Quel 29 gennaio 1995 in campo c’erano il Milan di Fabio Capello e il Genoa in lotta salvezza, in panchina Pippo Marchioro e l’obiettivo di rimanere in Serie A. Lo stadio Ferraris è un tempio del nostro calcio, la curva Nord del Grifone la dinamo per la squadra nelle partite casalinghe. Gli ultras del Milan sono in trasferta. Sono tanti. In quel periodo però la frammentarietà della curva Sud diventa più marcata. Dalle Brigate Rossonere, uno dei gruppi storici della tifoseria organizzata milanista, si è separata una colonna: sono ben vestiti, “ultras in borghese”, portano dei giubbotti eleganti e per questo verranno chiamati “la banda del Barbour”. Il nome che si sono scelti, però, è Brigate 2. L’ala è composta da giovani in cerca di autonomia dalla tradizionale Brigata. Molti di loro hanno simpatie per l’estrema destra. Tra le file del gruppo c’è anche Simone Barbaglia, 18 anni; dall’altra parte Claudio Vincenzo Spagnolo, detto “Spagna”, che invece tifa Genoa. Ha 24 anni, frequentatore attivo e abituale della curva Nord del Marassi. Fuori dallo stadio, però, accade un fatto renderà eterno il suo nome, un capitolo decisivo per la storia del calcio italiano: “Spagna” viene ucciso da Barbaglia con una coltellata durante gli scontri esplosi a margine della partita. Tra le strade di Genova si consuma un delitto che è un punto di non ritorno per il tifo organizzato: “Basta lame, basta infami”, è il grido alzato dagli ultras dopo l’omicidio.
Barbaglia e Spagnolo sono faccia a faccia: il milanista è armato di coltello a farfalla, il genoano è a mani nude. Lo scontro è impari. “Avevo paura”, dirà Barbaglia. Voleva impressionare il suo leader, Carlo Giacominelli, laureato in economia e commercialista nella vita, anche oggi. Lo chiamavano “il chirurgo” per l’efficacia della sua arte con l’arma bianca. Simone Barbaglia viene condannato a 14 anni e 6 mesi, ma uscirà prima grazie all’indulto e a vari sconti di pena. Nel 2007 torna libero. Trentuno anni fa moriva Vincenzo Spagnolo, detto “Spagna”; il suo assassino, come titolò l’Unità in un articolo dell’epoca, “uccise per il Milan”. Su un muro di Genova c'è un murales che ritrae il volto di Spagna con a fianco la scritta: “Hasta siempre Claudio Spagna”.
I fatti di Genova portarono ad altri provvedimenti nei confronti di ultras rossoneri e rossoblù. Giacominelli, per esempio, patteggia due anni senza condizionale. Tra coloro che dovettero affrontare la giustizia ci fu Massimo Elice, “Olaf”, oggi presidente dell’Old Clan e di recente apparso su Sportitalia per parlare del processo Doppia Curva e di tutte le limitazioni imposte al tifo organizzato milanista. A lui Massimo Calandri di Repubblica attribuisce una frase: “Sto con De Santis. La creazione di finti martiri ce la portiamo dietro da 20 anni e nessuno ha ancora capito. Esposito uguale Spagnolo”. Daniele De Santis, tifoso della Roma, il 3 maggio 2014 sparò a Ciro Esposito nel corso dei tafferugli prima della finale di Coppa Italia. L’ultrà giallorosso fu condannato a 16 anni di carcere.
Il codice ultras condanna l’uso di lame e taglierini negli scontri. La lotta deve essere condotta lealmente, faccia a faccia. A bordo strada, dopo la guerriglia sull’A1 tra tifosi della Lazio e del Napoli, sono state viste armi “non lecite”. Giorni di violenza, blocchi alle trasferte che arrivano dopo mesi di proteste, limitazioni al tifo e inchieste. Fatti gravi sono avvenuti nelle due curve di San Siro, altri più recenti sulle strade di diverse città. Ma oggi è il giorno del ricordo: il mondo ultras, almeno per qualche istante, si trova dalla stessa parte.