“Povera Italia! Costretta a scegliere tra una Repubblica che nasce dalla paura dei bombardamenti e una monarchia che aveva tradito la costituzione per il fascismo e il fascismo per gli Alleati”. A scriverlo era Giuseppe Prezzolini nei Diari Americani, che più di tutti ha incarnato la vera anima dell’intellettuale arcitaliano, per dirla con Curzio Malaparte, e cioè un intellettuale fedele alla natura stessa del proprio Paese determinata non solo dagli eventi interni, ma anche dalle condizioni esterne. Un intellettuale patriottico che ha viaggiato, un conservatore non reazionario. Uno di quelli che credeva al progresso non perché costitutivamente migliore, ma perché aveva intuito che la conservazione dei valori e dei meccanismi virtuosi della nostra civiltà equivale a conservare anche lo spirito di cambiamento che sempre ha attraversato l’Europa e l’Italia, un moto immobile, una corsa sul posto che da noi più che in altri Stati ha fatto sì che potessero convivere tra i democratici i monarchici e i repubblicani, così come i comunisti, i cattolici e i liberali tra gli antifascisti. Oggi essere antitaliano significa forse, più di ogni altra cosa, rifiutare le contraddizioni, i paradossi tricolore che fanno parte del nostro dna più di ogni altra bandiera sventolata a favore di ideologia, sia esso l’antifascismo, il lavoro o persino Dio. Siamo, d’altronde, il Paese del Risorgimento, e cioè dell’Unità d’Italia ma anche del Federalismo, e siamo il Paese di provincia, dei Don Camillo e dei Peppone, il Paese senza voce e quel Paese che, scottato dal periodo di mutismo, scelse di ricacciare per anni certe voci nelle fogne (che tornarono a galla, come ebbe a documentare fra tutti un intellettuale decisamente antifascista come Giampiero Mughini, con colta ed erudita ironia), salvo poi essere capace di riassorbirle, democratizzarle, vestirle per la sera e farle governare. Un’Italia bella che, in giorni come questo, 2 giugno 2026, a ottant’anni da quel famoso Referendum, rischiamo di appiattire, di rendere irrimediabilmente noiosa. Come si usa fare, per intenderci, con certi stramasticati teoremi maccartisti della vita quotidiana, in cui a ogni opinione espressa corrisponde una condanna, a ogni parola espressa liberamente un tentativo di boicottaggio online.
Per fortuna siamo il Paese in cui Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, primo e secondo presidente della Repubblica italiana, votarono per la monarchia. Non sono cose da poco. Da poco sono gli orpelli del discorso politico moderno, che si incartano intorno a questioni secondaria, come a voler cercare il pelo nell’uovo per poi mangiarsi il pelo e gettare via l’uovo (altra immagine efficacissima di un monarchico che perse quel famoso Referendum). Pensiamo che il problema sia la sfilata militare ai Fori imperiali (come si sostiene su Il Fatto quotidiano), ma la Repubblica è proprio questo marciare su una storia di guerre e a favore di pace, poiché la guerra va considerata non nell’ottica del dominio ma nell’ottica della conservazione. Ha più senso oggi mostrare, come vorrebbero certi intellettuali ospitati da Avvenire, il popolo che sbandiera vessilli arcobaleno, nel tentativo di attualizzare il presunto ma inesistente spirito di pace del tempo (che mai attraversò quegli anni, prima alimentati da uno spirito di rabbia e di difesa, poi da uno spirito, come ormai nessuno nega più, di vendetta), anche con un occhio ai conflitti in Medio Oriente; o ha più senso mostrare le armi della democrazia, di una Repubblica persino, utili per esempio a chi combatte una nuova Resistenza in Ucraina? Lo chiedo perché i santi contrasti che rendono l’Italia più o meno apprezzabile sono anche tutto ciò di cui oggi non si discute più. Si vorrebbe un tricolore a tinta unita o, peggio, nessun tricolore, come se il problema fosse nell’orgoglio nazionale di una nazione che si sente invece orfana del conflitto perenne, soprattutto fra chi, vantandosi della vittoria, pare abbia vera nostalgia delle fucilazioni sommarie e delle impiccagioni a testa in giù. Si festeggino allora 80 di Repubblica con un occhio di riguardo verso chi viene posto ai limiti di questa storia, nonostante quello italiano sia tutto fuorché un romanzo di idilli partigiani, di antifascismo civile e di fraternità (pure col nemico).