C'è un verbo che ricorre spesso in Io sono notizia, titolo di Netflix in cui si narrano gesta, spacconate, guai con la giustizia del "paparazzi king" dell' Italia berlusconiana che fu: Fabrizio Corona. Lui che non frega la gente, lui che dice che la "fotte": a vedere questi cinque episodi della docuserie, rilasciata lo scorso 9 gennaio, l'impressione è che la medesima sorte sia toccata anche alla piattaforma.
Prima in classifica, non che avessimo dubbi in merito, la serie ripercorre l'epopea di quello che dovrebbe essere un personaggio caratterizzante del nostro Paese, in quanto concentrato dei vizi e difetti in cui ci piace specchiarci. Scongiurato il rischio agiografia così come il vecchio vizio dei documentari Netflix di scattare semplicemente l'istantanea di un evento senza approfondire, alla serie riesce un'altra impresa: rendere noioso Fabrizio Corona.
La serie di Netflix infatti, si contorce su se stessa: si ripete nel tentativo di delineare la storia di questo figlio d'arte che, metaforicamente parlando, ha ucciso il padre. Col risultato che i momenti davvero interessanti sono i filmati d'epoca: l'Italia della tv di Lele Mora, la vita Smeralda dei vip tra Sardegna e Milano, l'inchiesta di Vallettopoli; tutti momenti in cui Fabrizio Corona c'era, a testimone di una nuova Italia nata dallo schermo della tv commerciale. Ma se qualcuno pensava di poter trovare qualche notizia inedita, o di trovare il Corona di Falsissimo, ne sarà rimasto deluso. Non è un caso che i titoli che ne sono usciti, riguardino la confessione di Nina Moric sul suo aborto e le parole sprezzanti di Corona sulla ex Silvia Provvedi, ritenuta poco attraente per uno che era stato con le più belle di tutte: prima la Moric, poi Belén Rodriguez.
Un bel bigino del personaggio questo Io sono notizia, ma sgonfio: nato sull'onda dell'eco dell'ultima annata a cavallo tra sputtanamenti e canale YouTube, lanciata nell'etere dal caso Signorini e del conseguente terremoto a Mediaset, eppure sguarnita di tutto ciò. Del Corona degli ultimi tempi, nella docuserie Neflix non v'è traccia. Una docuserie intitolata Io sono notizia che, a dispetto del titolo, non ne produce neanche una: un cortocircuito degno del suo protagonista, gliene va dato atto.
Negli episodi vediamo, tra gli altri, Costantino Vitagliano, Lele Mora, il paparazzo Maurizio Sorge che lo sbugiarda, Platinette; sullo sfondo intanto, si staglia la figura di Vittorio Corona, giornalista tutto d'un pezzo che non mai ha sacrificato mai la propria integrità. Fondatore insieme a Indro Montanelli de La Voce, il suo ricordo commuove Marco Travaglio che ci restituisce l'unico ritratto inedito di Fabrizio Corona: il bambino col borsone dell'Inter che il papà accompagnava al campo di calcio. E forse proprio Vittorio Corona poteva essere la chiave di lettura per comprendere fondo il figlio con la sua voracità di soldi, il bisogno costante di attenzione, la sfrontatezza di un uomo cha ha fatto del conflitto il suo motore. Fabrizio come pecora nera della famiglia, poi quello che si contrappone alla giustizia incarnata da Woodcock; infine quello che, oggi, si proclama sceriffo di Nottingham che smaschera il sistema. Lo stesso sistema da cui, per inciso, ha attinto fama e montagne di banconote per anni.
Per il resto, tra lanci di mutande dal balcone, fughe in Portogallo e soldi nel controsoffitto, il Corona di Netflix non è niente di diverso da quello che conosciamo già; l'ex re dei paparazzi, Paparazzi King il titolo per il pubblico internazionale, ne esce rafforzato nella sua immagine, ma senza nuove dimensioni che ne giustifichino quasi cinque ore di docuserie.
Io sono notizia, dunque? No, piuttosto la Wikipedia di Fabrizio Corona.