Possiamo pensarla in tutti i modi sugli ultras di Lazio e Inter. Una cosa, però, va detta: le coreografie messe in piedi per la finale di Coppa Italia erano devastanti. Le due tifoserie organizzate da giorni avevano chiesto il supporto di tutti, dando istruzioni su come comportarsi; i telefoni devono essere lasciati in disparte, almeno per qualche minuto. I due versanti dello stadio Olimpico completamente coperti dai colori delle due squadre. “Senza paura” i laziali, giocandosi la vita i nerazzurri. La curva Nord rappresenta l’aquila, simbolo del club, sostituito da un uomo con la sciarpa biancoceleste sopra la frase, presa dall’Inno alla gioia di Beethoven: “Vien sorridi a noi d’accanto. Primogenita del sol”. Gli ultras dell’Inter, in trasferta ma amici degli ospiti, hanno risposto con la storia: “Dal 1969 ci giochiamo la vita per te”. Un uomo con cappello e barba guarda il simbolo della Coppa Italia. La vittoria, alla fine, sarà loro. Una vittoria portata fino in fondo con rispetto tra le due tifoserie. Gli interisti citano un fatto di cronaca caro a tutto il tifo laziale: “Il popolo interista ricorda Gabriele Sandri. Questa finale è scolpita nella tua memoria”. Gabriele Sandri, Dj Gabbo, ucciso dall’agente Luigi Spaccarotella mentre seguiva la Lazio in trasferta. È il mondo ultras, fatto di simboli e sangue lasciato sulle strade che riempie le caselle di un movimento pieno di contraddizioni; di infami e fedeli, alleanze e nemici. Mentalità. Codici scritti nella prassi e non sui testi.
Poi viene il campo, solo dopo. Prima c’è il rituale che ogni ultras attende: quello in cui mostra la propria fede. Noi contro di loro. L’Inter vince 2 a 0 una partita lineare scandita da due errori dei difensori della Lazio: l’autogol di Adam Marusic e la pigrizia di Nuno Tavares regalano la Coppa Italia a Cristian Chivu, vero protagonista di questa stagione nerazzurra. A fine gara tutti a dire: è la squadra più forte, ha fatto solo il proprio dovere. Ma a inizio anno le voci raccontavano qualcosa di diverso, di un Napoli avanti e in aria di ciclo vincente, migliorato da un mercato specchio dell’ambizione di Antonio Conte e della voglia del presidente Aurelio De Laurentiis di andare avanti, finalmente, anche in Europa. Con le giornate il mirino si è abbassato: vogliamo la Champions League, niente più.
La Lazio, invece, chiude una stagione durissima. Un’annata vissuta in contrapposizione con il presidente Claudio Lotito, invitato anche durante la finale a “lasciare libera” la Lazio. L’amore e l’odio di un popolo convogliato a Ponte Milvio, quello dei lucchetti e dei per sempre. L’eterna fedeltà i laziali l’hanno già messa sul piatto. Lotito non ha intenzione di andarsene. Un faccia a faccia tra i molti e l’uno. “Non c’è partita non c’è finale, che possa intaccare il nostro legame”, hanno scritto sugli striscioni. Legami. Oltre alle contraddizioni e le ambiguità, ci sono anche legami nel tifo ultras di Lazio e Inter.