I cuccioli di squalo vanno azzannati prima che sia troppo tardi e che diventino predatori senza scrupoli. Marc Marquez l’ha pensata così? Probabilmente no e, come è solito fare, ha solo voluto regalare qualche titolo nel suo solito gioco tra la provocazione e la capacità di essere, oltre che l’ultimo dei piloti veri, anche l’ultimo di quelli capaci di far arrapare i media. Di farli sparare. Di smuovere la pancia. E il cucciolo di squalo? E’ Pedro Acosta, che forse un po’ di quella stoffa lì ce l’ha veramente e che anche in passato ha “pizzicato” quel grande vecchio - proprio come Marc Marquez faceva ormai tanto tempo fa con Valentino Rossi – che ora gliela ha restituita. Quindi no, non c’è nessun re nudo e innervosito e non c’è nemmeno un cucciolo di squalo con qualche ferita.
C’è solo – ma quel “solo” è tantissimo – lo spettacolo della MotoGP. Però la narrazione di tutti – e che alla fine ci si può prestare a tenere – è che è iniziata la guerra psicologica tra Marc Marquez e Pedro Acosta, futuri compagni di squadra. Futuri protagonisti di un passaggio di testimone. Marquez avrebbe iniziato la demolizione controllata del Tiburon durante un recente evento di Estrella Galicia, rispondendo a Manuel Pecino su quanto Marc vedesse nel giovane Pedro. "Il Marquez del 2013 ha vinto il titolo al primo anno" – ha risposto il nove volte campione del mondo. Con Acosta che, invece, deve ancora ottenere la prima vittoria ed è al terzo anno di MotoGP. Tradotto dal marqueziano? Quando Acosta avrà fatto quello che ho fatto io, allora certe domande avranno senso. È la tecnica della terra bruciata.
Marquez sa che il 2027 lo vedrà nello stesso box di Acosta, anche se ha detto che lui vorrebbe prendersi un po’ di tempo in più per decidere il suo futuro (sembra che in verità abbia già firmato il rinnovo con Ducati): non vuole demolirlo, vuole solo segnare i confini. Come si fa tra “animali” da corsa. E vuole – forse questo è il vero messaggio che Marc Marquez ha sottilmente lanciato – anche far capire di essere pronto a pensare al futuro perché, nonostante Buriram, il presente non lo spaventa neanche un po’.
Sì, vedere un podio senza nemmeno una Ducati dopo quasi novanta gare è stato come vedere un documentario sugli squali senza neanche una goccia di sangue, ma a Borgo Panigale il clima è tranquillo. Gigi Dall’Igna l’ha anche detto nel suo solito post race affidato a LinkedIn: “potevamo aspettarcelo, è un ciclo naturale”. L’Aprilia è arrivata, sì, ma un conto è riconoscerlo e riconoscere i meriti della casa di Noale, un altro conto è strapparsi i capelli o sentire di avere paura. La verità è che il futuro spaventa più del presente, ammesso che “spaventare” sia il verbo corretto. Il presente, infatti, dice ancora che la Thailandia è stata un'anomalia. Ma, per ora e comunque fino a prova contraria, niente di più. Il futuro, quel futuro che vede Marquez e Acosta pronti a dividere benzina e desmo nello stesso box, è invece ciò che tiene svegli i vertici di Ducati. E che terrà svegli anche tutti gli appassionati durante un 2026 in cui gli spunti come quelli offerti dal GP di Thailandia potrebbero essere pochi. Perché, come dice Cosimo Curatola, “un re abdica, un imperatore no”. E se deve cadere, semmai si porta giù tutti. Compreso Pedro Acosta.