Come ho impezzato Andrea Pezzi non lo so ancora: forse perché in fondo è un tipo semplice, forse perché basta scrivergli su Instagram, forse perché non sono maleducato, o forse per narcisismo. Mi piace pensare che si sia fatto un Google sul mio nome. O forse Andrea Pezzi sa tutto, visto che, in contemporanea a Wikipedia, aveva creato il suo “Wikipedia visivo”, la famosa impresa internettonica da connessione remota, OVO, che poi ha chiuso.
Ma prima di tutto, Andrea Pezzi è un mio piccolo mito adolescenzial-stronzo. Generazione X parlando, bisogna tornare a un momento topico: la fine degli anni ’90, quando la televisione non era quella cosa davvero omologante che è oggi, dove è vietato tutto. Non era ancora un cumulo di format triti e ritriti, per un popolo — diciamocelo pure — di anzianotti e di ex giovani in crisi di mezza età che siamo diventati, in attesa della prossima innocua serie TV, ma un laboratorio vero.
Su MTV, Pezzi diventa uno dei volti di una generazione. E non tanti altri che manco mi ricordo. Di lui non è facile scordarsi: era istrionico, con uno stile curioso, abbastanza insopportabile. Forse era più di un semplice VJ: probabilmente il Carmelo Bene dei VJ. Ha preso quel linguaggio e lo ha smontato tutto, pezzo per pezzo: belloccio ma sveglio, veloce, fluido, apparentemente inconcludente, cinico, contaminato e sornione. Aveva voglia di arrivare, bucare lo schermo, aggredire il pubblico, mettersi in imbarazzo e metterlo in imbarazzo.
Non era solo conduzione: era una sorta di teatro sperimentale. Programmi come Kitchen segnano un momento, provano a mescolare contenuti e forme che oggi sembrano alto teatro dell’assurdo. Porta in TV la critica d’arte Francesca Alfano Miglietti, tra le righe a parlare di cyberpunk e intelligenza artificiale. Insomma, Pezzi era avanti. Non è mai stato un semplice ragazzo immagine: dentro MTV diventa una di quelle figure ibride, a metà tra il manager e il conduttore televisivo, con un’andatura un po’ new age, un po’ da guru — o forse, chi lo sa, un po’ lo è.
Poi qualcosa cambia dentro di lui. Pezzi esce dalla televisione nel momento in cui la televisione è sua, ai suoi piedi: è il conduttore più richiesto, acclamato. Vede qualcosa nella rete e decide di optare per il web. Sparisce tra gossip e rivoluzioni comunicative, mentre la TV perde potere e si sposta verso il digitale terrestre. Pezzi, prima di sparire, arriva persino a proporre format televisivi non più passivi ma sempre più orientati a un pubblico pronto a interagire col personaggio.
Niente: Pezzi sparisce, investe in rete, poi crea MINT (Myntelligence), software di automazione della pubblicità digitale basato anche su AI. È uno dei primi imprenditori italiani a puntare sulle AI: prima con progetti editoriali e di creazione di contenuto, poi con vere e proprie piattaforme, fino ad arrivare a lavorare su dati e pubblicità.
È un personaggio che ha fatto della sua irriverenza un’arte, che ha appeso le scarpe al chiodo al suo apice. È un tipico esempio di generazione X: il contenuto è diventato infrastruttura.
Oggi Pezzi è un ibrido, un coerente controcorrente. Ha scritto un libro di recente uscita, La nostra Odissea, figlio del suo percorso, nel tentativo di salvare una centralità umana dentro un mondo che, se tutto va come previsto, ne cambierà i connotati per sempre. Tra luddisti e tecno-entusiasti, ecco pure il suo spettacolo teatrale, Intelligenza naturale, che pare abbia un gran successo. Perché Andrea Pezzi ha questo segreto: un rapporto nascosto con il suo pubblico, che spesso quasi insulta con il suo stile supponente, ma alla fine riesce a sedurre tutti. Le domande e le interviste sono roba del secolo scorso, non andrebbero fatte, non sono roba da nemico. Per questo le faccio.
Se fossi un regista, come racconteresti la tua storia — da conduttore a direttore occulto di MTV Italia fino all’intelligenza artificiale? Quanto è “fica” la tua storia?
Non è male, devo dire… Fin qui il mio viaggio è stato molto divertente.Sono sempre riuscito a trovargli un significato alle cose… Ti direi che negli errori è facilissimo trovarlo un significato. Quando le cose vanno bene, è il significato che trova te, invece…
Perché MTV Italia in quegli anni era un laboratorio televisivo, grafico, di modi e atteggiamenti? E cosa hai capito lì? In cosa ti ha cambiato quell’esperienza?
MTV è stato un giardino della creatività ed è difficile comprenderlo per chi non lo ha vissuto… Vivevo a Londra e mi confrontavo con una tribù internazionale di creativi: facevamo arte e la travestivamo da comunicazione.
"Kitchen" è stato uno dei primi esempi di format di TV sperimentale: quanto era consapevole quella scelta? E oggi ci sono cose simili su internet? La tua TV si è mangiata internet?
Io non credo che le cose migliori nascano da un processo razionale: semplicemente ti attraversano e tu le fai. Poi col tempo capisci quello che hai fatto. Internet, soprattutto per me, era un linguaggio. Quando ho fatto il programma “2008” su Italia Uno ho scelto di parlare guardando in camera e dando del tu a ogni singolo telespettatore. Parlavo proprio al singolare e questo linguaggio successivamente è diventato la norma della televisione, così come oggi lo è nei social network.
A un certo punto hai lasciato la televisione, la fama ed anche qualche bella donna: cosa è cambiato in te? Sei soddisfatto o te la racconti?
Sono soddisfattissimo… Ho creato il mondo a modo mio e oggi lo abito con una libertà che al tempo non avrei neanche potuto sognare di avere. Le donne sono la parte di me che più mi affascina. Non penso di avere mai lasciato nessuna delle mie fidanzate, perché le amo ancora tutte. Quando qualcuno mi entra dentro e mi cambia la vita più o meno consapevolmente, ne diventa parte.
Il passaggio da contenuti a piattaforme e dati è stato graduale: come ci sei arrivato? Insomma, sei un Peter Thiel della pubblicità?
Considero Peter Thiel una persona pericolosa, molto ignorante e pericolosa. Quello che facciamo noi con MINT si muove nella direzione ostinata e contraria rispetto a quella che lui manifesta nei suoi discorsi, prima ancora che nella sua azienda. MINT usa l’intelligenza artificiale per aumentare la libertà e la capacità di ragionare degli umani, non li sostituisce, non li rende inutili. Rispetto all’evoluzione del digitale il discorso sarebbe lungo: io la divido in quattro grandi fasi conseguenti: liquid economy, sharing economy, data economy ed AI economy.
Progetti utopici come OVO e poi MINT raccontano due fasi diverse: cosa hai imparato dagli errori? Quanto è importante l’utopia nella tua vita
OVO non era un progetto utopistico. Era un progetto di grande potenziale eseguito male. In particolare, ho sbagliato il socio. Ho avuto in società Fininvest e mi sono trovato in mezzo a una guerra tra giganti, quando Berlusconi ha fatto una legge contro Sky, che era il mio primo cliente. Poi i miei soci hanno disatteso gli impegni e fermato gli investimenti prima che il piano industriale fosse completato. Insomma, ho imparato che è sempre meglio non mettere la propria vita e il proprio destino nelle mani di chi è più ricco e potente di te. Per piccolo che sia ogni progetto imprenditoriale, è valido quando sei libero di fare i tuoi errori e piano piano imparare a fare meglio.
Lavorare nella pubblicità digitale significa entrare nel cuore dell’economia dell’attenzione: come concili questo con il tuo discorso sull’umano e la coscienza? Fai il moralista? Da un lato ci guadagni, dall’altro un po’ moralizzi?
Affatto. Io non lavoro nella pubblicità, innanzitutto… La tecnologia di MINT crea trasparenza in un mondo — quello della pubblicità — che prima di noi era a dir poco opaco. Siamo una AI company che restituisce alle aziende la capacità di gestire i propri dati in autonomia, senza dipendere dalle big tech. MINT riporta il valore di chi investe ai legittimi proprietari… restituisce i dati a chi paga per generarli. Abbiamo rivoluzionato un sistema che ha distrutto interi comparti economici in tutto il mondo, facendo crescere a dismisura dei giganti della tecnologia che semplicemente hanno cavalcato prima e meglio degli altri un cambiamento, vampirizzando l’economia mondiale mentre illudevano tutti con la parola innovazione. Ma questo è un discorso molto ampio…
Per me sei sempre stato una sorta di performer, dal fare tra l’insopportabile e l’alieno: confermi? Ti senti un performer ancora oggi?
Io concepisco la mia vita come un’opera d’arte e la vivo per farne la cosa più bella di cui sono capace. Questo non ha a che fare con il pubblico o con chi mi osserva: ha a che fare col modo in cui sento dentro. Per alcuni, probabilmente, il mio modo di stare al mondo può diventare una provocazione, ma non mi riguarda… L’effetto che faccia agli altri parla a chi quell’effetto subisce, tanto nel bene quanto nel male.
Come è cambiata l’idea di “comunicazione” dagli anni di MTV a oggi? C’è ancora qualità, sperimentazione, insulto dandy-punk o contano solo le visualizzazioni?
Io penso che oggi non sia più il tempo delle provocazioni… L’ho fatto negli anni ’90 e all’inizio del 2000, ma oggi è un tempo di costruzione. Le persone sono smarrite, così come la cultura occidentale ha perso il suo primato. Oggi, secondo me, bisogna ricostruire su presupposti completamente nuovi e portare valori, non semplicemente provocare.
Programmi come "La Zanzara" sono tuoi figli?
Certamente. All’inizio degli anni 2000 a Radio Deejay facevo programmi serali molto irriverenti nei confronti del pubblico… mi piaceva l’idea di rompere l’ipocrisia, ma non mi sono mai spinto alla pornografia e all’esibizionismo della stupidità…
Pensi che l’Italia abbia perso il treno dell’innovazione o che abbia semplicemente un altro modo di affrontarla? Nel senso più individuale del termine, visto che non siamo bravi a fare sistema Paese: speri ancora in qualche genio solipsista?
Non so se l’innovazione sia un treno che porta al mare o in una caverna… Mentre ti rispondo a queste domande mi trovo nel Sud Italia, nel Salento, e penso che esista una misura, un ritmo nel meridione d’Italia che possa essere la salvezza del mondo. Quindi penso che l’Italia vinca sempre, anche quando apparentemente perde qualcosa che il nostro tempo definisce come importante.
Stai cercando di salvarci tutti? Il tuo spettacolo parla di identità e coscienza: riesci a definirle?
Non voglio proprio salvare nessuno, non voglio cambiare il mondo: voglio solo fare in modo che il mondo non cambi me… e non ci riuscirà. Rispetto all’identità e alla coscienza posso certamente darti la mia definizione. L’identità è il modo in cui l’Essere si fa esistenza qui e adesso. La coscienza, invece, non ha nulla a che vedere con la natura umana: è semplicemente uno strumento che si sovrappone alla natura per rendere possibile il processo dell’esistenza. Quando una persona arriva all’identità di se stesso, la coscienza riflette perfettamente il reale e si esaurisce la sua funzione soggettiva…
L’intelligenza artificiale, per adesso, è qualcosa di vicino alla retorica e alla noia? Non ti sembrano mediocri i risultati raggiunti fino ad adesso, almeno dal punto di vista creativo?
L’intelligenza artificiale sta già riuscendo a mettere in discussione l’essere umano almeno dialetticamente… Questo è già un enorme contributo. Molti creativi, sedicenti tali, sono già superati dall’intelligenza artificiale e questo credo che tutto sommato sia positivo, perché dovrà stimolare a fare meglio, a fare di più… ad essere più umani.
A proposito di macchine: sai che Carmelo Bene si definiva “macchina attoriale”? Lo hai mai conosciuto? E tu come ti definisci, Andrea?
L’ho conosciuto. Ovviamente l’ho anche portato in un programma televisivo che si chiama Sushi e che resta, assieme a Il tornasole, il programma di cui vado più fiero. Carmelo Bene era un uomo molto intelligente… un artista che aveva rotto il soffitto di vetro che ci contiene tutti. Come mi definisco? Sono allegria e trascendenza. Che ne dici, ti piace?
Ora fammi tu una domanda, così potrò dire che Andrea Pezzi mi ha intervistato.
Andrea Pezzi: Ti farò la domanda che faccio a tutti quando vengono ospiti alle conversazioni della mia fondazione: che cos’è un essere umano?
Vincenzo Profeta: Un essere umano è un organismo completo, che sente la relata col corpo, col sangue, con le lacrime, con la pelle, e riesce ad esprimere tutto questo nella sua mente, e in tutto quello che fa con le mani e col cuore, che ha una percezione ridotta e distorta, ma intensa della realtà, e sa di esistere nel momento in cui esprime amore per qualsiasi cosa, anche un oggetto, ed in fondo proprio per questo ha paura di morire, questa paura di morire o paura di non amore, è probabilmente la prova, che non morirà mai.
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