Finalmente è finita. Chi pensava che le gemelle Stefania e Paola Cappa, dopo la chiusura delle indagini su Andrea Sempio - e ore e ore di trasmissioni, dibattiti, live e pagine e pagine di giornali – potessero pronunciare quella frase si sbagliava. Sono state attenzionate nel 2007, sì, ma non sono mai state indagate allora e non lo sono state neanche adesso. Quell’ultima convocazione da parte dei carabinieri di via Moscova dei primi giorni di maggio era sembrata come qualcosa che segnasse l’uscita di scena definitiva. E il mettersi alle spalle una centralità mediatica sicuramente scomoda, sicuramente insopportabile e, viste le risultanze delle carte, pure ingiustificata. Era arrivato, dunque, il tempo del silenzio intorno a loro. Ma, come nel 2007 con quel fotomontaggio e qualche uscita pubblica di troppo dopo l’omicidio della cugina Chiara Poggi, a far parlare ancora delle gemelle Cappa ci hanno pensato proprio le gemelle Cappa. Questa volta senza chiedere aiuto al papà, Ermanno Cappa, ma insieme alla loro mamma, Maria Rosa Poggi.
Le tre donne hanno formalmente chiesto l’accesso agli atti delle nuove indagini, quelle appena chiuse a carico di Andrea Sempio, l’eterno sospettato secondario il cui fascicolo è scorso parallelo alla sentenza passata in giudicato e per la quale Alberto Stasi è in prigione da quasi 12 anni. A che cosa servano questi atti è materia di sottile strategia legale. C’è chi ipotizza una tardiva e accademica costituzione di parte civile in un eventuale processo a Sempio; c’è chi, più realisticamente, intravede la caccia alle streghe del passato: spulciare i verbali per verificare se qualche testimone abbia superato la linea d'ombra della calunnia ai loro danni. Signori, siamo alla guerra di logoramento e ecco perché c’è anche chi ipotizza che l’obiettivo, neanche troppo velato, parrebbe quello di trovare nuovi appigli per dimostrare che contro di loro si sia mossa una falange mediaticamente armata composta dalla Procura di Pavia, dai legali di Stasi e da una nutrita pattuglia di cronisti e narratori.
Il livello dello scontro, infatti, s’è alzato ulteriormente oggi, questa volta per mano della sola Stefania Cappa (se le indiscrezioni saranno confermate). Una denuncia finita sul tavolo del pubblico ministero milanese Antonio Pansa, che ipotizza scenari da spy-story: diffamazione aggravata e reati procedibili d'ufficio che i legali riassumono nella suggestiva formula di "associazione a delinquere finalizzata alla istigazione alla diffamazione". Una vera e propria "macchina del fango", si sosterrebbe, orchestrata per tenere in vita il sospetto del loro coinvolgimento. I destinatari? Per ora sarebbero tre: l’ex maresciallo dei Carabinieri Francesco Marchetto, l’inviato delle Iene Alessandro Di Giuseppe, e l’avvocato Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi che proprio in questi mesi tenta la carta della revisione del processo. Agli atti sarebbero stati allegati i risultati di un'attività investigativa commissionata lo scorso autunno a un'agenzia privata, mirata a radiografare le mosse del pool di Stasi, insieme a chicche da intelligence domestica: le trascrizioni di conversazioni registrate di nascosto. Un faldone che l’avvocato Antonio Marino, legale delle Cappa, definisce(all’Ansa) necessario per rispondere a una "martellante campagna denigratoria".
Nella storia piena di storie del delitto di Garlasco, però, ogni fango ne ha chiamato altro e c’è il serio sospetto che nell'iperattività legale che sembra (ma sembra) voler avere l’urgenza di spegnere l’incendio mediatico, si sia finiti con l'agitare così freneticamente le braccia da alimentare l'ossigeno delle braci. E viene un dubbio. E speriamo non sia un dubbio da ennesima querela: non sarà che l’unica reale spinta sia il terrore del silenzio; il disperato bisogno di ribadire ragioni e distanze proprio nel momento esatto in cui il sipario della cronaca stava, finalmente e giustamente, per calare su un cognome fin troppo pronunciato fin qui? Fatecelo dire fin dove possiamo dirlo, parafrasando (mutuandoli un po') i Litfiba: l’esposto vero deve ancora ancora cominciare.