Le notizie su Io sono notizia, documentario Netflix in cinque episodi su Fabrizio Corona, si inseguono: chi è chi, vero o falso, suggestione o realtà. Per alcuni, invece, di novità ce ne sono ben poche: The King of Paparazzi è semplicemente sé stesso. Per dirla con Vittorio Sgarbi: Corona esiste solo perché ne parliamo. Ora, però, c’è un altro tema, decisamente più oggettivo: quanti soldi ha preso dallo Stato la Bloom Media House, società che ha prodotto il ritratto di Corona? È la domanda che si pongono molti quotidiani. Repubblica, per esempio, titola: “Fabrizio Corona, quasi 800mila euro di fondi pubblici per il documentario ‘Io sono notizia’”, salvo poi specificare nel testo che la “docuserie sulle vicende del fotografo, in cinque puntate, ha ricevuto quasi 800.000 (per la precisione, 793.629) dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli sotto forma di tax credit produzione su una spesa complessiva di 2.5 milioni di euro”. Il primo giornale a dare la notizia, però, è La Verità di Maurizio Belpietro: “Al ‘documentario’ su Fabrizio Corona quasi 800 mila euro di contributi pubblici”. È davvero così? Facciamo un po’ di chiarezza.
Bloom Media House, produttrice di Io sono notizia, ha fatto richiesta per il tax credit, agevolazione fiscale garantita dallo Stato italiano a tutte le opere che rispettano determinati criteri. Un’agevolazione, appunto. Dunque, ad essere precisi, non esiste un bonifico, soldi “cash” che il ministero della cultura ha inoltrato alla casa di produzione. È più corretto dire che lo Stato ha rinunciato a circa 800 mila euro in imposte che la società avrebbe dovuto versare. Insomma, la Bloom Media House ha avuto il beneficio del credito, ma non per forza ha ricevuto un pagamento diretto dallo Stato. Il tema in questo caso non è nemmeno il “se” quell’agevolazione sia stata garantita, bensì il “perché” sia stata garantita così facilmente. Ci torneremo.
La Bloom Media House aveva tutto il diritto di fare richiesta e il Ministero le ha riconosciuto il 30% di tutte le spese (circa 800 mila su 2,5 milioni). Ma non si tratta di fondi, come avviene per altri tipi di contributo (contributi selettivi, fondi regionali o europei), erogati direttamente all’impresa. Le spese sono in una prima fase sostenute dalla società produttrice e solo successivamente ammortizzate sotto forma di incentivo fiscale. Il riconoscimento del tax credit è automatico nel momento in cui vengono soddisfatti questi criteri, come indicato nella pagina del Ministero: “Avere sede nello Spazio Economico Europeo (See); essere soggette a tassazione in Italia; avere un capitale sociale minimo versato e un patrimonio netto non inferiori a 40 mila euro (ridotti a 10 mila per la produzione di cortometraggi); non essere associazioni culturali o fondazioni senza scopo di lucro”. C’è poi la questione dell’eleggibilità culturale, che viene stabilita secondo i criteri contenuti in una tabella apposita allegata al decreto: se l’opera raggiunge un ponteggio di almeno 50 su 100, l’eleggibilità è da ritenersi raggiunta. I requisiti riguardano i contenuti ma senza entrare nel merito dell’argomento che verrà rappresentato. Per esempio, per quanto riguarda i documentari, parte del punteggio è assegnato se il soggetto e la sceneggiatura riguardano “una personalità artistica, storica, mitologica e leggendaria, religiosa, sociale o culturale”; altri punti sono assegnati in base all’ambientazione (Italia o Europa), riprese in esterna su territorio italiano, lingua e dialetti utilizzati. Ci sono poi i punti validi se la produzione fa uso di maestranze in Italia. Al momento della presentazione della domanda la produzione risponderà “sì” o “no” a seconda dei requisiti e i un secondo momento i funzionari ministeriali valuteranno la veridicità della autocertificazione. Ecco, dunque, che il “merito” della serie – Fabrizio Corona in quanto personaggio ambiguo o controverso e la sua parabola – non sono considerati.
La domanda che molti si sono posti - “com’è possibile che lo Stato abbia supportato una produzione su Fabrizio Corona?” - è ancora valida. Semplicemente va spostata più a monte. In questo caso il sostegno statale prende la forma di un credito d’imposta, quindi lo Stato rinuncia a parte delle entrate fiscali. Rimane però legittimo chiedersi se sia giusto che il beneficio venga concesso automaticamente, senza valutare la qualità o il contenuto culturale reale dell’opera. Un contenuto che deve andare oltre la notizia.