti, e con un ruolo europeo ancora incerto.

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Sul terreno, i progetti fin qui avviati mostrano una prevalenza di interventi settoriali: centri di formazione agricola in Algeria, programmi di agricoltura rigenerativa e recupero di terreni semi-aridi, rafforzamento dell’istruzione tecnico-professionale, tutela del patrimonio culturale; in Costa d’Avorio e Senegal sostegno a filiere agroindustriali e sanitarie; in Etiopia riqualificazione urbana e investimenti nel sistema sanitario; in Kenya fondi climatici e sviluppo di biocarburanti; in Tunisia l’interconnessione elettrica Elmed e progetti sull’uso delle acque reflue. Iniziative utili, per carità, spesso mirate, ma lontane dall’idea di una svolta sistemica capace di ridisegnare i rapporti euro-africani o di incidere sui flussi migratori nel breve periodo. L’enfasi sulla formazione segnala un approccio di capacity building più che di trasformazione strutturale. Intanto, mentre Parigi arretra in alcune aree del Sahel e Berlino osserva con cautela, Roma prova a ritagliarsi uno spazio (geo)politico. Ma l’Africa resta un continente dove la competizione è globale e gli equilibri sono determinati da investimenti ben più consistenti. Il rischio è che il Piano Mattei resti un contenitore ambizioso, capace di raccontare un’Italia in movimento più che di cambiarne davvero il peso specifico. In Etiopia, intanto, Meloni è stata ospite d'onore dell'Unione africana, 13 anni dopo l'ultimo invito a un leader europeo. I riflettori sono sempre puntati sugli investimenti stanziati sul continente africano dal valore di circa 1,4 miliardi di euro. Vedremo quando e se la situazione inizierà davvero a sbloccarsi.

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