Che la priorità sia “l'amore per Venezia”, come assicura il ministro Giuli in missione di pace dal "fratello" Buttafuoco, presidente della Biennale, come potremmo mai permetterci di metterlo in dubbio? Sarebbe impertinente, ma è altrettanto maliziosa e seducente la teoria per cui tutto il gran caos di queste settimane al Ministero della Cultura, abbia un senso ben più strategico. D'altronde l'orizzonte che si profila tremulo nell'aria (bollente) che tira è incerto. Non si riesce a scorgere il punto in cui il mondo finisce, dove gli alberi maestri vengono inghiottiti e tutto precipita nel vuoto delle prossime elezioni politiche, o chissà, magari di un voto anticipato, e chi può dirlo, di una imprevedibile crisi di governo dell'ultimo momento. Al netto di quel che non ci azzardiamo a prevedere, negli ambienti romani l'ipotesi di un governo tecnico (al di là della sua plausibilità, o meno) pare così tanto eccitare i democratici di quel "partito cinese" che, tra occhiali e baffetti, si danno un gran da fare in convegni sul nuovo ordine mondiale post-occidentale. Tutti, ma proprio tutti, sono impegnati con squadra e compasso in previsioni del futuro equilibro politico e il presente Dis-equilibrio post referendario. Ministro della Cultura Giuli, nonché ex direttore del Maxxi, un bel direttore, al quale potrebbe non dispiacere l’idea di tornarci, al Maxxi. Perché l’intenzione non rimanga tale occorre prendere alcuni provvedimenti, ovvero porre rimedio ai peccati commessi. Per questo, dal mancato finanziamento al documentario su Giulio Regeni si è arrivati al licenziamento di Emanuele Merlino - fedelissimo del potente sottosegretario di Meloni, Giovanbattista Fazzolari – ed Elena Proietti, silurata con una pec il giorno della festa della mamma, proprio lei che non se ne vuole “fare una ragione”, definendo sé stessa “donna di partito”. Ecco, cari lettori, forse è proprio questo il punto che sfugge. Giuli non è un uomo di partito.
Appare anzitutto evidente che il MiC e Fdi non siano esattamente quella raffinata laguna da attraversare in gondola col "fratello" Buttafuoco, maestro nell'arte delle lettere e del teatro, bensì una grossa palude in cui si corre il rischio, più che altro, di restare impantanati, anche oltre il tempo dovuto. D'altronde l’esordio al ministero di Giuli fu inaugurato con purghe che vennero addirittura definite “staliniste”. Parliamo dell’azzeramento di tutte le quote Sangiuliano in luogo di alcuni suoi fidati portati con sé al ministero proprio dal Maxxi. Profili dallo specchiato curriculum, ma non certo di estrazione meloniana. Chiara Sbocchia, già sua assistente personale nel grande museo romano, venne nominata a capo della sua segreteria, ma il punto dolente, come ricorderete, fu Francesco Spano. L’ex segretario generale del Maxxi, la cui nomina a capo di gabinetto generò non pochi malumori in Fratelli d’Italia oltre a pericolose insinuazioni e malelingue per la sua vicinanza al mondo Lgbtq+ e un presunto conflitto di interesse. Disinnescata la faccenda giusto in tempo con le spontanee e amare dimissioni dello stesso Spano. Già questo principio turbolento denotava quanto l’animo politico conservatore di Giuli non fosse organico al partito di Giorgia Meloni e appartenesse piuttosto ad una dimensione alt(r)a di pensiero e cultura, dove i confini, da destra a sinistra, a volte coincidono.
Ma ora, come potrebbe Giuli tornare ad accreditarsi presso quell’intelligenzia così indispensabile qualora decidesse di tornare al Maxxi una volta esaurito il suo tempo al MiC? Con questa chiave di lettura acquisice un senso la politica “di mano tesa” nei confronti di quella chiesa laica e nanni-morettiana del cinema. La sua indulgenza nel difendere strenuamente il sistema di sussidi nonostante i controlli più severi dopo l’imbarazzante (e al tempo stesso inquietante) caso Kaufmann. Adottando questa lente d’ingrandimento ha una coerenza lo scontro politico con Buttafuoco, a favore della martoriata, e da tutti ormai dimenticata, Ucraina. Lo stesso vale per lo scontro a distanza con Matteo Salvini tramite salotto televisivo, ma l’azione più indispensabile è stata certamente l’azzeramento del proprio staff. Dimostrazione senza tentennamenti - a chi se ne sta affacciato alla finestra - della sua capacità di recidere il cordone ombelicale con la destra in qualsiasi momento e anche spietato, se necessario. Elena Proietti, quasi a conferma di questo, è stata licenziata il giorno della festa della mamma. Un gesto altisonante se giustapposto alle scuse a Giorgia Meloni, il cui sapore suggerisce un cliché: "nulla di personale", è la politica, Giorgia?