Aveva 104 e oltre 100 libri (pubblicati in Italia). È considerato uno dei pensatori più influenti della nostra epoca, vuoi perché quest’epoca l’ha attraversata tutta, vivendo gli anni della resistenza in Europa, gli anni del boom, gli anni della cosiddetta fine della modernità, gli anni della postmodernità culminati nell’11 settembre, gli anni della società liquida e pure della società virtuale appena iniziata. Edgar Morin è stato indubbiamente un autore non solo prolifico ma incapace di fermare il proprio pensiero, di moderarlo, di setacciare nella sua riflessione quanto di analitico e in un certo senso profondo potesse esserci per le discipline che ha accostato. Non a caso la maggior parte delle critiche gli sono arrivate all’interno dei singoli campi, dalla sociologia alla filosofia della conoscenza, e meno quando ad affrontare i suoi libri son stati filosofi, diciamo così, di vecchio stampo, e cioè alla ricerca di un sistema. Sia chiaro: molte delle critiche erano non solo appropriate, ma indubitabili. Una su tutte quella di un altro filosofo francese, peraltro molto apprezzato proprio da Morin, Michele Serres, secondo cui il concetto centrale nell’opera di Morin, la “complessità”, fosse in realtà “un falso concetto filosofico”, poiché vastissimo, così vasto da poter valere per quasi ogni cosa. Questa “vaghezza” retorica e pure stilistica, che un po’ - c’è da dirlo - è tipica del Novecento francese, ha fatto sì che, lato analitico, in molti abbiano criticato Morin sostenendo che le sue tesi non fossero falsificabili, e cioè che non potessero essere “stressate” per vedere se erano le migliori sulla piazza. In questo senso i libri di Morin hanno spesso replicato un vizio tipico della filosofia postmoderna, quello di imbastire falsi teoremi fortemente suggestivi, aiutati talvolta da un vocabolario apparentemente scientifico.
Edgar Morin è stato forse il primo esemplare dell’ultima generazione dei “cibernetici” o dei filosofi della complessità, una corrente che ha nei suoi padri e nei suoi precursori dei nomi fondamentali per la storia del pensiero novecentesco, da Norbert Wiener a Humberto Maturana (e già siamo alla seconda ondata), passando per Heinz von Foerster (il nipote di Wittgenstein). Morin, insieme a qualche altro filosofo come Ernst von Glaserfeld, pare abbiano raccolto l’eredità dei loro maestri, interiorizzando la morale dei loro studi ma non cercando di acquistare le loro competenze settoriali. In un ambiente decisamente fortunato per chi cercava di proporre nuove grandi sintesi, spingendo per il dialogo tra specialismi (era l’epoca della “nuova alleanza” di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers), Morin ebbe vita facile, anche per via di una dote che certo non si può negare: il dono della scrittura. È ciò che lo ha portato, tra il ’77 e gli inizi del Duemila, ha pubblicare un’opera mondo come Il Metodo, sei volumi in cui partendo da una critica all’idea di razionalità cartesiana (il peccato originale della filosofia occidentale, che si sarebbe poi abituata a spezzettare il mondo immaginando sistematicamente semplificabile in componenti più facili da studiare), mira a creare un nuovo modello di esplorazione, potremmo dire una nuova filosofia, basata su una razionalità aperta, viva, dinamica, appunto complessa, e cioè intrecciata, “tessuta insieme”. La realtà ha una trama, sarebbe stupido limitarsi a studiare il materiale con cui è fatto il filo senza cercare di avere conoscenza del disegno generale. Questa “visione di insieme” spiega anche perché molti dei sistemi, essendo complessi, siano ricorsivi, e cioè si riproducano da sé, in una sorta di circolo virtuoso che impedisce a qualsiasi studioso di sapere davvero se sia nato prima l’uovo o la gallina. La società, per esempio, produce gli individui che producono, con le proprie azioni e relazioni, la società. In questo senso qualsiasi domanda sul modello “uovo-gallina” (qualsiasi approccio lineare causa-effetto) è mal posto, poiché il modello organizzato di tutti i sistemi (tranne quelli della fisica classica, cioè semplici) è ricorsivo, e cioè in un certo senso si autoalimenta, rendendo gli effetti cause e le cause effetti.
Se vi sembra curioso, magari convincente, ma strano, è perché, effettivamente, si tratta di un’idea basata su intuizioni interessanti (per esempio il concetto di retroazione o “feedback” elaborato da Wienier, secondo cui certi effetti vengono sfruttati dal sistema per aggiustare la causa) ma elaborata in modo tanto visionario quanto nebbioso. Morin, che aveva un’immagine di quel che un nuovo sistema filosofico avrebbe potuto significare per la nostra epoca, ha scelto di dedicare un’intera vita a formularne le premesse, sostanzialmente collezionando complessità, andandole a scovare ovunque, da quelle più esotiche a quelle più vicine a noi, guidato da un’unica direttrice morale, quella di considerare l’incertezza, e cioè la ricerca in sé, come fondamentale per la società del futuro. Per questo, dopo una prima sbronza ideologica, si allontanò dal comunismo, suo amore giovanile, riconoscendo in esso una religione dogmatica, un sistema chiuso tale da impedire al soggetto di pensare con la propria testa. Questo è ancora più vero se si guarda alla nostra epoca e non agli anni Sessanta. L’età più fluida della storia è anche la più rigida, perché la stessa fluidità, la stessa apertura, la stessa disponibilità di possibilità per gli individui, non si è accompagnata a una valorizzazione dell’incertezza, del dubbio, di quel sano scetticismo democratico che è fondamentale in democrazia (un grandissimo pensatore liberale italiano, anche lui scomparso quest’anno, avrebbe parlato senza paura di “relativismo”, un relativismo buono e lontano dalla caricatura di molti). Senza incertezza, i modelli, anche i più emancipatori, si irrigidiscono, sclerotizzano e finiscono per inquinare il mondo. Questo, va detto, è ciò che prima di tanti altri Morin aveva davvero capito.