Rinnegare il proprio passato è roba da vili. Al contrario, lo studio della storia (personale o collettiva) è la condizione necessaria all’evoluzione. Alessandro Giuli è il ministro della Cultura, già firma del Foglio e, come più volte ha spiegato sulle pagine del quotidiano, ex ultras della Roma. La coppia cultura-calcio suona male solo a chi il secondo lo snobba per arroganza. Un atteggiamento che non tiene conto del fatto che il calcio, e lo sport in generale, sono invece portatori di significati che vanno al di là della semplice performance. Sono riti collettivi, volendo essere retorici. Guardando le componenti coinvolte qualcosa sul fenomeno diventa più comprensibile. Gli ultras sono soggetti senza dubbio responsabili dell’espansione e della diffusione della passione per il calcio. Le curve organizzano trasferte, portano canti e folklore, raccontano storie attraverso immagini. Riti, appunto. E lo stesso Giuli ne ha scritto, riportando sul Foglio le cronache della sua vita passata. Siamo in aria di derby romano (che si giochi a pranzo di domenica o il lunedì sera: è il weekend del derby) e proprio Roma-Lazio è il tema di alcuni racconti del Ministro. Ma non solo della stracittadina parla Giuli. Così comincia infatti il pezzo “La palla e la bestia” del 27 febbraio 2015, il giorno successivo alla trasferta vincente dei giallorossi in Olanda contro il Feyenoord: “Alla fine, oltre alla qualificazione, la sola vendetta che i romanisti si sono presi è stata lasciare Rotterdam così come l’hanno trovata. È rimasto deluso chi s’aspettava che un manipolo di eroi scemi andasse in Olanda per riparare l’onore della Barcaccia con lame e mazze”. Nella gara d’andata gli olandesi avevano mostrato le proprie capacità sul campo e fuori, devastando Roma e vandalizzando la Barcaccia del Bernini in Piazza di Spagna. Un gesto che chiedeva vendetta. Ma la curva Sud in trasferta non si è lasciata trasportare, anche perché “Come insegnano i veterani, se hai fatto brutta figura in casa, fuori casa rischi solo di fare peggio: ti pesteranno le guardie straniere e le risate del nemico-spettatore saranno il colpo di grazia alla tua credibilità”. Chissà se davvero come ipotizzato da Giuli qualche ultras non si sia poi beccato con i rivali “in qualche discoteca estiva” per un regolamento di conti definitivo. “Insomma col Feyenoord è finita bene, ma non è finita. Perché la palla e la bestia non si separano mai, il calcio e l’ultraviolenza sono i due volti di un’educazione sentimentale che può cominciare in tenerissima età e che merita d’essere raccontata. Da chi c’era (e non c’era), come in una fiction autentica”. Perché questo è il tema dell’articolo: l’educazione sentimentale e da ultras.
Ed è qui che ritorniamo al derby. Il “fratello avvocato” e laziale del Ministro “dice che anni fa”, in un Roma-Lazio del “duemilacinque o giù di lì” i biancocelesti “se la sono vista brutta contro una prima fila di romanisti armata fino ai denti e guidata da uno con la motosega tra le mani. La polizia immobile, i giornalisti muti forse per scelta questurina. Fra i laziali ci furono parecchi sbudellati, molto cuoio capelluto sanguinolento strappato a colpi di bastone; fra i giallorossi, i vincitori, una milza da buttare”. La vittoria fu giallorossa. Ai tempi Giuli era già fuori dal mondo ultrà, ma l’interesse (non per l’esito del confronto: quello culturale) era ancora vivo. Le armi: “All’epoca i laziali avevano introdotto l’usanza di annodare coltelli lunghissimi ai manici di piccone, con effetti oplitici assai premianti”; i romanisti risposero con la motosega. “Poi per fortuna, tra repressione e ricambio generazionale, si sono tutti un po’ placati. Ma che follia, eh”. Sì, una follia. Ora invece si son dati tutti una calmata. Più o meno tutti: non i tifosi del Feyenoord, per esempio. E di violenze a dire il vero se ne son viste anche gli anni successivi.
Dunque che ruolo ha avuto tutto ciò nel vero centro della storia, ovvero l’educazione? “L’educazione sentimentale al mondo ultras può avvenire in tenerissima età, quando capisci che non puoi più entrare in curva mano nella mano con tuo padre”. È la fase delle bugie ai genitori per scappare di casa, quella in cui serve “inventarsi (o reclutare) amici invisibili maggiorenni spacciati per ghandiani, promettere prudenza e nascondere con cura le prime sigarette”. Siamo tra la metà degli anni Ottanta e la fine dei Novanta, quando o si entrava “nel vecchio Olimpico scavalcando in mattinata” oppure “un minuto prima del fischio d’inizio” sfruttando l’“onda d’urto dei senza-biglietto accalcati sui cancelli d’ingresso privi dei tornelli”. Non tutti rimanevano illesi, “C’era sempre lo sfortunato che pagava con un manganello tatuato sulla schiena, e c’era il più sfortunato che finiva bevuto (ma rilasciato quasi subito)”. La Sud al tempo era divisa “psicoticamente” in due, tra Commando Ultrà e Gruppo anti-Manfredonia da una parte e Vecchio Commando Ultrà Curva Sud dall’altra. La ragione dello scisma fu l’ingaggio del laziale Manfredonia, il primo giocatore a passare dai biancocelesti ai giallorossi. Argomento sentito, tanto da scannarsi in Coppa Italia, quando uno scontro finì con un accoltellato, “perché a Roma la lama è una specie di apostrofo rosso tra le parole ‘t’ammazzo’, con spesso in aggiunta ‘bastardo’”.
Passata la fase di divisione su Manfredonia, “il giovanissimo tifoso” si avvicina prima ai Fedayn del Quadraro di “origine sinistrissima”, un contatto “divertente e fugace” con colonna sonora annessa: “Se non hai / se non hai / se non hai l’eroina / vieni qui / vieni qui / te la danno i Fedayn”. Breve ma intenso. La vera entrata però avviene per referenza, nel caso di Giuli quella del “Melanzana, smilzo pregiudicato di Tor Bella Monaca, almeno dieci anni più grande di me, fervido organizzatore del così detto ‘comitato d’accoglienza’ per i tifosi ospiti non benvenuti a Roma”. E se il primo scontro, “rito d’iniziazione”, è deludente, la prima trasferta, “rito di passaggio obbligato”, è “emozione vera”. “Si viaggiava per lo più nei ‘treni speciali’, convogli fuori corso che le Ferrovie dello Stato destinavano al randagismo vandalico dei tifosi, ma che avevano l’inconveniente d’essere facilmente aggredibili a ogni stazione dalle forze dell’ordine”. Memorabile il viaggio a Genova per la finale di Coppa Italia di ritorno contro la Sampdoria, aperta da uno scenario da guerriglia, “fumogeni lanciati dalla polizia, transenne e doriani scaraventati qui e là”; e ancora più indimenticabile il viaggio di ritorno con il bus finito in un crepaccio e gli ultras lì ad attendere: 50 di loro, “i più brutti e grossi e cattivi della compagnia”, tornarono con l’altro bus ancora disponibile, mentre tutti gli altri, Giuli compreso, attesero fino al giorno dopo. “Inconvenienti delle iniziazioni”.
Ma “i gruppacci vanno e vengono”, il Melanzana pure, prima “si dà al por*o semi-amatoriale”, poi “finisce in galera per truffa aggravata”, e pure tra gli altri chi è finito “bevuto” per una rapina in banca, chi rimasto indietro per le prime “leggi speciali” e tessere del tifoso. E seguono alcuni brevi aneddoti di cui ricorderemo solo quello che coinvolge la tifoseria del Milan, “la volta che in trasferta a Milano i milanisti ci filarono dalla metro a piazzale Lotto, ma poi ci mescolammo alle loro prime file che davano l’assalto alle guardie per raggiungere i romanisti, e come per magia attraversammo il cordone dei celerini riunendoci ai nostri per divertirci di nuovo tutti insieme (a fine partita, noi circondati da quelli delle Brigate rossonere, le guardie ebbero la geniale idea di radunarci davanti al bar dov’erano parcheggiati tutti i motorini dei ragazzi delle Brigate, il che rese comprensibilmente più animosa, se non legittima perfino, la loro carica disperata al pensiero di quanto costino i carrozzieri a Milano)”.
“Dice: ma allora tu sei davvero uno culturalmente violento!”. No, poiché “questa è una fiction verosimile o un raccontino autobiografico parecchio romanzato. Non viviamo in un libro di Irvine Welsh, non è scontato il lieto fine borghese con villetta a schiera”. Ma “Sopra tutto”, dice Giuli, “non c’è una morale”, al massimo qualche residuo della cosiddetta “etica ultras”. La storia sentimentale del giovane tifoso si chiude con una riflessione: “Una società senescente non può diabolizzare la violenza esiliando i riti giovanili di passaggio, altrimenti si ritroverà gli stadi pieni di ragazzini grandi e piccoli (a volte si resta ragazzini fin dopo i quarant’anni) alle prese con l’unica cosa ritenuta etologicamente necessaria: intrupparsi intorno a una sfera di autoidentificazione, difendere il proprio territorio, attaccare quello degli altri, selezionare i capibranco e associare loro i gregari, insomma giocare a fare i maschi come in ogni civiltà o inciviltà”. Il monito è: “Abolito il folklore, Marte non abita più lì, dove germogliano spirali incandescenti. E incontrollate. Chiudeteli pure gli stadi, i giovani balleranno nelle piazze finché la Playstation non avrà finito di rincoglionirli”. No, il Ministro “non se la cava così”, con questo finale, arrivato alle conclusioni senza mai pronunciare la parola “calcio” e già “pronto per il Daspo”. Sarà che ha ragione Francesco Totti ed “è meglio sospendere dal campionato le squadre infestate dai tifosi violenti”. No, non è nemmeno così che deve andare, e “allora – insisto – perché non fare una cosa più genuinamente italiana, abolire direttamente il campionato?”. Tanto “l’agone virtuale” è già costellato di violenza e lì condurranno gli ultras fuoriusciti dalle curve; lì “ci insulteremo con gioiosa ferocia”, “potremmo dirci certe cose da fare accapponare la pelle, cose efferatissime, fuorilegge ma dentro il nulla”. Niente allarmi dunque, “è solo questione di tempo e tutto si pacificherà in un tuìt”.