Dignità e solidarietà. Due valori che quando contattiamo Dario Indelicato, montatore, professionista del cinema e portavoce del movimento “Siamo ai titoli di coda”, ci tiene a ribadire più volte. Dignità e solidarietà per i lavoratori lasciati soli dai sindacati e dagli autori delle prime file dell’industria italiana. “Che progetto culturale ha questo esecutivo?”, si chiede. Il ministero della Cultura di Alessandro Giuli ha dovuto affrontare settimane complicate per i finanziamenti negati al film su Giulio Regeni e ad altri progetti importanti. Ora all’orizzonte c’è la cerimonia dei David. Anche su questo Indelicato ci ha risposto: “Non bastano i comunicati. Possiamo fare qualcosa di dirompente”.
Dario Indelicato, il cinema ti ha reso pessimista?
No, pessimista no, mai. Sono due anni che si trascina questa situazione. Se fossi pessimista avrei già mollato. Però è dura, mi sembra che vada tutto a complicarsi invece che risolversi.
Cosa ti porta a pensarla così?
Il continuo stato di confusione che c'è in merito alle questioni ministeriali, un decadimento culturale che si è innescato per diversi motivi. Anche l'atmosfera internazionale influenza il nostro settore: le condizioni produttive si sono abbassate, c’è la questione del carburante e c'è un crollo imponente delle capacità occupazionali. Non si lavora più come prima. Il peso di tutta la crisi è ricaduto completamente sui lavoratori e le lavoratrici, considerando che poi il nostro è già di per sé un lavoro molto fragile, strutturato su un'intermittenza, perché siamo lavoratori discontinui.
Prima qual era la normalità?
Tra un'occupazione e l'altra passavano in media 2-3 mesi, facevo un film in otto settimane e il guadagno mi permetteva di vivere in quell’intervallo. Ora passano anche anni tra un set e un altro, il tempo medio di produttività di un film si è abbassato a cinque settimane e il guadagno ti permette di vivere un mese e mezzo, perché nel frattempo il costo della vita è aumentato. E non avendo sostegno al reddito abbiamo dato fondo alle casse per ovviare a un buco enorme. Tanta gente sta abbandonando.
La vostra è una battaglia che sì parte dal cinema, ma è trasversale, tocca vari temi.
Il cinema non è un mestiere qualunque. Chi fa cultura dovrebbe salvaguardare in primis la propria umanità. A questo serve l’arte: per lo sviluppo dell'umanità. È inutile appellarci solo alla necessità che venga garantita l'occupazione se poi ci dimostriamo disattenti a tutto ciò che accade intorno a noi. È un tempo difficile quello che stiamo vivendo. La nostra principale sensibilità riguarda Gaza, ma non solo. Ribalto la domanda: come si può non essere attenti e pensare solo di chiedere i soldi per lavorare? Il cinema è strutturato su un elemento culturale che deve, per una questione etica e morale, trasmettere la necessità di tutelare l’umanità in ognuno di noi.
Capita di essere accusati di volere solo assistenzialismo?
Sì, capita, ma la nostra rivendicazione è più profonda. Riconosciamo che c'è un problema strutturale che non puoi nascondere sotto il tappeto. È necessario affrontare le problematiche alla radice e cercare di sviluppare un percorso nuovo, che riporti l'elemento culturale del nostro lavoro al centro.
Cosa intendi?
Non puoi solo essere felice di fare cinema perché sei una star. Non basta. Bisognerebbe recuperare i valori che ci hanno trasmesso i pionieri. Abbiamo il dovere morale di difenderli.
Voi siete i primi promotori del boicottaggio della cerimonia dei David.
Il nostro movimento è nato da una costante condizione di immobilismo. In due anni abbiamo messo in atto tutte le forme di mobilitazione possibili. Siamo stati nelle manifestazioni con qualche migliaio di persone sotto al ministero della Cultura, davanti ai Nastri d'Argento, siamo saliti sul palco, abbiamo letto un comunicato; siamo stati alla Mostra del cinema di Venezia, alla Festa del cinema di Roma, di nuovo con un'altra lettera aperta. L'anno scorso furono raccolte 2mila firme per dire una cosa a chi avrebbe partecipato ai David: non permettete che emerga la falsa narrazione sullo stato di salute del cinema. Non è vero che è in buone condizioni.
Dove vuoi arrivare?
Le operazioni per lavorare il terreno del dissenso sono state fatte. Devo dirlo, ci aspettavamo maggior sostegno dagli autori. Non voglio che passi il messaggio sbagliato, non voglio creare divisione. Ma non posso nascondere il fatto che ci aspettavamo qualcosa di più come sensibilità e partecipazione per difendere i professionisti che permettono di realizzare i loro film. E questo non c'è stato. Quando è stata diffusa la lettera degli autori che denunciava il taglio al fondo lo sviluppo cinema era già troppo tardi.
Intendi i contributi alle produzioni straniere piuttosto che quelle italiane?
Sì, è stato denunciato l’aumento del 138% del tax credit estero. I tagli, però, hanno riguardato molte altre iniziative: sono stati tagliati fondi ad archivi come l'Aamod (Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico), al Festival del Cinema dei Popoli, all'Archivio della Resistenza Cinematografico. Tutto questo perché l'indotto internazionale deve essere garantito. Lo ribadisco, non voglio creare una situazione di “noi contro di loro”, però quella lettera degli autori mi è sembrata troppo soft, molto generica, senza uno scopo preciso. Quindi abbiamo deciso di proporre noi qualcosa. C'è un disagio che si manifesta nelle principali realtà internazionali come Berlino e Cannes, e poi ci rifugiamo in un festival nazionale? C'è poco da festeggiare quando intorno la situazione è drammatica. Per la prima volta possiamo dare un segnale storico, serio, per aprire a un piano di confronto costruttivo e veramente intenzionato a cambiare le cose.
Da parte del ministero che messaggi vi arrivano?
Non c'è una risposta concreta e funzionale. La questione dei David ha innescato un confronto e una messa in discussione di ciò che si è fatto in questi anni. So che potrebbe esserci l'intenzione di leggere un comunicato dal palco: è una cosa prevedibile. L’effetto verrebbe totalmente riassorbito, magari seguito da un altro annuncio di qualcuno interno al Ministero o che promette ottimismo. Applausi e tutto finito. E noi continuiamo a morire. Abbiamo l’opportunità di fare una cosa davvero dirompente. Bisogna interrompere questa farsa che per noi è diventata davvero frustrante. Quasi la metà dei professionisti ha abbandonato il settore. È una lotta condivisa, noi non possiamo costringere nessuno a farla.
Guardando la vostra pagina social, ci tenete a ricordare anche le battaglie del passato.
Ci sono le immagini, pezzi di storia del cinema: a fine anni Quaranta, 12 mila persone andarono a Piazza del Popolo a manifestare per la difesa del cinema italiano, sfilarono camion, lavoranti, maestranze, tecnici. Alla testa c'erano i registi e gli attori. Ci hanno messo la faccia, portando in piazza i loro corpi. Ricordo un altro scenario, nel '68, quando venne occupata una sala a Venezia perché veniva messo in discussione lo statuto del festival, che era ancora di origine fascista. E Cesare Zavattini venne portato via di peso, c'era Pasolini, anche lui allontanato dalla polizia. Oggi a parte Elio Germano e pochi altri, nella maggioranza dei casi la risposta è sempre stata molto timida. Nel 2010 ci fu una contestazione alla Festa del cinema di Roma col movimento “tutti a casa”, quando il ministro Bondi fece i tagli al Fondo unico dello spettacolo. Tutto il settore, tutti insieme abbiamo avuto il coraggio di esporre un disappunto nei confronti di questa azione politica. Oggi, invece, percepisco grande paura nel portare avanti l’iniziativa.
Una paura che tu vedi soprattutto tra le prime file del settore.
La delusione è grande. Nella narrazione degli ultimi due anni il tema lavoratori è stato quasi inesistente, se non quando abbiamo forzato noi la mano, sempre in modo pacifico e con gli strumenti che avevamo a disposizione. Noi non siamo stelle, fare uscire giornalisticamente l'esigenza di un mondo di lavoratori non è facile.
Qual è il contesto da cui siete nati?
Il contesto è la legge cinema Franceschini, che ha permesso lo sviluppo esponenziale dell’industria, un'evoluzione sempre positiva in termini produttivi. Ci sono state delle falle, non si può negare ed è sempre stato detto. Falle che però potevano essere monitorate e controllate in tempi utili. Con i decreti correttivi è diventato tutto confusionario e c’è stato un rallentamento produttivo. La poca chiarezza su garanzie e tempi ha reso difficile che qualcuno si prendesse dei rischi iniziando nuovi progetti.
I dubbi riguardano l’assegnazione dei contributi selettivi.
Il problema non è solo che siano stati negati finanziamenti a film su storie fondamentali: il problema è cosa hanno preferito sostenere al posto di quelle opere. Qual è il progetto culturale che vogliono portare avanti? Quei soldi sono stati dati a Gigi D'Alessio, alla storia delle fettuccine. È una prospettiva culturale a mio avviso sbagliata.
Quali sono le maggiori criticità che hai individuato in questo processo che guarda alle produzioni straniere?
Non c'è giudizio morale negativo rispetto a investimenti esteri, perché tanti di noi lavorano proprio con quel circuito. Alcune cose però vanno chiarite. C’è una parte tecnica del settore che lavora costantemente con le produzioni internazionali, spesso in maniera quasi esclusiva. Cioè ci sono professionisti che si dedicano quasi interamente a quel tipo di progetti. Nel momento in cui tu dai maggiore forza al tax credit per il circuito produttivo estero, stai creando un difetto molto pericoloso. In Inghilterra, per esempio, si era adottata una politica simile soprattutto nel periodo post-Covid per rigenerare il settore. Il fatto è che in America, per scelte imprenditoriali delle piattaforme, i lavoratori hanno protestato, i set si sono fermati e la produttività estera è crollata. Ci sono due pericoli: uno di natura imprenditoriale e occupazionale, e il secondo prettamente culturale. Se dai così tanto alla parte estera il rischio è che le parti nazionali, che dovrebbero essere sostenute, collassino. Nel momento in cui gli stranieri, perlopiù americani, un domani decidessero di andare a investire da un'altra parte, noi non avremmo più il nostro indotto.
E la questione culturale?
La domanda è: come si racconterà di noi, del mondo italiano? Stiamo portando tutto verso una sorta di stereotipo che non ci restituisce la giusta dignità. Tutta la battaglia che conduce il movimento è soprattutto per la salvaguardia della dignità.
Avete ripreso alcuni articoli a proposito delle produzioni tenute d’occhio dalla guardia di finanza.
Su quello le autorità stanno lavorando, quindi non giudichiamo. Il problema è che Cinecittà è stata ristrutturata, con un fondo imponente del Pnrr, in un hub internazionale. Così facendo sono diventati fondamentali gli investimenti esteri, altrimenti è una macchina che non si autoalimenta. Gli italiani non sono in grado di girare dentro Cinecittà, sono pochissimi i casi.
Dal punto di vista del contratto di lavoro cosa puoi dirci?
Siamo una categoria con un contratto del 1999, scritto in lire. La maggior parte delle qualifiche oggi presenti, che sono più di 180, in quel contratto non ci sono nemmeno. Spesso nelle mie qualifiche vengo collocato con un'altra dicitura. Siamo stati abbandonati completamente dalle realtà sindacali, al punto che recentemente abbiamo deciso di offrire la possibilità ai nostri di immaginare una nuova rappresentanza.
Come vi siete mossi?
Ci siamo rivolti a Usb. I confederali, Slc Cgil, Uilcom e Fistel Cisl, portavano avanti una piattaforma contrattuale che noi più volte, come lavoratori e non come movimento, abbiamo rifiutato perché era peggiorativa. Per esempio proponevano 11 ore giornaliere e individuali. E in più chiedevano che il 10% dei compensi sulle tabelle salariali venisse decurtato per andare incontro alle difficoltà che stanno vivendo i produttori a causa dei tagli al fondo sviluppo. Chiedono a noi di toglierci soldi, aumentarci le giornate, accorciare le settimane di riprese. Che è come dire più tempo sul set, meno guadagno e un periodo minore di occupazione. C'è stata di recente la prima assemblea nazionale con Usb a cui hanno partecipato rappresentanti del Pd e del Movimento 5 Stelle, le principali realtà politiche, insieme ad Avs, che ci hanno ascoltato. Abbiamo avviato un processo di innovazione anche della rappresentanza sindacale, perché si chiedeva a noi di sacrificarci per risolvere una crisi che nessuno dei sindacati ha voluto combattere veramente negli ultimi anni.