Chi non è cresciuto con i pezzi storici de Le Vibrazioni o mente o viveva all’estero. Io me li ricordo al Festivalbar, quando sembravano usciti da una Milano che voleva ancora fare rock senza il ritornello da balletto per i social. Francesco coi capelli corti, gli occhiali con le lenti azzurre, Stefano senza barba, Alessandro identico a oggi come certi vampiri gentili che attraversano indenni vent’anni di musica italiana.
E mi ricordo soprattutto Francesco Sarcina che urlava al pubblico di Verona: “I love you e buone Vibrazioni”. Una frase che in mano a quasi chiunque altro sarebbe sembrata una cazzata da palco. Invece no. Perché Sarcina ha sempre avuto quella cosa rara e un po’ pericolosa degli artisti veri: credere davvero alla musica che fa.
Ed è esattamente per questo che Ambiguità, il nuovo singolo de Le Vibrazioni, funziona. Perché è credibile al primo ascolto. Non sembra una canzone scritta per stare dentro il dibattito contemporaneo. Sembra una canzone nata molto prima che il dibattito diventasse una strategia di marketing.
Dietro le chitarre rock de Le Vibrazioni c’è sempre stata un’anima sporca di vita vera. Notti lunghe, persone strane, storie vissute male ma fino in fondo. E Ambiguità prende tutto questo e lo rimette in circolo dentro una canzone che parla di libertà.
Nel testo ci sono bagni di bettole al centro di Roma, coriandoli, luci sbagliate, gente che si trucca prima di uscire e persone che cercano semplicemente un posto dove poter respirare senza sentirsi osservate come fenomeni da circo.
Sarcina prende una parola che di solito viene usata come sospetto o insulto, “ambiguità”, e la trasforma in un personaggio notturno. Una creatura “così strafatta di coriandoli” che ti prende per mano e ti porta dentro luci e colori e poi inevitabilmente “ti lascia il conto”.
Qui non si parla solo di identità, si parla del prezzo che paghi quando smetti di fingere. Del fatto che ogni notte abbia un prezzo. Che vivere fuori dagli schemi significhi spesso diventare qualcosa da guardare, commentare o correggere.
La cosa bella è che Le Vibrazioni riescono a raccontare tutto questo senza usare il linguaggio sociologico, non c’è un briciolo di retorica e nessun attivismo pronto per il Pride. Solo immagini vive, sporche, cinematografiche, locali, fumo, desiderio di sentirsi parte di qualcosa almeno fino all’alba.
E infatti Ambiguità sembra arrivare da un’Italia notturna che oggi quasi non esiste più. Più spontanea, più caotica, meno terrorizzata dall’idea di essere continuamente giudicata. Una notte fatta di show improvvisati con “due luci e un po’ di trucco”, come racconta lo stesso Sarcina nella descrizione del brano.
Il brano, d’altronde, non è una traccia qualunque, ma un pezzo estratto direttamente da Immensamente Giulia, il musical che si sarebbe dovuto tenere al Teatro Nazionale.
Il video è l’esatta trasposizione cinematografica dello spettacolo teatrale, quello che il pubblico si è visto temporaneamente negare sul palco. L’intro gioca sulla nostalgia dei clubbing anni d’oro: un Francesco giovane porta Giulia nei locali simbolo di un’epoca, cult assoluti della notte Milanese come il Plastic e il Gasoline.
Perfino il fatto che il pezzo al momento sembri vivere ai margini tra Bandcamp, teaser social e passaparola invece che su Spotify contribuisce al fascino della canzone.
Oggi tutti parlano di libertà ma pochissimi riescono ancora a raccontarla davvero. Perché la libertà vera non è pulita: ha il mascara colato, odora di fumo e ride troppo forte.
Ambiguità allora non è solo una canzone sulla comunità LGBTQIA+. È una canzone per chiunque abbia passato almeno una notte cercando un posto dove poter abbassare le difese senza avere paura del giudizio degli altri.
E forse la frase più onesta del pezzo resta proprio quella meno romantica: “poi ti lascia il conto”.
Perché crescere significa anche capire che ogni forma di libertà ha un prezzo. Ma certe notti, certi colori e certi coriandoli valgono comunque il rischio di pagarlo.
Ragazzi ci vediamo sotto il palco e non dimenticatevi che c’è qualcuno che parla ancora la vostra lingua… anche dopo 30 anni.