La notte degli Oscar italiani si conclude con il premio per il miglior film a Le città di pianura. È l’opera di Francesco Sossai la vera protagonista di questa edizione dei David di Donatello. Lui e le rivendicazioni: politiche, sociali, economiche. Umane. Dal palco sono diversi i messaggi rivolti alla Palestina, contro il genocidio perpetrato da Israele (il più significativo, forse, quello di Lino Musella); e sono altrettante le parole spese per denunciare lo stato di salute del cinema italiano. Segnali mandati dal palco dopo che Usb (Unione sindacale di base), in cui rientra anche il collettivo Siamo ai titoli di coda, ha scelto la via del boicottaggio: la situazione è fin troppo drammatica, andare lì, seppur con un microfono potente, non basta più. Dunque la decisione si è concretizzata in una protesta alle porte di Cinecittà, supportata da alcuni esponenti dei partiti di opposizione (Matteo Orfini del Pd e Elisabetta Piccolotti di Avs, per esempio). Ma era inevitabile che anche durante la cerimonia qualcosa sarebbe stato detto: Matilda De Angelis, vincitrice del David come miglior attrice non protagonista per Fuori, è la prima a parlare. “Mi spiace che si debba arrivare a vedere umiliata un'intera categoria per ricordarci che esiste”, ha detto, “non capisco perché ci siamo lasciati abbrutire e umiliare invece di essere indomiti come Goliarda Sapienza”. Il riferimento, va da sé, è al ministro della Cultura Alessandro Giuli, attaccato nelle ultime settimane (insieme alle commissioni nominate dal MiC) per i mancati finanziamenti al film su Giulio Regeni, a cui è stato preferito il re delle fettuccine Alfredo, e ad altre opere ritenute di valore artistico superiore. Il documentario su Roberto Rossellini, Più di una vita, anche questo rimasto senza contributi selettivi (dopo averli chiesti in tre diverse sessioni), ha vinto il David per miglior documentario.
“Con Raffaele Brunetti, che è mio marito, abbiamo una piccola società indipendente, la B&B Film, che produce documentari da più di trent'anni e, così come è avvenuto per il documentario su Regeni, abbiamo cercato di ottenere il contributo del fondo selettivi del ministero. Che poi non è mai arrivato”. Così Ilaria De Laurentiis, regista del documentario su Rossellini, che poi ha aggiunto: “Adesso ci troviamo in una situazione in cui abbiamo difficoltà ad andare avanti. Io davvero non so come andremo avanti. E questo mi rattrista molto”, una criticità acuita dalla consapevolezza che “sono stati finanziati alcuni documentari che hanno preso anche due milioni di euro. Ma che non sono finalisti al David di Donatello. Che non parlano di cultura italiana, che non hanno avuto un riconoscimento del pubblico come noi alla Festa del cinema di Roma. Che non hanno vinto il Nastro d'argento, quindi un riconoscimento dei critici cinematografici, come abbiamo vinto noi. E che non stanno facendo il giro del mondo, come sta facendo il nostro documentario, che tra l'altro ci è stato chiesto dal ministero degli Esteri a rappresentare l'Italia. Non intendo sindacare sugli altri progetti che hanno ricevuto sostegno ma trovo tutto questo terribilmente contraddittorio”. Prima la cultura italiana, dicono dal Governo. Solo, però, quando conviene.
Gli attacchi, però, arrivano anche dalla stampa solitamente vicina alle idee e alle scelte dell’attuale esecutivo. Non questa volta. La Verità, infatti, mette in apertura di prima pagina un articolo dal titolo: “La Finanza indaga sui film sovvenzionati dal ministero di Giuli”. La notizia riguarda i presunti “finanziamenti a pioggia” caduti su “opere discutibili” e “membri del circoletto”, una prassi che avrebbe costretto Giuli e la sottosegretaria Lucia Borgonzoni a chiedere l’intervento della Gdf per titoli come Tradita, di Gabriele Altobelli con Manuela Arcuri (1,2 milioni ottenuti con tax credit e soli 26mila euro al botteghino); Solo se canti tu – L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio di Luca Miniero, che si è portato a casa 1 milione e 50 mila euro; Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, beneficiario di 800mila euro di sgravi fiscali; infine Il tempo delle mele cotte (400mila euro di aiuti) e La leggenda sul Grappa (572mila), rispettivamente due film di Andrea Muzzi e Guglielmo Brancato. È la seconda volta in poco tempo che la Finanza si occupa di cinema: già a marzo aveva chiesto la documentazione relativa ad alcune grosse produzioni come M., Queer e Finalmente l’alba. Il sipario sui David si è chiuso. L’attenzione per la salute del cinema in Italia, invece, non deve spegnersi.