In principio furono 310 pagine. Era il sette maggio o giù di lì e l’inchiesta per l’omicidio di Chiara Poggi s’era appena conclusa con la notifica a Andrea Sempio. Sembra passato un secolo, invece è meno di una settimana. Perché da lì in poi è stato tutto un leggere, solo leggere e, purtroppo, senza alcuna leggerezza: prima le 105 pagine del capo di incolpazione e le 164 per due più 27 della BPA dei RIS di Cagliari, poi la Consulenza Dal Checco da 173 fogli più allegati, i 106 della Iuliano – Caprioli 1 e i 72 della Iuliano – Caprioli 2, i (per ora, stay tuned) 16 della Previderè, le 50 più 47 più 159 della consulenza Taddia e le circa 116 più 99 pagine di intercettazioni. Abbiamo lasciato fuori qualcosa? Dall’elenco sì, ma abbiamo letto anche la relazione della professoressa Cristina Cattaneo, solo che quella merita la citazione a parte per il peso, anche emotivo, di tutto quello che c’è dentro, soprattutto nella parte centrale in cui si analizzano le ferite riportate da Chiara Poggi e da cui è impossibile non rendersi conto di quanta violenza sia stata usata su quella povera ragazza e su quanto abbia anche provato, per come poteva, a difendersi.
Solo l’elenco rende la misura che, chiaramente, è stato un leggere in velocità, cercando di non lasciare indietro nulla, ma anche passando comunque oltre sui punti meno chiari. L’obiettivo? Arrivare a una considerazione che fosse MOW. Senza la supponenza di considerarsi giuristi, senza la presunzione di voler essere oracoli, ma provando comunque a dire la nostra. Come cerchiamo di fare sempre. Senza giocare a fare gli equilibristi. I temerari. O gli impauriti. Ma sporcando di fallibile umanità anche un lavoro durato giorni. La prima considerazione? Eccola: Alberto Stasi è fuori, Andrea Sempio non è messo bene, ma nemmeno malissimo. Perché una cosa, forse, non è ancora abbastanza chiara ai più: escludere Alberto Stasi dalla scena del crimine non significa automaticamente che Andrea Sempio sia l’assassino di Chiara Poggi.
Per quanto riguarda Alberto Stasi, è vero che – come s’è affrettato a dire l’avvocato dei Poggi, Tizzoni – alcuni punti fermi della sentenza di condanna non sono stati smontati, ma è altrettanto vero che c’è abbastanza per avviare una revisione. Un elemento su tutti? L’orario della morte di Chiara Poggi, collocato dalla consulenza Cattaneo nell’arco dell’intera mattinata, ma inquadrabile a dopo le 9,40 del mattino – con l’aggressione durata circa 20 minuti – quando, cioè, Alberto Stasi era a casa sua davanti al PC prima di cominciare a lavorare alla tesi. C’è altro? Sì, la consulenza Iuliano ribadisce che il famoso dispenser del sapone nel bagno della villetta di Chiara Poggi non riporta una sola impronta di Alberto Stasi, ma ce ne è anche un’altra – nello specifico del mignolo – insieme a molte altre non attribuibili. È la dimostrazione che quel dispenser non è stato mai lavato – meno che mai dall’assassino – come invece sostenuto nella sentenza di condanna.
C’è anche qualcosa palesemente a sfavore di Stasi? In via generale no, ma c’è qualcosa che può prestare il fianco, come, ad esempio, la conclusione del professor Previderè sulla quantità di DNA trovata sui pedali (non un errore o un maldestro tentativo di inchiodare Stasi, ma una casualità possibile). “La Procura di Pavia – è la considerazione affidata all’Ansa dai legali di Stasi - mediante un'imponente ed articolata attività investigativa, ha letteralmente disintegrato la sentenza di condanna di Alberto Stasi, evidenziando una serie lunghissima di nuovi elementi di prova che dimostrano l'assoluta innocenza. E’ anche emerso un quadro, che "coinvolge numerosi soggetti, spaventoso e gravissimo, avendo fortemente inciso, tra l'altro, sul diritto di Stasi di dimostrare prima la propria innocenza. Quadro che sarà oggetto di separata valutazione, mentre per ora si lavora per accelerare i tempi della revisione".
Insomma: a breve ci sarà molto altro da leggere per noi. Ma, prima, c’è provare a capire quale è realmente la posizione di Andrea Sempio. Soliloqui che dovranno essere spiegati, bigliettini che dovranno essere chiariti e comportamenti che dovranno essere analizzati a parte, invece, a rendere complicata la posizione di Andrea Sempio è l’ormai famosa impronta 33. La combinazione delle risultanze delle varie consulenze, grazie anche a sistemi di studio più evoluti rispetto al passato, ha infatti portato a lasciare pochissimi dubbi che quell’impronta lasciata sulle scale della cantina di casa Poggi appartenesse proprio a Andrea Sempio. Non è solo questione di minuzie, ma anche di vere e proprie ricostruzioni in 3D alle quali si aggiungerebbero alcune testimonianze dei carabinieri intervenuti in quel 13 agosto nella villetta di via Pascoli e nei giorni immediatamente successivi che riferiscono di una traccia “ancora bagnata”. Quindi non vecchia.
C’è, poi, anche una bugia che sarebbe emersa: la misurazione del piede di Andrea Sempio racconta che il 44 non è mai stato il suo numero di scarpe. Più compatibile, piuttosto, con un 42 o 42 e mezzo, tanto che anche l’impronta della scarpa Frau numero 42 adesso potrebbe rappresentare un problema per l’ex commesso 38enne. Tutto il resto? Sicuramente andrà letto meglio. Con più calma. Magari facendosi aiutare da qualcuno del settore, ma la prima impressione è che se c’è abbastanza per sostenere una richiesta di rinvio a giudizio e un eventuale rinvio a giudizio, a dibattimento gli scenari potrebbero non essere così definiti su tutti gli altri elementi emersi e portati a supposto dell’impianto accusatorio. A meno che nei prossimi giorni, dai vari “omissis” e da ciò che non è fuoriuscito, non spunti fuori altro di dirimente quanto le risultanze sull’Impronta 33.