Guai dubitare, di fronte a Donald Trump, sull'esito della guerra in Iran. Il presidente statunitense non ha dubbi: gli ayatollah sono già stati sconfitti, hanno perso militarmente, sono stati travolti dagli attacchi a Stelle e Strisce. Per questo il tycoon ha escluso in maniera esplicita il ricorso all'arma nucleare contro Teheran: “Non c'è motivo di farlo. (Gli iraniani ndr) sono stati sconfitti militarmente. Li ho sconfitti e dovrei usare un'arma nucleare?”. Intanto i giornalisti, che hanno una visione di campo un bel po' diversa rispetto a quella di Trump e che hanno da tempo fiutato il cul-de-sac americano, stanno iniziando a chiedersi: “Ma non è che gli Usa alla fine useranno l'atomica?”. Sarà anche vero quel che dice Donaldone, e tutti lo sperano, ma poche ore fa gli Stati Uniti hanno ripreso a sferrare attacchi contro l'Iran. Nel mirino l'isola di Larak nel tristemente noto Stretto di Hormuz. Il Comando Centrale americano ha spiegato di aver intrapreso “azioni limitate e precise” dopo aver osservato i nemici prepararsi a “lanciare razzi e dispiegare mine marine” nel richiamato stretto.
A proposito di Hormuz: dall'inizio del conflitto, lo scorso febbraio, lo stretto è di fatto chiuso. Le conseguenze? Forti fluttuazioni del prezzo del petrolio sui mercati mondiali che potrebbero incrementarsi nei prossimi giorni (molto dipenderà da quanto e come si inasprirà la guerra in Medio Oriente). Nel momento in cui scriviamo l'Iran impone alle petroliere di transitare vicino all'isola di Larak per effettuare controlli e, a quanto pare, costringerebbe le navi a pagare 2 milioni di dollari (1,5 milioni di sterline) per poter attraversare l'area. E l'accordo siglato a giugno da Trump per porre fine alle ostilità? Carta straccia, o quasi, insieme ai vari meeting diplomatici. Adesso che sono ripresi gli attacchi reciproci tra Iran e Usa siamo in ogni caso tornati al punto di partenza. Con una differenza però: Washington avrebbe intenzione di adottare una strategia più discreta per costringere Teheran a cedere. Nel frattempo il segretario dell'esercito statunitense Dan Driscoll ha presentato le sue dimissioni a Trump. Un funzionario dell'esercito ha dichiarato alla Cnn che Driscoll “ha parlato con il presidente della situazione attuale dell'esercito e ha presentato le sue dimissioni”, dopo mesi di tensione con il segretario alla Guerra Difesa Pete Hegseth.
Il ragionamento di Trump, che non sembra avere obiettivi precisi da raggiungere in Iran, è più o meno il seguente: le elezioni di medio termine si avvicinano, dunque è bene sostituire gradualmente i bombardamenti - che non hanno scalfito il potere degli ayatollah ma, al contrario, hanno prosciugato le scorte di munizioni dell'esercito americano - in una pioggia di sanzioni e misure tariffarie contro Teheran ancora più dure delle precedenti. Gli esperti dubitano che avviare l'ennesima crociata contro l'Iran, in questo modo e senza alcuna contezza di causa, possa portare a un qualche successo. Se l'intenzione di Trump è quella di far dimenticare per qualche settimana la guerra agli elettori americani, il tycoon rischia di andare incontro a un fallimento visto che i prezzi globali dell'energia probabilmente non scenderanno. Lapidario il New York Times: “Dopo sei mesi il conflitto si è trasformato in una palude creata dallo stesso presidente, senza obiettivi chiari, senza una strategia evidente e senza una fine in vista”. Saranno mesi complicatissimi per Trump.