L’Ordine dei Giornalisti che, come una bella addormentata nel bosco in versione bisbetica, si sveglia e lancia strali con un ritardo di due anni in cui s’è detto e scritto di tutto. Le Camere Penali degli avvocati che s’accorgono che ormai si pubblica pure quello che non si dovrebbe. Il ministro della giustizia che se ne esce con la classica frase a effetto sui massimi sistemi. I grandi giornalistoni (de ‘sto ca*zo) che, dopo che i loro giornali c’hanno mangiato per mesi tutti i giorni, si scomodano a dire la loro badando più a sottolineare il loro pulpito che a dare sostanza alla loro predica. Che succede? Semplice: si sta ribaltando la narrazione sul caso Garlasco e l’omicidio di Chiara Poggi. Ma, come sempre, semplice è solo ciò che appare facilmente spiegabile quando non fa comodo chiedersi se tutto questo casino a scoppio ritardato a cui stiamo assistendo non sia, in verità, il segnale di altro.
Ragionamento contorno e un po’ complottista? No. Anzi, andiamo per ordine: con l’informativa di chiusura indagini su Andrea Sempio non s’è arrivati solo a una svolta in un caso che ha tristemente appassionato per venti anni e che aveva lasciato per due decenni quel senso di “sospeso” anche dopo la condanna in via definitiva di Alberto Stasi, ma ci si è trovati anche davanti a una consapevolezza: quell’inchiesta non intende solo rispondere alla domanda “chi ha ucciso davvero Chiara Poggi?”, ma va oltre. In quelle 310 pagine non si parla solo di Sempio, Stasi e omicidio, ma si circostanziano, anche in maniera piuttosto concreta, contesti che lasciano poco spazio all’interpretazione: il sistema giustizia è marcio quanto se non di più, il marcio che ha il dovere di contrastare e punire.
Indagini fatte col principio della sciatteria. Appalti vivaci dati a ditte che si occupano di materiali per intercettazioni e forniture per investigazione. Carabinieri che, quando svestono la divisa, giocano a fare gli investigatori o gli istruttori per indagati su come raggirare le indagini. Avvocati che si scambiano favori pur da posizioni contrapposte e magistrati che risolvono le beghe interne tra di loro sulla pelle di indagati, condannati, vittime e imputati. Garlasco è il caso scuola e è per questo che adesso si svegliano tutti, ma tutti davvero, in una confusione totale e generale che non risparmia nemmeno chi, in teoria, dovrebbe solo raccontare. Ecco perché è un povero illuso, oggi, chi pensa davvero che la Procura di Pavia ha semplicemente lavorato a un caso di omicidio di venti anni fa, senza accorgersi che quel caso di omicidio è stato, in verità, solo qualcosa di incontrato dentro un percorso affrontato da molto prima e verso una meta molto più imponente (con tutto il rispetto, sia chiaro, per Chiara Poggi).
Chi è abbastanza adulto da ricordarsi Tangentopoli non dovrebbe far fatica anche a ricordare che il clima, all’inizio di quella pagina di storia giudiziaria e politica di questo benedetto e assurdo Belpaese, era esattamente lo stesso che c’è adesso. Con le parti che, sull’emotività delle inchieste più piccole che hanno poi portato all’inchiesta grande, cominciavano a definirsi coinvolgendo tutti, ognuno nel suo ruolo. Sì, siamo oltre Andrea Sempio, Chiara Poggi e Alberto Stasi, siamo alle porte di Tangentopoli2, non per i temi, ma per la portata degli scenari che potrebbero aprirsi. Tangentopoli riguardò la politica, qui, invece, siamo sul terreno dell’amministrazione della giustizia. Non quella dei temi alti “da referendum”, ma quella proprio terra terra di come i palazzi di giustizia stessa spendono il loro denaro. Più avanti, almeno è quello che ci auguriamo, riusciremo a essere più chiari, ma per ora la considerazione che ci viene da fare è una sola: signori, ci sarà da farsi male. E chi lo ha capito sta correndo “alle armi”.