Sensibilità. Verità. Libertà. Dalla chiacchierata al telefono con Alessandro De Giuseppe all’indomani di quel 6 maggio 2026 che potrebbe aver riscritto per sempre, e definitivamente, la storia del delitto di Garlasco, sono queste le tre parole che ci si porta via: sensibilità, verità e Libertà (no, la maiuscola non è un errore). Parole. Principi. Valori. Macigni. O un nome dateglielo voi. “Vorrei chiamarti. Non me ne frega niente di Sempio, delle ricostruzioni, di commentare, vorrei che mi rispondessi a una sola domanda: cosa provi oggi? Non il giornalista, ma l’uomo. Non la Iena, ma Alessandro” – è, più o meno, il messaggio vocale inviato a De Giuseppe questa mattina. Tempo pochi minuti e è arrivata la risposta: “sentiamoci”. Da lì, scusate la terminologia MOW, fanc*lo tutto e solo umanità. Solo umanità. Emozioni. Voce che si spezza. Lacrime che si annunciano. Propositi. Racconti. Disordine meraviglioso come è meraviglioso quel momento in cui si realizza non che si è arrivati o che si è vinto qualcosa o che si è ottenuto chissà che cosa, ma in quel momento in cui ci si sente liberi. Li be ri.
Alessandro, che giornata è stata?
In redazione ci sono arrivati i complimenti da ovunque e da chiunque. Ma, guarda, io oggi mi sento libero. Stasera andrà in onda un servizio su Garlasco, sulle ultime novità, su Alberto. La fine di un pezzo di vita. Concluderlo è stata una liberazione. Ho solo voglia di salire sulla mia bici e mettere in fila i pensieri, godermi questo senso di libertà. Poi, sì, mi piacerebbe anche vedere la faccia di quelli che fino all’ultimo hanno parlato in certi termini di Alberto, ma per quello ci sarà tempo. Ho incontrato Alberto per la prima volta in carcere, siamo diventati amici e, adesso, il sogno è quello di abbracciarlo nel pezzo di strada che più di altri ha segnato la mia vita: il lembo di terra che c’è a Bollate tra le residenze dei carcerati e la guardiola dell’ingresso. Quel pezzo di strada l’avevo fatto camminando pieno di pensieri prima di incontrare Alberto e l’ho rifatto poco dopo, insieme a Alessandro Festinese e Luigi Grimaldi, in quello stesso giorno di maggio del 2022, altrettanto pieno di pensieri, uscendo dalla strutture e ripetendomi in testa la promessa che avevo fatto a Alberto abbracciandolo e salutandoci: Io cercherò di fare tutto ciò che posso per dimostrare la tua innocenza". Questa promessa è stata la scintilla che mi ha spinto. E’ stata ciò che ci ha fatto sentire non soli – mi sento di poter parlare anche per Festinese e Grimaldi – quando del delitto di Garlasco non parlava più nessuno”.
Ora è finita…
No, non è finita.
Ok, ma, al di là di quello che sta emergendo dalle indagini e di come andrà un processo, credo che la questione principale sul “sentire che è finita” sia lo sguardo umano sulla vicenda. Ecco, da quel punto di vista, senti che è finita?
Sì, umanamente sì, credo che questo senso di libertà sia esattamente la consapevolezza, forse ancora non del tutto compresa o esplicitata, che ci siamo. Io ho una grandissima fiducia nell'operato del dottor Napoleone, che ho avuto modo di conoscere anni fa, anche se una sola volta e per pochissimo tempo. È un grandissimo magistrato. Ho fiducia nel suo lavoro, in quello del Dottor Civardi e nei Carabinieri di Moscova: dal punto di vista investigativo hanno fatto un lavoro immenso. Umanamente non ho mai smesso di crederci perché ho conosciuto l'innocenza di Alberto frequentandolo. Se conosci la mamma, lo zio, le persone a lui care, capisci di che pasta è fatto. Alberto è una persona per bene: intelligente, timido, introverso, una persona che non farebbe male a una mosca. Amava Chiara. Su di lui è stata costruita una narrazione vergognosa da parte di chi lo ha voluto riprocessare a tutti i costi, alimentando pregiudizi sulla sua figura. Io sono convinto della sua innocenza.
Ne sei stato convinto da subito?
Tutto quello che ho visto negli atti in questi dieci anni mi ha convinto, rafforzando una impressione che avevo avuto subito come sensazione. Non è stato solo un ruolo professionale, è diventato qualcosa di viscerale. Faccio fatica a spiegare quanto ci siamo sentiti soli in certi momenti. Ricordo una sera di Capodanno in piazza a Garlasco, davanti alla chiesa, io e Grimaldi alle dieci di sera con Marchetto... è stata lunga, ho tantissime immagini che mi passano per la testa.
Con Alberto vi siete già sentiti?
Sì, ieri. Ho chiamato lui e poco dopo ho chiamato Luigi Grimaldi. Poche parole, in certe telefonate le parole non servono. Nella telefonata di ieri (e qui Alessandro si commuove e finisce per farci commuovere) era lui a consolare me, a preoccuparsi per me. Sentiva che ero emotivamente preso e sapeva che stavo guidando, quindi mi tranquillizzava consigliandomi di fermarmi un attimo a bordo strada. In verità è così che succede sempre: ogni paio di mesi ci vediamo, lui si fa riaccompagnare a Bollate sempre con un po’ di anticipo rispetto all’orario di rientro e quando ci salutiamo per e è sempre un colpo al cuore: veder sparire dietro il cancello di un carcere una persona che per te è innocente, per altro una persona come Alberto, è devastante. Alberto l’avevo visto l'ultima volta il 31 marzo, nel giorno del compleanno di Chiara. Abbiamo parlato dei suoi progetti di vita. Quella sera l’ho riaccompagnato alle 22,45: alle 23 doveva essere in cella. E’ molto determinato, ha una visione di futuro: mi ha confidato pure che sta risparmiando e che ha fatto progetti nonostante tutto. È un uomo intelligente che è stato dipinto per anni in modo distorto.
Quei progetti a cui accenni riguardano qualcosa da fare magari insieme, visto che siete così legati?
Mi piacerebbe tantissimo. Io credo che smetterò con Le Iene, forse farò un altro anno, non lo so. Ma penso che smetterò con questo lavoro. Da tempo sto aiutando mio papà che ha una piccola azienda e, ecco, mi piacerebbe tantissimo coinvolgere Alberto, fare qualcosa insieme. E’ un bocconiano, è un uomo che stimo e credo che anche lui possa essere aperto a qualcosa dopo tutta la vita che gli è stata negata e che, nel suo caso, sarebbe stata sicuramente piena di successi anche professionali Cose normali, insomma, nessun clamore o ricerca di spettacolarizzazioni.
Sempre restando su Alessandro prima che sulla iena, come hai vissuto questo anno e mezzo?
Ho visto nascere molti "esperti" di criminologia che hanno parlato a vanvera. Io ho cercato di mantenere la barra dritta, puntando solo sull'innocenza di Alberto supportata dai fatti. Non credo di aver fatto chissà cosa, ho solo fatto il mio dovere. Le esperienze che vivi, le persone che incontri, quelle non te le toglie nessuno. Realizzare il sogno di vedere Alberto uscire da quel carcere come uomo libero e innocente è ciò che desidero di più. E’ una questione di sensibilità. E’ una questione di verità. E’ una questione di Libertà. Spero che l'indagine si chiuda presto: è giusto che chi ha commesso questo delitto così feroce paghi, e che Alberto, che è innocente, torni a casa.
E tutti noi?
C'è da riflettere molto su come viene fatta la comunicazione in Italia. Alberto ha vissuto un'esperienza terribile che nessuno dovrebbe passare. Quando lo intervistai la prima volta, mi disse che voleva mettersi al servizio degli altri per raccontare cosa significhi essere vittima di un errore giudiziario. Come diciamo spesso alle Iene, è molto più grave condannare un innocente che lasciare in libertà un colpevole. Alle Iene abbiamo fatto la nostra battaglia in totale buona fede, restando sul territorio e analizzando prove che spesso erano state ignorate. Siamo convinti di aver dato un contributo per restituire l'innocenza a un uomo che merita di essere guardato per ciò che è.
Come chiudiamo questa chiacchierata?
Con questa frase: la verità è figlia del tempo, non dell'autorità
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