Paolo Santo è un gran figo. E non parlo solo di quell’estetica da belloccio di chi è incosciente di esserlo. In un articolo precedente lo avevo definito “malessere”. La verità è che più parli con Paolo, più ti vengono domande da porgli e quell’aria da malessere si dissolve per lasciare spazio a una gentilezza rara. È tutto il mondo di Paolo Santo ad essere figo.
L’artista ha ancora tanto da dire. E se ascoltando Paolo Santo Superstar - il suo primo disco - non ve ne siete ancora accorti, ci penserà lui stesso a marcare ancora di più la sua voce in questa intervista.
Figlio di Biagio Antonacci, nipote di Gianni Morandi e autore di gran parte delle hit che avete apprezzato negli ultimi anni. Per citarne solo alcune: Apnea di Emma, Sinceramente di Annalisa, Tango di Tananai.
Ma Paolo Antonacci è anche molto altro e con questa prima opera discografica vuole ribadirlo, staccandosi dalle logiche che servono a costruire una hit per gli altri e lasciando libero spazio all’atto creativo.
In questa intervista Paolo compie un atto di onestà e ci racconta la sua arte: da come nascono i grandi successi che ha firmato per altri, a cosa voglia dire metterci la faccia con un proprio progetto musicale. Paolo descrive anche la sua visione dell’essere figlio d’arte, consapevole dei privilegi del caso e lontano da quella narrazione che puzza di vittimismo che scelgono alcuni colleghi.
Questo disco è molto diverso da “L’eta d’oro”, il tuo singolo d’esordio del 2024. Cosa è cambiato da allora?
“L’età d’oro” era un ibrido delle mie due anime, quella di autore e quella di cantautore. Quel singolo era ancora influenzato da quel periodo, in cui mi trovavo spesso chiuso in studio con altri artisti per lavorare alle loro canzoni e per questo è un brano un po’ più calcolato, per quanto lo adori. Invece, per scrivere “Paolo Santo Superstar” serviva tempo per poter delineare un progetto coerente. Il disco arriva da un periodo di solitudine creativa in cui ho fatto una ricerca su quello che piaceva solo a me. Scrivere tanto per gli altri ha un sacco di vantaggi, ma è anche vero che a volte ti depersonalizza molto. Avevo necessità di trovare qualcosa che mi appartenesse davvero, volevo ritrovare una passione infantile attraverso un dialogo con me stesso. Volevo capire che tipo di voce io volessi essere.
Ti è mai capitato di dover “annacquare” un’idea artistica per renderla più commerciale?
Forse il verbo giusto è “compromettere”. Ma si può compromettere anche in positivo, soprattutto nel pop, è anche interessante, quando la mia creatività si sposa con quella degli altri, con altri linguaggi. In passato sono stato bene nelle vesti di “pensatore a servizio”. Sono felice di essere un autore e di adoperare quel tipo di creatività, ma quella è comunque una creatività più compromessa. Scrivere una hit vuol dire cercare di mettere d’accordo tutti. Questo disco, invece, è d’accordo solo con me. Attenzione, io non credo che esista una creatività di serie A e una di serie B. Chiaramente quando lavori come autore, lavori anche con un obiettivo, che può essere un pezzo per Sanremo o per l’estivo. Ci sono tutta una serie di paletti che racchiudono la creatività.
Esiste una formula per scrivere la hit che funziona?
Qualcuno dei “piani alti” è convinto di sì: che siano gli artisti, i discografici o gli autori. Nell’ultimo periodo l’idea della formula è stata molto canonizzata. Penso anche che oggi la musica italiana sia oggettivamente meno interessante e meno coraggiosa, parlo della cosiddetta musica mainstream, sanremese o da classifica su Spotify, e il motivo è proprio legato a questa idea di “formula” su cui ci si sta focalizzando. Io ho sempre cercato di stare più lontano possibile dall’idea di formula. Cerchiamo di fare un lavoro di ricerca sul linguaggio, come per quel che riguarda il progetto Annalisa, per esempio. Magari la formula della hit potrei anche averla, ma anche nei brani più nazionalpopolari di cui sono coautore ho sempre cercato di mettere il taglio nella tela, ci provo sempre, perché altrimenti non sarebbe davvero interessante fare questo lavoro. Per me è sempre stata una responsabilità dare tutto me stesso e non accontentarmi mai. Per questo penso anche che per essere più performante bisogna scrivere meno e con artisti che davvero ti stimano come pensatore, altrimenti diventi un’applicazione per fare bene qualcosa, quello a me interessa meno.
Ti infastidisce l’idea di essere etichettato come “quello che fa le hit”?
Non mi dispiace se qualcuno mi relega ad autore di hit, perché tutto sommato lo sono. Non mi offendo se lo fanno gli altri. Io, però, mi sono chiesto spesso se stessi dando il meglio di me stesso. Ho pensato che potessi mostrare chi sono, senza quel famoso compromesso. Come autore mi sono sentito meno responsabile, solo un nome all’interno dei crediti che faceva quel che poteva. Soprattutto dopo aver compiuto trent’anni ho pensato: “Ok, sono sette anni che scrivo canzoni, ma cosa sto lasciando di mio?”. Volevo creare qualcosa che potesse aprire un dialogo. Avevo necessità di mettere una bandierina, per quello ho fatto il disco.
C’è un altro pregiudizio che potrebbe riguardarti, ovvero quello di essere un “figlio d’arte”. Molti tuoi colleghi, tra cui LDA E Leo Gassman, hanno spesso parlato del “peso” di esserlo. Tu cosa pensi a riguardo?
Lo dico con rispetto infinito nei confronti delle persone citate, che non conosco personalmente: non sono molto appassionato di questa narrazione che privilegia gli aspetti negativi di essere un figlio d’arte, la trovo un po’ stantia. Mi sento molto distante da tutto questo. Io semplicemente nasco in una famiglia di musica. Quando ero bambino mio padre ha costruito uno studio di fianco alla mia cameretta, quindi fin dall’infanzia ho capito che esisteva la possibilità di registrare la propria voce dopo aver scritto. Ho preso questo linguaggio e l’ho coltivato. A vent’anni volevo fare il cantante, ma io sono un timido e volevo stare lontano dalla carneficina del gossip, per questo ho scelto di assecondare la mia necessità creativa facendo l’autore. Questa è un’evoluzione che io ho sancito anche scegliendo di chiamarmi Paolo Santo. Non farei mai una pantomima su quanto è stato difficile essere figlio d’arte. A me ha dato tanto, ma non in termini di “porte aperte”, è stata una palestra di vita. Poter assistere al processo creativo di mio padre, per esempio, è stato parte di questo grande privilegio, con mille sfaccettature sicuramente anche meno piacevoli, ma non mi sentirai mai dire: “porca miseria, è stata dura”. Quando sento vittimismo sull’argomento mi sembra davvero un po’ troppo. Il tempo che usi per fare la vittima, lo togli alla musica.
Tu hai un'immagine molto interessante e comunicativa. Pensi che l'estetica possa trainare il tuo progetto musicale?
Non sono così sicuro che mostrare la mia immagine sia stata una grande idea. Pensa che quando sono uscito con il video de “L’età d’oro” mi sono pentito di essermi fatto vedere. Mentre la voce non potevo più tenermela per me, avrei voluto fare a meno di metterci la faccia, un po’ sull’onda di Liberato. Alla fine, con questo disco, ho scelto di spingere sul concetto di una persona che c’è e che la faccia ce la mette. Non ti nego, però, che mentre facevo l’ultimo shooting, una parte di me si diceva: “perché non ho fatto come Liberato?”. Spero solo che la mia immagine abbia un fil rouge con le mie canzoni. So che lo diranno in tanti per fare gli alternativi, ma assicuro che la mia estetica non è per niente studiata.
Nei tuoi progetti imminenti o futuri hai in mente di collaborare con tuo padre Biagio?
Io eviterei sempre perché si rischia di finire nel mirino del gossip, che io detesto. A meno che non ci sia un’idea per cui valga davvero la pena, allora a quel punto sì, potrei anche fare una canzone con mio padre. Pur di non sprecare un’idea sono disposto a tutto, ma al momento non è tra i miei progetti.