Federica Abbate non vede l’ora di farci ascoltare il suo nuovo brano. E per Superman si è travestita da sposa, giocando con l’immaginario del pop in cui è vive immersa da anni, anche come autrice. Ma Federica quel pop non lo nega affatto, anzi: lo abbraccia, ci gioca e lo smonta come un giocattolo. Per questo nel video promozionale lo sposo è Francesco Monte e il sacerdote che celebra il matrimonio è Sal Da Vinci. Prende le sovrastrutture e le ribalta. Federica gioca sulla canzone vincitrice del Festival che ha firmato lei stessa e scappa dall’altare, dal “malessere”, dalla validazione altrui, mostrando autoironia e senza mai negare l’importanza di avere una strategia di comunicazione, soprattutto nella musica pop. L'artista risponde anche alle polemiche su Per sempre sì.
Di cosa parla “Superman” e cosa vuole lasciare a chi lo ascolta?
Per parlare di Superman ho voluto inscenare un finto matrimonio, perché a me in qualche modo piace giocare con le sovrastrutture del pop. Io vengo dal pop e lo amo: mi piace la musica neomelodica, il reggaeton. Però le sovrastrutture che uso per altri artisti, su di me non stavano bene perché io sono buffa e goffa. Per tanto tempo mi è stato detto: “Federica, tu non sei una pop star, perché sei buffa e goffa”. E io mi sono detta: avete ragione. Quindi in Superman io mi travesto da pop star. Dato che io sono brava a “mettere i vestiti agli altri”, su me stessa ho voluto mettere il vestito da pop star perfetta: sono vestita benissimo, truccata benissimo e io guardo a favore di camera facendo la figa. Ma in realtà quella sovrastruttura che mi metto addossa, mi aiuta a mettermi a dubbio. Perché il mio vero superpotere è l’autoironia. Nel momento in cui la telecamera si spegne Federica ride di se stessa vestita da sposa. E alla fine ti racconta di un personaggio che ride delle sue sfighe con le sue amiche. La canzone parla della ricerca di questo Superman che ci validi, ma in realtà Superman non esiste e il nostro valore dobbiamo riconoscerlo da soli. Nel video scappo dall’altare, ma sto scappando dal “malessere” o ancor di più dal bisogno di cercare una conferma al di fuori di me. Io non sono né una diva né un’antidiva. Con questo brano monto e smonto il pop come un giocattolo. Perché io nel pop ci nasco, ne conosco bene i codici e lo hackero.
Tu sei una delle autrici di “Per sempre sì”. Chiamare Sal Da Vinci per promuovere “Superman” è stata una strategia studiata per alzare l’hype?
Dietro c'è anche altro. Questo progetto utilizza la sovrastruttura del pop, quindi il marketing, lo styling, ma lo ribalta. Inoltre, Superman vuole raccontare un’altra sfumatura di Per sempre sì, perché io in quel brano scrivo da donna, è una canzone estremamente romantica sul matrimonio che vuole dire: esiste chi dice per sempre sì. Questa è una grande verità che non va negata. Ma sono anche la stessa che, come in un gioco di specchi, scappa da quell’altare. L’amore è per sempre, ma io mi basto da sola: sono due tipi di comunicazioni che vanno in sincronia e allo stesso tempo si negano a vicenda. Oggi si tende sempre a polemizzare: o sei la pop star femminista estrema o sei la pop star tradizionalista. Invece viva la leggerezza di volare senza macigni sul cuore.
Cosa ne pensi delle critiche che sono state mosse a “Per sempre sì”? A quella di Aldo Cazzullo, per esempio, che ha definito il brano “da matrimonio della camorra”
Ci sono canzoni che fanno ballare, ci sono canzoni che fanno piangere e canzoni che hanno un contenuto politico. Penso che ogni canzone pop è bella. Il pop è un contenitore vario. Per me non ha senso tacciare una canzone di patriarcato o altro. L’amore romantico esiste. Perché parlare di matrimonio significherebbe parlare di patriarcato? Ci sono persone che credono nell’amore e si sposano, anche loro devono avere spazio d’espressione. Bisogna essere a tutti i costi arrabbiati e giudicanti? Non serve schierarsi in fazioni. La vita è fatta anche di fasi: magari oggi mi sposo e domani divorzio. Nella vita si può cambiare idea. Io penso che manchi la leggerezza.
Tu hai scritto tante canzoni di successo. Esiste una formula per creare la hit perfetta?
Se esiste io non l’ho ancora trovata. Sono talmente immersa nei codici del pop, che forse in qualche modo alcuni li ho assorbiti. Forse alcuni li ho creati anche io, mi appartengono. In Superman, per esempio, io sono entrata nel sistema con questi codici e ho deciso di utilizzarli per smontarli.
Ti ha mai infastidita essere associata alla definizione di “autrice di”?
Assolutamente no, anzi. Io all’inizio volevo fare l’autrice e basta. Adesso sto cercando di mettere a fuoco il modo di raccontarmi. La mia urgenza primaria è stata sempre quella di scrivere ed essere un’autrice, per me è motivo di grande orgoglio. Con Superman mi sto divertendo un sacco a parlare di quel lato di me da sfigata che piange con le amiche perché il malessere la ghosta. Però ci sto mettendo del tempo a capire come comunicare la Federica cantautrice.
Hai fatto sentire la tua voce per la prima volta collaborando con Marracash, prima con “In radio” e poi con “Niente canzoni d’amore”. Com'è nata la collaborazione con il King?
Io avevo scritto un pezzo che aveva delle strofe tremende, uno dei primi pezzi che ho scritto. Ma aveva un ritornello bellissimo, che poi è quello che senti in In radio. Marra l’ha ascoltato e gli è piaciuto. Io non avevo mai cantato neanche di fronte a mia madre, quindi mi trovai a cantarla in maniera assolutamente casuale. Poi mi ritrovai una seconda volta con Marracash e in macchina scrivemmo Niente canzoni d’amore. Stavamo tornando da un live, dove avevamo cantato In radio, ed è nata nel viaggio di ritorno. Le canzoni nascono così, il bello della musica è che è freestyle.
Quanto è importante avere una strategia nella musica?
Chi fa pop accetta di essere dentro il contenitore del pop che contiene una serie di sovrastrutture. Neanche io gioco di contenuto e basta. Il contenuto da solo non basta perché ogni venerdì escono tantissime proposte. Curare la comunicazione è importante tanto quanto la canzone stessa. Per questo io ho deciso di curare il mio personaggio, anche per veicolare la mia canzone. Io ho deciso di starci, che non significa mettere in luce una verità finta, ma è un modo di giocare con la verità. Sarei falsa a dirti che la strategia non serve.