L'accordo con l'Iran è a un passo, anzi no, bisogna ancora aspettare perché con la fretta c'è il rischio di commettere gravi errori. Nessuno sa cosa abbia intenzione di fare Donald Trump, che da ormai un paio di settimane procede con la sua altalenante diplomazia fatta di parole e dichiarazioni contraddittorie. Se in un primo momento il tycoon sembrava convinto di voler chiudere un'intesa con Teheran, ecco che, sotto la pressione di alcuni repubblicani, ha effettuato una mezza inversione a U spiegando di volersi prendere il tempo necessario per valutare la situazione. La verità potrebbe essere un'altra e molto più amara, ovvero che Trump è sul punto di arrendersi. I motivi sono molteplici e sotto gli occhi di tutti: troppo costosa questa guerra in Medio Oriente; troppo coriacea la Repubblica Islamica, disposta a fare sacrifici molto più grandi di Washington; troppi danni economici da mettere in conto a livello globale (e non solo). Certo, negli Usa una cospicua fetta di falchi (tra tutti il Segretario di Stato, Marco Rubio) che vorrebbe spingere il presidente statunitense a finire il lavoro iniziato per neutralizzare gli ayatollah una volta per tutte. E pure Israele, in gran silenzio, auspica che il muro contro muro possa procedere fino a spezzare la resistenza iraniana. Dall'altro lato, tuttavia, Trump deve fare i conti con altre pressioni. I suoi elettori della prima ora sono infuriati, mentre l'economia nazionale inizia a mostrare segnali preoccupanti. Dopo dieci settimane di guerra, infatti, i prezzi alla produzione negli Stati Uniti sono aumentati del 6% su base annua. Il rincaro dell'energia tra marzo e aprile è stato del 7,8% (+22,7% rispetto al 2025 nello stesso lasso di tempo). La benzina è salita del 15,6% rispetto a marzo e il gasolio del 12,6%. Insomma, un disastro per il popolo statunitense.
Il rischio di un cortocircuito è dietro l'angolo. Trapelate alla stampa, alcune indiscrezioni suggeriscono infatti che l'accordo tra Stati Uniti e Iran obbligherebbe Trump a fornire a Teheran un sostegno economico in cambio dell'apertura dello Stretto di Hormuz. I repubblicani hanno criticato aspramente i primi dettagli dell'intesa. Il senatore Ted Cruz, per esempio, ha fatto presente che la guerra si trasformerebbe in un "errore disastroso" se terminasse con "un regime iraniano, ancora guidato da islamisti che gridano 'morte all'America', che riceve miliardi di dollari, è in grado di arricchire l'uranio e sviluppare armi nucleari, e che ha il controllo effettivo dello Stretto di Hormuz". Il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, Il senatore Roger Wicker, presidente della Commissione per i servizi armati del Senato, e il senatore Lindsey Graham hanno lanciato chiari avvertimenti al loro presidente: guai a fermare il conflitto. Pesano di più altri allarmi. Il Segretario del Tesoro, Scott Bessent, avrebbe avvertito il tycoon che continuare la guerra senza riaprire Hormuz potrebbe scatenare un tracollo finanziario globale. Last but not least, l'indice di gradimento di Trump è sceso al 37%, il più basso dall'inizio del suo secondo mandato. C'è poi da considerare l'aspetto militare. Le forze armate Usa, ha sottolineato Free Press, starebbero esaurendo le munizioni di precisione e i missili intercettori, e questo avrebbe reso gli Stati Uniti e i loro alleati vulnerabili ai missili balistici a corto raggio dell'Iran.
Gli Stati Uniti si trovano anche ad affrontare una grave carenza di armi a lungo raggio, come il sistema missilistico tattico dell'esercito (Atacms), in grado di colpire installazioni militari lungo la costa iraniana ben oltre la portata dei sistemi antimissile di Teheran. E quindi? La guerra contro l'Iran ha messo a nudo le carenze dell'industria della difesa americana. Trump forse sperava che l'eliminazione quasi immediata della leadership iraniana, avvenuta il 28 febbraio, bastasse a far crollare gli ayatollah. Non è però andata così, visto che la Repubblica Islamica ha ristabilito la sua capacità di comando e controllo. Il risultato è che una guerra che doveva iniziare e terminare rapidamente si è protratta nel tempo. Certo, l'azione di Trump ha avuto degli effetti tangibili: la base industriale iraniana, per esempio, è stata gravemente danneggiata, così come il programma nucleare degli ayatollah. E però, nel caso in cui la guerra dovesse finire così, i “resti” del governo iraniano potrebbero ancora lanciare droni e missili contro i Paesi vicini e tenere in ostaggio l'economia globale nello Stretto di Hormuz. Gli Usa hanno tutto da perdere: ecco perché un accordo serve più a Trump che non all'Iran.