Era tutto vero, ma per finta. Mi scusi, ma in che senso? Avrebbe fatto finta, per davvero, di sapere qualcosa in più sul caso di Garlasco. Parliamo dell’ormai noto e arcinoto teste Marco Muschitta, l'operaio e tecnico del gas per l'Asm (la partecipata comunale coinvolta nel primo filone di Clean) che durante le primissime indagini sull’omicidio di Chiara Poggi aveva dichiarato ai carabinieri di aver visto una ragazza bionda a bordo di una bicicletta la mattina di quel fatidico 13 agosto 2007 in via Pascoli, salvo poi ritrattare su suggerimento del generale Cassese e poi dello stesso padre, Giampiero Muschitta, che al telefono gli disse che era tutto per sua tutela. A distanza di quasi vent’anni Muschitta è stato audito anche in questo nuovo giro di giostra, forse quello definitivo, da parte della procura di Pavia. Il 14 aprile dell'anno scorso negli uffici della Squadra Omicidi di Milano gli sono state poste alcune domande (poche) e delle cui risposte possiamo conoscere il contenuto solo ora. Non ricorda cosa raccontò 18 anni prima, Muschitta, però si dice stanco, “stanco, per aver detto delle bugie all’epoca”. Ma perché dire delle bugie? Ma per spacconaggine, no? “Era come per farmi grosso con loro dicendo che sapevo delle cose importantissime”, parla dei colleghi alla macchinetta del caffè con cui ci si confrontava sull’omicidio di Chiara. D’altronde da quelle parti “ognuno diceva la sua e quindi” lui si era “deciso di dire che sapev(a) qualcosa in più” e quindi si sarebbe, secondo la sua nuova versione, “inventato che la mattina dell’omicidio aveva avuto modo di vedere una ragazza in bicicletta”.
Che ragazza? “La cugina di Chiara”. Ma perché proprio lei? “Perché erano già balzate alle cronache per via di quella foto che fecero”. Muschitta si riferisce al fotomontaggio che ritraeva le gemelle Cappa con la Cugina – foto insieme non ne avevano – appoggiato accanto a dei fiori sul portoncino di Villa Poggi dopo l’omicidio della cugina. Circostanza che fece parecchio discutere e alimentò diverse dietrologie tra i giornalisti e non solo. Però, gli inquirenti si domandano e domandano a Muschitta, se di gara a chi la spara più grossa si trattò, perché andarne a rendere conto addirittura alla magistratura, di propria sponte? Perché il bluff va portato avanti fino alla fine no? “Ormai le avevo raccontate (le fregnacce ndr) e quindi dovevo far vedere che erano vere”. Non sia mai che poi i colleghi alla macchinetta del caffè… “Poi in procura feci il racconto per tenere diciamo il punto sul mio racconto”. Ci tiene a sottolineare Muschitta, sempre nella sit, che dopo aver raccontato “questa cosa, che era comunque una” sua “invenzione”, lo fecero aspettare in una saletta con un carabiniere e quando lo chiamarono nuovamente lui, dopo aver riflettuto, aveva compreso di star “rovinando la vita di una persona che non c’entrava nulla”. Ma insomma, di tutto quello che disse all’Ag dell’epoca c’era qualcosa di vero?
Certo, “che quella mattina ero a Garlasco per lavoro”. Il 28 settembre del 2007, tra Marco Muschitta e suo padre Giampero vi fu una telefonata di cui dopo una breve pausa nell’interrogatorio di aprile, tirano fuori di fronte all’audito. Perché suo padre, intercettato, arrivò addirittura a dirgli che l’intercessione di chi lo fece ritrattare fu soltanto per sua tutela? “L’uomo che mi stava interrogando mi disse ‘se dici che erano tutte bugie te ne torni a casa e non ti succede nulla’”. Ma quindi, santi numi, cosa avrà mai visto il signor Muschitta quella mattina del 13 agosto 2007? Dopo tutto, lui, a Garlasco c’era eccome. “Quello che ho visto non me lo ricordo. Io ero a Garlasco quella mattina ma non ricordo quello che ho visto”. Quindi sta dicendo che non ricorda comunque cosa ha visto quella mattina, infieriscono gli inquirenti: “no non ricordo. Quando quell’uomo mi disse di dire che erano tutte bugie, lì mi sono ravveduto dal proseguire con la mia menzogna ed ho detto che mi ero inventato tutto”.