“Qualunque cosa, andiamo che insieme ovunque andiamo è libertà”, cantava Willie Peyote in “Semaforo”, brano contenuto nel disco Iodegradabile del 2019. Con Willie (nome d’arte di Guglielmo Bruno) ci siamo ricordati del ruolo della libertà. La libertà di fare, di non pretendere costantemente qualcosa dagli altri, specie dai più giovani. La libertà di vivere intensamente senza l’ossessione di guardare all'esterno quello “schianto” in corso, che ci avvisano sarà veloce, arriverà a momenti. Media, guerre, desolazione, malattie. Viviamo nell’ansia e nell'attesa di una moltitudine di tragedie che potrebbero verificarsi, agitati da una strana forma di resistenza perpetua. Il suo ultimo disco si chiama “Anatomia di uno schianto prolungato” e sembra un ossimoro (come fa uno schianto a estendersi nel tempo?) eppure è la condizione in cui ci troviamo tutti. Il cantautore e rapper torinese con il suo nuovo album ci riporta ai tempi del suo esordio, ai Subsonica, a riflettere sui “potenti” e la collettività, ad ascoltare quelle voci fuori campo che chiamano Gaza, a lasciarci andare alle ballad che canteremo al sole e sotto la luna. Willie Peyote vuole rimanere “fedele a se stesso”, come ci aveva confidato durante la nostra intervista alla Festa del cinema di Roma per Willie Peyote. Elegia Sabauda di Enrico Bisi (che trovate qui), e anche stavolta c'è riuscito. Dalla sensazione di (ri)vedersi su uno schermo e così ripercorrere la propria carriera e provare a ripensarsi, fino al futuro, (“Se il futuro non è scritto puoi inventarne un altro” da W. Peyote, “In cerca di uno schianto”), che Guglielmo, ma anche noi, vorremmo somigliasse alla libertà citata sopra, a quella libertà di fallire, di combattere, “per restituirci un mondo nel quale possiamo annoiarci, arrivare in ritardo e talvolta addirittura perdere”.
La nostra ultima intervista risale alla Festa del cinema di Roma, in occasione del documentario Willie Peyote. Elegia Sabauda di Enrico Bisi. Avevamo una domanda in stand-by, dato che, in quel momento, dovevi ancora assistere all'anteprima del (tuo) film. Come è stato guardarti sullo schermo?
Beh, ero po’ in imbarazzo, ecco. Vedersi per un’ora e mezzo sullo schermo se non hai disturbi narcisistici troppo sviluppati diventa un po’ pesante (ride, ndr). Battute a parte, è stato molto utile, in questi giorni mi sono reso conto che forse vedermi con gli occhi di Enrico nel documentario mi ha aiutato a liberare alcuni lati di me che magari nelle canzoni tenevo un po' nascosti, o che non volevo mostrare. Credo che un pezzo come “Burrasca”, presente nel nuovo disco, sia venuto fuori anche per via del fatto che c’è stata quella cosa prima.
Cosa hai scoperto di te?
Ho scoperto che non devo avere troppa paura di togliermi dei paletti mentali, di sembrare troppo semplice, che era sicuramente un problema che avevo, o il timore di essere troppo “addolcito”. Nell'album mi sono lasciato un po’ andare. Non è stato realizzato tutto con quel tipo di approccio, però guardarmi da fuori, attraverso gli occhi di qualcun altro, mi ha aiutato a vedermi in modo più completo e a lasciarmi andare di più.
Nella realtà in cui viviamo è come se fossimo sempre in uno stato di allerta. Ci dicono che siamo finiti, che sta per arrivare una terza guerra mondiale, i media ci bombardano, non fanno altro che avvisarci dell’arrivo “prolungato” di “schianti”. Eppure, ci sono anche tanti problemi “stupidi” o di poco conto che vengono normalizzati o resi importantissimi. Per te quali sono le vere urgenze, i veri punti su cui vale la pena combattere, mettere la testa?
Secondo me dovremmo intanto combattere per restituirci un mondo nel quale possiamo annoiarci, arrivare in ritardo e talvolta addirittura perdere, perché si è perso proprio questo. Se penso alle nuove generazioni, gli abbiamo messo una pesantezza addosso del dover raggiunger gli obiettivi in pochissimo tempo, alzare costantemente l’asticella, che questa cosa non fa bene a nessuno. Me la vivo male anche io. Nel disco, ad esempio, c’è un riferimento a quanti studenti si suicidano sempre più spesso per non aver raggiunto i risultati universitari che volevano, che si aspettavano o che qualcun altro si aspettava da loro. Vale la pena combattere per tornare ad avere il diritto di fallire.
In questo disco tornano i Subsonica che sono stati dei mentori per te. Che effetto ti fa sentirti dire, magari da chi vuole fare questo mestiere, che sei tu il mentore?
A me non è successo ancora, sarebbe un onore, senza alcun dubbio. Se potessi fare per qualcuno quello che i Subsonica hanno fatto per me, sarebbe uno dei riconoscimenti più grandi, però adesso, davvero, non ho la sensazione di averlo fatto, quindi non me lo sono posto il problema. Io gli sono grato, senza di loro non sarei qui. Quando dico che sono grato ai Subsonica lo dico sia come mentori da lontano, sia come mentori da vicino quando mi hanno accolto nel loro contesto. Non credo sarò mai in grado di fare quello che hanno fatto i Subsonica per me, per Torino, e per la musica italiana in generale. Quindi non me lo pongo il problema.
“Non si nasconde fuori del mondo chi lo salva e non lo sa. È uno come noi, non dei migliori.” È “Non si nasconde fuori” di Montale. La trasformo in domanda. Nel disco torna il futuro, il legame con l'altro e “l'alto”. Ma a risollevarci veramente, a risollevare il mondo è la collettività o sono i “migliori”, i potenti?
I potenti no, non hanno nessuna intenzione di salvare nessuno, se non loro stessi. I potenti oggi sono quelli che comandano il mondo a livello finanziario ed economico. Quelli che controllano il pianeta davvero. La collettività per me è la chiave di tutto sia nella mia esperienza personale che professionale. Senza gli altri non mi sarei salvato e non avrei fatto determinate cose. Quindi per come la vedo io sì, si è perso tanto in questa epoca molto individualista, si è perso il concetto di collettivo. L’ha detto molto meglio Montale di me. Il tema è: chi ci salva non è per forza uno dei migliori, magari semplicemente è una persona. Poi un’altra cosa. A me non piace la gara a chi è più puro. Non cerco mai di elevarmi al di sopra degli altri, io credo che si debba accettare di essere simili e di vivere in un’epoca ricca di contraddizioni e di essere contradditori noi per primi. La gara a chi è più puro non fa bene a nessuno.
“In cerca di uno schianto” è il titolo di una canzone dell’album. La vita piatta, senza che nulla di fatto accada, “senza schianti”, anche ripensando al periodo che hai vissuto durante la pandemia e che abbiamo visto nel documentario di Bisi, ti fa paura?
Ne ho parlato recentemente con la mia analista (ride, ndr). Penso che tra la vita di Kurt Cobain e quella di mio nonno Mario, che è morto circondato dagli affetti, e che aveva dimostrato di aver costruito qualcosa di vero, io forse sceglierei comunque Kurt Cobain, morto male a ventisette anni. Credo di essere un po’ affezionato all’idea delle grandi cose, non vuol dire che sia come Cobain o che possa arrivarci, ma dovendo io scegliere, sceglierei una vita che raggiunge un grande obiettivo che ha molto impatto sugli altri, ma che dura poco. Non so dirti. Ritengo che una vita senza porsi il problema di scoprire cose nuove sia tendenzialmente noiosa e non porti da nessuna parte. Sul tema dello “schianto” credo si stia arrivando a un punto in cui è talmente tutto ‘troppo’ che il dubbio che forse sia meglio azzerare, ricominciare, fosse anche attraverso uno ‘schianto’ che fa dei danni veri e che magari non siamo noi a ricominciare, ma inizia qualcun altro poi, sia un tema che comincia ad aleggiare in tutti. Non so, sento che siamo tutti stanchi. E a me spiace, siamo tutti stanchi e allora perché non ci mettiamo d’accordo e capiamo come migliorare la nostra condizione anziché essere così asserviti a questo meccanismo?
Magari dovremmo risolverla collettivamente. Parlando di cambiamenti, il tuo disco è un compendio tra nuovi percorsi e vecchie sonorità, come quelle anni Novanta che ci fanno tornare indietro ai tuoi inizi.
Abbiamo lavorato in maniera molto naturale, senza troppo overthinking, senza affezionarci alle cose e poi forzare la mano per riportare avanti il disco anche quando non trovavamo la quadra giusta. Il producer Stefano Genta, che ha fatto la direzione artistica del progetto, aveva molta più intenzione di tenere come concetto la vibe, che le cose arrivassero subito bene, mantenerle come erano inizialmente. Sul discorso di aver fatto cose nuove, come “Burrasca” o brani come “Luigi”, che magari richiama cose più vecchie che ho fatto, forse c'entra anche il sentirsi, in un certo senso, arrivato dove dovevo essere. Quando hai la sensazione di sentirti al posto giusto e non più in ricerca continua, ti viene naturale guardarti indietro accettandoti di più, recuperando una parte di te che avevi lasciato da parte perché cercavi di 'arrivare'.
Tipo?
Mi spaventa un po' dirlo, perché io sono un pessimista, dire che 'sto bene' mi fa paura, però è così. Mi sento di essere dove dovevo essere. Come accennavi prima, a quello che si diceva nel documentario, che gli anni del Covid e post Covid sono stati molto pesanti per me, nel film si racconta quanto tempo ho impiegato a riflettere su dove avevo sbagliato, su come potevo recuperare il tempo e il terreno perduti, su cosa fossi effettivamente. Oggi sono uscito da quel loop lì.
In “Anatomia di uno schianto prolungato” parli anche di relazioni, in “Burrasca” ti soffermi sul senso di aggrapparsi all'altro, il ritmo in generale sembra più disteso.
Penso sia la conseguenza del fatto che quando smetti di essere così concentrato su di te, perché stai cercando di capire come risolvere un tuo problema, magari riesci a darti più agli altri. Immagino sia collegato sempre al fatto di essere uscito da quel loop, e quindi sto meglio anche con le persone, probabilmente. Questo però, più che a me, dovresti chiederlo agli altri.